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il team raddoppia (seconda parte)

continua da qui, sempre con la partecipazione di Aria, in corsivo.

Alle 21 entrano 7-8 persone nella stanza, correndo. Guardano l’infermiera, che deve averli chiamati senza che ce ne accorgessimo, la quale annuncia loro la prossimità dell’evento.
Capisco solo in quel momento che mancano davvero poche manciate di minuti alla nascita dei miei figli, ma non faccio in tempo a realizzare la cosa perché vengo interrotto da un’altra serie di contrazioni e urla. Le contrazioni sono sempre più vicine tra loro e la ginecologa parla ad Aria, chiedendole di concentrarsi su di lei da quel momento alla fine del parto. L’unico uomo è il pediatra, che si mette in un angolo della stanza, sistema il suo lettino di rianimazione per neonati, pieno di fili per monitorare i piccoli pazienti, un mini defibrillatore, due bombole di ossigeno; rimane in attesa. Le altre persone entrate nella stanza sono le più varie, qualche infermiera, qualche ostetrica, assistenti e pure una stagista, così tante che qualcuna non ha un gran da fare e mi chiede dove siano macchina fotografica e telecamera per immortalare i bambini dal loro primo secondo di vita. Io rimango un po’ basito e declino l’offerta, rassicurandole sul fatto che mi occuperò dell’aspetto mediatico solo dopo che sarà tutto finito, o meglio iniziato a meraviglia.
La ginecologa aiuta Aria guidandola nella respirazione ed entrambi iniziamo a respirare come partorienti.

Respiriamo tutti (chi sul letto chi accanto) come delle partorienti, ma il dolore lo sento solamente io. Mi dicono di spingere e tenere le gambe piegate con le braccia, ma ogni volta che lo faccio, la gamba dell’ostetrica alla mia destra poggia sul letto e trattiene il cavo del sensore del battito cardiaco che mi trattiene il polpastrello della mano destra, rendendomi ancora più difficile l’operazione. Sono stordita dal dolore delle contrazioni ma continuo a sentirlo e dichiaro a Ste che non ce la posso fare, che fa troppo male! Non ho nemmeno la forza di ribattere qualcosa quando mi vietano di urlare (dal dolore)! Riesco solo a pensare che non vogliano spaventare le partorienti nelle altre stanze (solo poi mi chiariranno che serviva a non disperdere energie necessarie per le spinte). Aspetto il momento di svenire, perché con tutto il dolore che sto sopportando, non riuscirò umanamente a sentirne di più. E per la miseria, perché non ho seguito un corso sulla respirazione?!? Avevo trovato qualcosa online e avevo anche fatto degli esercizi, ma nulla sulla respirazione in sé.

A breve è il momento della nascita, e mi ritrovo a tendere gli addominali rumorosamente ogni volta che Aria spinge, come questo potesse esserle d’aiuto.

Pochi minuti dopo nasce Lorenzo. Mentre Aria si contorce (e respira, un po’ piange, un po’ ride), una delle infermiere mi chiede, porgendomi delle forbici dalla forma strana, di tagliare il cordone ombelicale. Appena riesco a capire cosa voglia dirmi, rifiuto cortesemente. Questa guarda la collega stupita, riformulando la domanda ma con la stessa richiesta. Per un attimo credo di aver quasi turbato la loro sensibilità, penso che forse nella loro cultura sia naturale che il padre si occupi di tagliare il cordone, quasi come tagliare il nastro a un’inaugurazione. In realtà non riesco nemmeno a muovermi e tra una spinta e l’altra declino con più vigore la loro proposta, chiedendo solo di fare solo ed esclusivamente in modo che tutto vada per il meglio per tutti e 3, fino ad allora possiamo rinunciare a riti e foto.

Subito dopo l’infermiera alla mia sinistra sale con una gamba su una sedia e una sul letto e inizia a premermi la pancia con le mani. Con un fil di voce le dico che mi sta facendo male (non le ho detto nulla quando mettendomi l’ago nella vena del polso per attaccarci la flebo ha fatto uno spargimento di sangue che quasi quasi mi ci voleva una trasfusione!). Lei continua, imperterrita, e mi informa bruscamente che mi sta aiutando a far nascere mia figlia. Taccio e sopporto (mi verrà spiegato poi che nei parti gemellari, c’è sempre la possibilità che, nato il primo, è possibile che il secondo si sposti e cambi posizione rendendo le cose molto più complicate).

Dieci minuti più tardi nasce Mila.

Entrambi respirano da soli e piangono prima di raggiungere il lettino del pediatra, che li sottopone ai test di Apgar, dando loro soltanto una spruzzata di ossigeno, una “botta de vita” e via. Il test ha esito positivo ed entrambi ottengono 9/10 su 10. Dovranno rimanere in neonatologia per almeno 3 settimane, ma stanno bene e questo è l’importante. Ancor prima di farceli rivedere, un’infermiera ci porta le tradizionali fette biscottate farcite, le beschuiten met muisjes (si veda il post a riguardo): fetta biscottata, generoso strato di margarina, con funzione adesiva, e praline di anice e zucchero incastonate; rosa o azzurre a seconda del sesso del nascituro, le nostre sono metà rosa e metà azzurre. Terribili, ne mangio mezza per paura di essere linciato (dopo la storia del cordone ombelicale, temo di essere stato oramai segnalato), e l’affamata Aria si occupa personalmente dello smaltimento dell’altra metà.
Rivediamo i bimbi, puliti e pronti per la prima notte in incubatrice, poi apro la poltrona letto e dormo profondamente. Pure troppo, dal momento che Aria non dorme benissimo quella notte.

In realtà non riuscirei a dormire comunque, a causa dell’adrenalina direi, visto che tutti i dolori sono terminati con il parto
.

Il giorno seguente, la neo mamma viene spostata in una stanza adiacente, più piccola e priva della poltrona per il partner, solo per essere tenuta sotto controllo per verificare che non ci siano complicazioni.

Passiamo le tre settimane seguenti tra casa e l’ospedale: la mattina presto e la sera attorno alle 18 ci rechiamo presso la neonatologia dell’ospedale Sud, per coccolare e prenderci cura dei bimbi. A volte passiamo un’ora con i bimbi svestiti adagiati sul nostro petto. Lo chiamano buidelen e significa letteralmente “marsupiare” e consente un contatto pelle – pelle tra bimbo e genitore, garantendogli tanto calore e soprattutto la famosa Vitamina L, come ci dicevano le infermiere: L come Liefde o, in inglese, Love.

All’inizio di maggio arriva finalmente il grande giorno: tutti pronti per le dimissioni e per vedere finalmente la casa, sistemata per accogliere i bimbi.
Fissata la data delle dimissioni, la sera prima Aria viene invitata a passare la notte in ospedale, per ricevere le ultime “dritte” e per fare una prova sul campo: dal tramonto all’alba sola con i bambini.

Io rimango in ospedale finché possibile, attorno alle 21, poi lascio i 3 ad affrontare la notte. Mentre io mi godo una lunga e rinvigorente dormita, l’ultima vera dormita per un po’ di tempo, Aria non fa lo stesso in ospedale. I bambini, abituati a dormire ognuno nel suo lettino, quella notte vengono sistemati in un lettino unico, messo accanto a quello di Aria. I due iniziano presto ad agitarsi e per gran parte della notte urlano a squarciagola. Un vero test di resistenza: privazione del sonno, urla tipo macello, nessuna assistenza da parte del partner e l’invito a chiamare meno possibile le infermiere in aiuto.

D’accordo prova sul campo, ma non poter chiamare nessuno lo trovo sadico; dico all’infermiera che a casa non sono sola, ma lei replica che un giorno o l’altro potrebbe capitare di essere sola coi bimbi e che quindi è meglio ‘fare allenamento’. In effetti, credo di aver capito che non possono morire per il troppo pianto: c’è qualcosa che li blocca (fortunatamente!) prima di smettere di respirare. Non riesco a calmare Lorenzo né Mila per minuti per me interminabili e sono sicura che le infermiere notturne mi sentano, ma non viene davvero nessuno ad aiutarmi. Dormo pochissimo e male e vado nel panico non so quante volte in una notte: in una volta sola un anticipo di quello che sarà poi.

Secondo me la stanza è allestita tipo casa del Grande Fratello e da un ipotetico centro regia qualcuno osserva la neo mamma alle prese con le due piccole pesti: se i 3 arriveranno vivi e assennati alla mattina, i bambini saranno dimessi e affidati a noi. Aria trattiene sia gli istinti omicidi, che quelli suicidi e la prova è brillantemente superata.
La mattina seguente nonno Ferru passa a prendermi col camper VW e, dopo averlo caricato con pannolini, asciugamani e ovetti, andiamo a recuperare Aria, Mila e Lorenzo. Salutiamo le infermiere in turno quella mattina, regalando loro un’ottima colomba portataci dall’Italia.

Dieci minuti di strada e siamo a casa con i nostri bambini.

 

In Olanda la madre viene dimessa, in assenza di complicazioni, dopo 2 notti in ospedale.
Il giorno seguente arriva a casa una puericultrice (kraamzorgster), che ha il compito di aiutare mamma e bambino a fare i primi passi insieme a casa: una sorta di tutorial dal vivo, 5-8 ore al giorno per 5-7 giorni. La puericultrice, oltre ad aiutare la mamma col bambino, si occupa anche di far le pulizie, la spesa e, volendo, prepara anche da mangiare.
Se la mamma o il bambino, però, vengono trattenuti in ospedale per un periodo più lungo, il servizio base di puericultrice viene somministrato in via ridotta o, in caso di degenza superiore ai 5-7 giorni, se ne perde il diritto del tutto.
Qualora invece, come nel nostro caso, viene sottoscritta un’assicurazione sanitaria speciale per gravidanza e parto (ogni anno, in gennaio, è possibile cambiare la propria assicurazione e/o scegliere un pacchetto specifico per le proprie esigenze quali dentista, fisioterapista, ecc.), si ha diritto a un periodo di kraamzorg extra, della durata di 25 ore distribuite su 5 giorni.

Se prima del parto Aria era terrorizzata (confermo) all’idea che qualcuno stesse per così tanto tempo al giorno in casa nostra in un momento così delicato, già dall’arrivo di Helen e Simone, puericultrice e apprendista puericultrice, aveva cambiato idea. La mole di lavoro è subito risultata essere abominevole, mentre le energie scendevano a vista d’occhio. Simone ed Helen ci hanno insegnato le cose che ancora non ci erano state fatte vedere in neonatologia, adattando la teoria agli spazi e ai materiali in nostro possesso.
Le ho soprannominate ‘i miei angeli’! Si sono amorevolmente e ruspantemente (Helen e Simone sono decisamente diverse tra loro) prese cura di me, dei piccoli e anche della casa. Nonostante la piacevolezza della loro compagnia e l’aiuto, il 4°-5° giorno si sono rivelati un po’ pesanti: la presenza di ‘estranei’ alla famiglia appena formatasi a casa si sente, eccome!

Pochi giorni dopo la nascita, i miei cari genitori hanno attraversato l’Europa in macchina per una 3 giorni a conoscere i nipotini. Grazie a internet, tra videochiamate e foto condivise, si sentono meno i 1400km che ci dividono, ma altra cosa è poter vedere da vicino i due nuovi arrivati.
Mia madre è tornata anche a inizio maggio, quando i bimbi sono arrivati a casa, per fermarsi una decina di giorni, dandoci una mano nei lavori in casa, durante le poppate e in cucina, e ritornerà assieme alla super nonna bis, il prossimo mese.
Successivamente è stata la volta della super cugina Chiara, che di lavoro fa la puericultrice; venuta per 5 giorni, si è aggiudicata volontariamente tutte le poppate notturne, oltre a darci parecchie dritte sui pupi e la loro alimentazione.
Per non parlare del supporto pratico e psicologico che ci hanno dato; e soprattutto delle ore di sonno guadagnate! Ancora grazie, grazie grazie!

Ora tutti sono tornati alle loro abitazioni e occupazioni, le notti a volte sono frustranti e interminabili ma pian piano noi ci abituiamo a loro e loro si abituano a noi.
Mentre scrivo Lorenzo ha superato quota 4kg e Mila i 3.5kg, siamo stati al Consultatie Bureau, consultorio del rione che ci assisterà per visite, vaccini, domande fino a quando i bimbi avranno 4 anni di età. Qualora ci fossero problemi di salute, il Consultorio ci indirizzerà al medico di base di Aria (i bimbi prendono gratuitamente l’assicurazione e il medico di base del genitore che ha la migliore assicurazione sanitaria), o all’ospedale.
Mi stupisce ancora che i bambini non vengano seguiti da un pediatra sin dalla nascita ma da una serie di visite di controllo del consultorio, però funziona così per migliaia e migliaia di bambini da anni, quindi confido che sia solamente un modo diverso di concepire la forma della sanità pediatrica.

|Ste| & |Aria|

#passion for #light

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Bigfoot

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il team raddoppia (prima parte)

Perse le speranze di rivedere un nuovo post? Non preoccupatevi, questo è Post con la P maiuscola, così lungo che lo pubblicherò in due parti, cercando di non annoiare.
Con la partecipazione di Aria, in corsivo.

Come timidamente anticipato nel mio ultimo articolo, c’era una grossissima novità in arrivo. Per riservatezza e scaramanzia non se n’è mai parlato, ma ora posso svelarla e da sola spiegherà il motivo di una così prolungata assenza.

A ottobre dello scorso anno un test di gravidanza positivo ha iniziato a cambiare, nuovamente, le nostre vite.

Subito sono iniziati i contatti con le verlooskundigen, ostetriche.
In Olanda una donna incinta non incontra il ginecologo fino al parto, a meno che non ci siano motivi medici particolari che richiedano una visita specialistica. Ci sono le ostetriche, che seguono le future madri passo dopo passo durante le 40 settimane di gravidanza, riunite a gruppi di 5 – 6, in piccoli ambulatori. Dei piccoli edifici nei quartieri residenziali, dove si va per fare domande e per organizzare le ecografie e gli esami di rito.
Ne abbiamo trovato uno a meno di 10 minuti di bici da casa, siamo andati lì e Aria è stata iscritta dopo una serie di domande sulla sua storia personale e clinica; qualche domanda l’hanno fatta anche a me.
Abbiamo fissato l’appuntamento successivo dopo la prima ecografia, ma non le abbiamo mai più riviste.

ecografiaA novembre, in occasione della prima ecografia, avvenuta in un piccolo ambulatorio privato situato anch’esso in mezzo alle villette a schiera sul canale del verdissimo Kleverpark, abbiamo visto per la prima volta dentro alla pancia crescente di Aria: un’emozione indescrivibile. Mentre eravamo lì, Aria distesa sul lettino ed io seduto al suo fianco, mi è sembrato di vedere qualcosa di strano sullo schermo ma, non conoscendo lo strumento e sopraffatto dall’emozione di vedere per la prima volta un’ecografia “moderna” (l’unica che ricordavo era la mia, incollata alla prima pagina del mio primo album di foto: anno 1980, due croci in mezzo a un indefinito sfondo nero e grigio; ero oggettivamente visibile solo nella didascalia sottostante che citava il mio nome), non ho detto nulla. Ho scoperto che non ero io a vederci doppio, né lo strumento ad avere problemi, quando l’infermiera ci ha detto che i bambini erano effettivamente due, molto probabilmente gemelli eterozigoti, ognuno nella sua sacca, c’è stato un attimo di sgomento misto alla felicità. Aria chiedeva incredula di verificare meglio, ma una foto in cui comparivano contemporaneamente due feti ben distinti e separati toglieva ogni dubbio… e il fiato.
Ricordo l’abbraccio che ci siamo dati nel giardino appena usciti: un’impresa abominevole della quale eravamo solo all’inizio, più di un pensiero a rendere frenetiche le nostre giornate da qui a non si sa quando, ma quanta gioia.
Ad essere sinceri, non credo di essere riuscita a realizzare effettivamente che aspettavamo dei gemelli se non qualche mese dopo, perché poche settimane prima  dell’ecografia avevo iniziato a sentire i fastidiosi sintomi della gravidanza; non avevo la testa per pensare ad altro che a tentare di stare meglio.

Un parto gemellare è uno dei motivi medici che fa sì che una gravidanza venga seguita direttamente dall’ospedale e non dalle ostetriche; siamo quindi stati affidati al Kennemer Gasthuis di Haarlem, ospedale con due sedi piuttosto grandi all’estremo Nord e a quello Sud della città. Ogni due settimane circa, ci siamo recati in uno dei due ospedali per le ecografie e le visite di controllo con i ginecologi. Un po’ prendendo ore di permesso dal lavoro e un po’ grazie al fatto che adesso lavoro molto meno e da casa, sono riuscito ad accompagnare Aria in ogni singolo passo di questa emozionante (spaventosa, energizzante, snervante, appagante…) avventura.

Nei 3 mesi successivi Aria non se l’è passata benissimo causa nausee: il livello di hCG, ormone della gravidanza, è infatti molto più alto in una gravidanza gemellare, al punto da portarla a vomitare per 4-5 volte al giorno. Io ero convinta di averne contate di più un giorno, ma forse era solo la stanchezza portata dal costante vomito. Ricordo che la sera, quando capitava che Aria rientrasse dal lavoro dopo di me, appena io o Ferru sentivamo il rumore delle chiavi nella serratura, aprivamo tutte le porte che separavano Aria dal bagno più vicino e lei correva con una mano davanti alla bocca, lasciando uscire un soffocato “ciao” dal naso, prima di chiudersi in bagno e abbracciare il water. I suoi gusti alimentari cambiavano dalla mattina alla sera. A volte una lista della spesa, stilata per ovvie ragioni dalla gestante, aveva ingredienti che diventavano obsoleti e indesiderati proprio mentre stavo facendo la spesa: non succedeva spesso, ma a scanso di equivoci ho iniziato a conservare la lista della spesa come prova anche dopo essere rincasato.

Dal quarto mese a metà aprile tutto bene, eccezione fatta per l’ovvio peso straordinario da portare in giro, in continua crescita.
Mi sentivo una balenottera! Nei primi 3 mesi non ero ingrassata tanto (forse anche perché, causa nausee e vomito, non sentivo molto appetito), ma non appena ho smesso di vomitare quotidianamente, anche l’appetito è ripreso e ho ricominciato ad apprezzare i cibi che mi piacevano da una vita (kebab a parte.. ancora non ci siamo ritrovati). Insieme all’appetito ho preso anche diversi chili, perlopiù concentrati nella pancia.
Avevo smesso alla fine dell’anno scorso di andare in bici perché sentivo un piccolo ma fastidiosissimo dolore tutte le volte che scendevo dalla sella; in poco tempo avevo iniziato anche a camminare molto lentamente. Insomma, molto appesantita e rallentata praticamente in tutto. E Ste e mio padre disponibili ad accontentare tutti i miei desideri!
In caso di gravidanza a rischio la maternità inizia tra la 24esima e la 26esima settimana e allo scadere della 25esima Aria ha iniziato a rimanere a casa. La nascita era prevista per la seconda metà di maggio, i tempi iniziavano a farsi stretti e noi ci affrettavamo a completare la cameretta, grazie anche ai tanti scatoloni pieni di beni di prima necessità per neonati, donati da tanti amici con figli ormai più cresciuti e trasportati da Ferru fin qui.

A inizio aprile abbiamo partecipato anche a due serate informative, in un auditorium dell’ospedale, dai titoli: “allattamento al seno” e “partorire ad Haarlem”. Nonostante ciò, non ci sentivamo così pronti.
E, diciamocela tutta, eravamo spaventati alla sola idea di diventare genitori, con le migliaia di domande comuni che ci affollavano la mente..

Un giovedì pomeriggio, mentre chiacchiero con Diego al piano superiore, vengo chiamato da Aria che ci chiede di scendere per il caffè.
Con apparente tranquillità, Aria mi dice di avere perdite piuttosto abbondanti, ma aggiunge che forse basta mettersi sul divano perché le perdite si fermino, dice di averlo provato e “sembra che funzioni”. Ma la soluzione di Aria, basata solo sulla forza di gravità, non mi convince (lei era la prima a non esserne convinta, sotto sotto). Cerco di rassicurarci dicendo che sicuramente non è niente, ma è meglio chiamare l’ospedale per scambiare due parole, mal che vada si parlerà del tempo. La risposta dell’ospedale è un po’ come la mia: sicuramente non è niente, ma passi di qui lo stesso che diamo un’occhiata.
Sono uscita di casa solo con la borsetta, sperando di tornare un paio d’ore più tardi, ma dentro di me ho capito che c’è qualcosa che non va, anche se non sento alcun dolore particolare se non qualcosa alla schiena.
Arrivati in ospedale meno di mezz’ora più tardi grazie al pronto intervento di Ferru col suo camper, ci accoglie una donna sulla quarantina dai modi piuttosto bruschi, o forse lo erano in modo particolare per noi così coinvolti, che fa accomodare Aria in una stanza dove si attendono i risultati delle analisi per sapere se le perdite sono liquido amniotico, le famose acque che si rompono alla fine di una gravidanza, o meno. Abbiamo chiesto di parlare in inglese per capire ogni singola parola, così le infermiere, che a questo punto sono 3, parlano tra di loro in olandese e con noi in inglese. A noi dicono “non sappiamo nulla, aspettiamo di vedere le analisi”, ma tra di loro commentano pochi istanti più tardi, in olandese: “senti l’odore, si sono sicuramente rotte le acque”. Fingo di non capire e caparbiamente cerco conforto nell’infermiera scortese, le dico “33 settimane è troppo presto..”, sperando la donna si lasci andare a un elenco di casi in cui bambini hanno visto la luce sanissimi nonostante periodi ben più brevi in utero e cose di questo genere, ma invece ricevo un “sì, è troppo presto.“. Va bene la schiettezza, di cui gli olandesi si vantano di essere campioni, ma questa sfiorava il sadismo.

Arrivano i risultati degli esami e la rottura delle acque diventa ufficiale.
A due ore dal nostro arrivo all’ospedale, ci portano in una stanza piuttosto ampia, come una camera d’albergo con angolo cottura, bagno con doccia e comoda poltrona. Solo il pavimento, tutto in piastrelle, e il letto, singolo e con le ruote, la rendono inadatta a un hotel. L’infermiera scortese, che si dimostrerà molto affabile nei giorni successivi, lascia il posto a un’infermiera prossima alla pensione, dal taglio di capelli corto e brizzolato, più sgraziata ma più simpatica della prima. Aria viene monitorata con il cardiotocografo, strumento che non abbiamo mai visto, ma di cui capiamo presto il funzionamento; ci sono 3 cifre: a sinistra si vede la  frequenza cardiaca di Mila, a destra quella di Lorenzo e in mezzo la frequenza delle contrazioni. Le quali iniziano a farsi sentire, ma si prova comunque a rimandare la nascita, al fine di dare tempo prezioso ai nascituri per prepararsi a vedere la luce. Arriva anche l’iniezione di cortisone per agevolare lo sviluppo dei polmoni dei nascituri. Passano lunghissimi minuti, scanditi dalle contrazioni che aumentano, io cerco di confortare Aria avvisandola quando vedo che la frequenza sta scendendo, lasciandole qualche attimo per respirare. Ad un certo punto l’infermiera offre degli antidolorifici ad Aria, che accetta senza riserve, all-in! Per gli antidolorifici – avverte lei – bisogna però prima fare un tracciato dello stato dei bambini, al fine di capire, in base alla loro vivacità, se sia opportuno utilizzare un antidolorifico piuttosto che un altro.

L’attesa per una risposta si conclude con un “mi dispiace, è troppo tardi per qualsiasi anestesia”.
Dico io, perché mi illudi che c’è la possibilità di avere un antidolorifico, se poi è molto probabile che non si possa usarlo?!? Piuttosto informati prima e poi chiedi.
Uno dei miei incubi, partorire senza antidolorifici, si sta materializzando.
Mi consolo pensando che quando sentirò troppo dolore, sverrò naturalmente; so che funziona così. Eppure finora non ho sentito carezze, ma stanchezza a parte, credo di non avere un muscolo rilassato e sono anche troppo sveglia!

Aria urla un pochino di più.

 

[Continua qui]

 

|Ste| |Aria|

 

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fette biscottate con topolini

Non è la ricetta di una pietanza da film horror, ma un’usanza tipica olandese.
Sono i beschuit met muisjes (letteralmente “fette biscottate con topolini”), semi di anice ricoperti di zucchero, di colore rosa/bianco e azzurro/bianco, con la forma che ricorda lontanamente un topolino (o una goccia), sparsi su fette biscottate imburrate.

Le ho conosciute grazie ad un collega che è diventato di recente padre per la seconda volta.
Jaap è arrivato in ufficio e ha celebrato la nascita della secondogenita come tradizione olandese vuole: ha preso delle fette biscottate di forma rotonda, le ha ricoperte con uno spesso strato di burro e vi ha fatto piovere sopra questi semini zuccherosi. Come calamitati dalla grassa colla, i muisjes sono rimasti attaccati dando vita a una fetta biscottata coperta da uno strato bianco e rosa. I manufatti sono stati quindi donati a ciascuno dei colleghi, i quali hanno iniziato presto a sgranocchiare rumorosamente. Io ho fatto lo stesso.
Una prelibatezza? Tutt’altro, per me. Mi sembrava di mangiare pan e liquirizia: vi sembrerò strano, ma vi confido che non è il mio piatto preferito.

È una tradizione che va avanti dal XVII secolo, la scelta dei semi di anice è dovuta al fatto che questi sono ritenuti utili nella produzione di latte materno.
Una volta era cosa riservata ai ricchi, ma anche i meno abbienti non si facevano mancare il rito, usando pane anziché fette biscottate.
Il colore dipende dal sesso del neonato: mentre una volta i muisjes erano bianchi per i maschi e rosa per le femmine, ora sono bianchi e rosa per celebrare la nascita di una bambina o bianchi e azzurri per quella di un maschio.
In rarissime occasioni sono stati prodotti i muisjes arancioni, il colore della casa reale olandese. L’ultima volta è successo nel 2003 per festeggiare la nascita di Catharina-Amalia Beatrix Carmen Victoria Prinses der Nederlanden, Prinses van Oranje-Nassau (Cate, per gli amici di scuola), figlia del principe Willem Alexander e quindi nipote della Regina. Sebbene sia così giovane, Caterina è la seconda in linea di successione dopo il padre, che è il primo erede maschio al trono dal 1884 (non ditelo a Guglielmo, ma io spero in un’altra donna sul trono dei Paesi Bassi).

Tornando alla tradizione olandese di cui vi parlavo, l’unico produttore di muisjes, acquistabili presso la maggior parte dei supermercati olandesi, è de Ruijter (dal 1860), famoso anche per la vendita di altri prodotti di uso simile, abbinati cioè a burro e fette biscottate, ma a mio avviso più interessanti: scagliette di cioccolato di tutti i tipi, come quelle che in Italia si usano per farcire le torte, da appiccicare su una superficie imburrata prima di ingurgitare il tutto.

Curioso modo di celebrar nascite o di far merenda, ma non mi ha convinto: io sono un tradizionalista e, su pane o fette biscottate, spalmo ancora burro e marmellata, o Nutella!

|Ste|

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