Archive for lavoro

disoccupazione 2014

Ho cancellato gli ultimi files dal PC e inviato le email ai contatti presso i vari fornitori, per avvisarli che il mio indirizzo non sarebbe stato più valido.
Scrivania dell’ufficio e desktop del PC sono sincronizzati: tutto vuoto, anche i cestini, quello reale e quello virtuale.
Sgancio e lascio sul tavolo le 3 chiavi dell’ufficio, riscoprendo il portachiavi leggero, mentre un uomo ormai provato da troppi anni di convivenza con se stesso ripete frasi di circostanza, che scivolano addosso a chi lo conosce bene.
Saluto i due colleghi rimasti in servizio e chiudo la porta alle mie spalle, mi stupisco della mia maturità (civiltà? stupidità?), quando rinuncio a sputare sulla nuovissima auto da quasi sessantamila Euro, comprata dal titolare coi soldi di una società che licenzia dipendenti per problemi economici.
Ora sento leggero anche me, per qualche istante penso di aver dimenticato qualcosa in ufficio e invece realizzo di essermi liberato di un grosso peso.
La mente viaggia veloce e subito si pone il problema del futuro, ma altrettanto velocemente giungo alla conclusione che non meritavo di spendere ancora del tempo per far ingrassare lui. Trovarsi senza lavoro non è mai facile, ma mi sento positivo. Inoltre non è l’unico lavoro che ho, ne conservo ancora uno di poche ore a settimana che però continua a darmi le sue soddisfazioni.

La fine del rapporto lavorativo è stata un processo piuttosto lungo che merita qualche riga su questo blog, per chi si trovasse nella mia situazione, o per chi semplicemente volesse sapere come funzionano le cose qui oggi.

uwvEssendo il mio contratto a tempo indeterminato, il titolare ha dovuto richiedere all’UWV, l’ente che si occupa di pagare le persone in malattia e quelle in disoccupazione, il permesso per licenziare. È partito un procedimento durato circa 3 mesi e mezzo, durante il quale l’azienda dà le motivazioni, economiche in questo caso, per le quali richiede il licenziamento, mentre il lavoratore, se vuole evitare il licenziamento, deve dimostrare che non ci sono i presupposti per interrompere la collaborazione (quindi, in questo caso, che mancano i motivi economici, o che non viene rispettato il corretto ordine di licenziamento all’interno dell’azienda).
Nonostante le mie pronte risposte, per le quali mi sono iscritto anche al sindacato FNV, dal quale ho avuto quasi subito una consulenza, l’UWV ha dato ragione al titolare, accettando la sua richiesta di licenziare me, ma non è stato della stessa idea per una mia collega che si trovava in una situazione simile alla mia.

FNVLa decisione di UWV, una volta appurata l’effettiva cattiva situazione economica dell’azienda richiedente, si basa sull’unicità o meno della funzione del lavoratore per il quale è richiesto il licenziamento. Se, come nel mio caso, l’azienda è abbastanza piccola da avere solo una persona che si occupa di Acquisti e Logistica, la funzione è quindi unica, e il titolare dichiara di voler rimuoverla (o dichiara di voler prendere lui stesso in mano le funzioni che fino a quel momento spettavano a un dipendente), è libero di farlo, licenziando.
Se, come nel caso della collega, la sua funzione non è unica perché ci sono più lavoratori che la occupano, vale invece la regola “first in, last out”, il primo arrivato è l’ultimo ad andarsene. Essendoci in azienda un’altra persona, più giovane sia di età che di anzianità, con una funzione compatibile con quella della collega (lui è venditore per il mercato olandese, lei per quello italiano, ma sono entrambi venditori), l’UWV non ha concesso il licenziamento.

Non è cambiato moltissimo dal 2011, quando fu Aria a chiedere il sussidio (vedi post) in seguito alla scadenza del contratto, di sicuro però è diminuito il numero dei mesi di disoccupazione: il minimo rimane 3 mesi, mentre il massimo corrisponde ad un mese per anno lavorato (avendo lavorato 3 anni o meno, si ricevono 3 mesi di disoccupazione, avendo lavorato più di 3 anni, si riceve un mese di disoccupazione per ogni anno in cui si è lavorato per almeno 52 giorni).
Le regole per chi riceve il sussidio non sono invece cambiate: rimane l’obbligo di contattare almeno un datore di lavoro a settimana inviando un curriculum, dimostrandosi attivi nella ricerca di lavoro e documentando con report aggiornati tale attività. Se nel 2011 era un work coach in persona a mettersi in contatto con i candidati per verificare come procedesse la ricerca di una nuova occupazione, è ora un computer a prendersi cura di controllare chi riceve il sussidio ed eventualmente stanare i fannulloni.
Il che significa maggiore automatizzazione e riduzione degli sprechi, ma anche che qualche posto di lavoro è stato sacrificato sull’altare della modernizzazione.

Ho deciso che nei primi giorni mi dedicherò a sistemare un po’ di cose a casa, le pareti della camera al primo piano richiedono interventi di manutenzione e questo sembra un ottimo momento per occuparsene.
Nel frattempo mi riorganizzo un po’ le idee e cerco di capire cosa voglio – e posso – fare da grande.
E, naturalmente, aggiornerò più spesso questo blog, trascurato negli ultimi mesi per i motivi citati sopra ed altri di cui parleremo in un secondo momento.

|Ste|

Comments (5) »

Pregiudizio e realtà

Più volte mi è capitato di annotare le differenze tra Italia e Olanda, soprattutto riguardo alla cultura, al costume e al modo di vivere.
È chiaro che il mio modo di vedere le cose era – è – condizionato dalla cultura in cui sono cresciuta, sia italiana che locale (lo stivale è lungo e ogni regione ha le proprie tradizioni), e questo può creare dei pregiudizi.

Per esempio, ho rivisto il mio rispetto nei confronti delle istituzioni, degli uffici: gli impiegati olandesi sono generalmente educati ed efficienti e hanno gli strumenti per fare il loro lavoro; il risultato è che, nonostante le lamentele degli olandesi, la burocrazia è piuttosto veloce ed ‘indolore’.

Gli stipendi in Olanda sono mediamente più alti di quelli italiani (la stessa situazione si riscontra anche nel resto del nord Europa), ma ogni azienda attua le proprie condizioni salariali, basandosi su diversi criteri come la quantità di dipendenti, la tipologia di mercato, la creazione o la modifica di leggi fiscali, …
L’assenza della liquidazione accomuna tutti: in Olanda non è previsto il cosiddetto trattamento di fine rapporto. Di conseguenza, però, non sono previste nemmeno le trattenute sullo stipendio, che viene decurtato di circa un quinto tra tasse e previdenza.
Ho scoperto solo poco tempo fa che l’adeguamento all’inflazione, che generalmente è di poco inferiore al 2% dello stipendio mensile e comincia ad essere accreditato all’inizio dell’anno, non è obbligatorio per legge. Non so se in Italia invece lo sia, di sicuro so già che non lo riceverò per il prossimo anno.
In compenso, l’azienda ci ha fatto gli auguri di buone feste dandoci il consueto bonus di Natale – quasi il 20% di una mensilità – con lo stipendio di dicembre, come sempre anticipato di qualche giorno rispetto agli altri mesi dell’anno.

Nonostante la lontananza, ci teniamo piuttosto informati su quello che succede in Italia; sappiamo che le elezioni sono previste per il 24 febbraio e ci sembra che non ci siano molte – quasi nessuna? – facce nuove tra i candidati al ruolo di primo ministro.
Però questa volta sarebbe possibile delegittimare con il voto popolare quei conclamati delinquenti che, sappiamo per esperienza, si arricchiscono sulle spalle degli onesti; quei risaputi immondi politicanti che si comportano in modo indecente ed inqualificabile.
Questa sarebbe l’occasione anche per fare una bella figura all’estero e per evitare a noi espatriati di vergognarci dell’ennesima scelta impresentabile.

|Aria|

Comments (1) »

incastri temporali

In Italia tutti i miei spostamenti avvenivano in auto; nei cinque anni precedenti la mia partenza era una Golf III serie che costava poco più dell’impianto stereo che in essa era stato installato. In tutto, meno di duemila euro quando la comprai nel 2004.

Tutti i tempi degli spostamenti dipendevano da me e basta, eccezion fatta talvolta per il fattore traffico, talvolta per la quantità di benzina in serbatoio (che imponeva quindi un basso numero di giri e, di conseguenza, una velocità inferiore). Nonostante la libera scelta dei tempi e della tabella di marcia – o forse proprio a causa di questa – mi trovavo sempre ad essere di corsa. Avevo fatto dei calcoli sofisticatissimi basati sul nulla, che mi permettevano di lasciare casa all’ultimo istante utile per arrivare al lavoro in tempo. In realtà non sempre funzionava, ma ho collezionato perlopiù ritardi di pochi minuti (5-7). Lavoravo presso un’area di servizio autostradale, quindi potevo giocarmi ogni secondo sulla strada. Così, a seconda del ritardo che avevo al momento della partenza da casa, decidevo che strada fare.
Ritardo minimo: strada normale e piccolo tratto in autostrada (3 km, senza pedaggio).
Ritardo sostenuto: intero percorso – fatta eccezione per i 2 km che dividevano casa mia dal raccordo – in autostrada. Ottanta centesimi per percorrere poco più di 5 chilometri, ma erano opportunamente ripagati dalla felicità dei miei colleghi che ricevevano il cambio in tempo. Ovviamente la velocità era direttamente proporzionale al ritardo e, nei giorni in cui avevo fatto peggio i calcoli, sentivo urlare il motore della più che maggiorenne Golf rossa (chiamiamola col suo nome: la Rouge), quando la spingevo a 160 per guadagnare qualche sporco secondo. La tecnica era però affinata e quasi sempre arrivavo meno di un minuto prima dello scoccare del turno, ma almeno non diversi minuti dopo: questo bastava già agli stanchi colleghi che conoscevano, temendolo, il mio ritardo cronico.

Ora la situazione è un po’ cambiata. L’età o l’Olanda mi hanno fatto diventare più puntuale e meno incline a fare le cose all’ultimo secondo. Non grossi miglioramenti, ma dai secondi siamo arrivati ai minuti, anche mezze dozzine a volte. Più che l’età e il “giudizio”, credo sia la diffusa puntualità olandese ad avermi cambiato. Non lo dico per scarsa fiducia in me stesso, in quella sono migliorato sicuramente, lo dico perché ogni volta che faccio ritorno al mio Paese per qualche giorno, riprendo la macchina e con essa la libertà di crearmi gli orari sul momento, sbagliando di grosso sulle previsioni e arrivando agli appuntamenti con sostanzioso ritardo.

Sebbene qui al nord i mezzi siano puntuali, efficienti, abbondanti e quasi impeccabili, ho comunque mantenuto un po’ del mio spirito last minute. È molto difficile che io arrivi tardi al lavoro, poiché ho degli orari abbastanza elastici (ingresso tra le 9 e le 10), ma nonostante ciò cerco di ottimizzare al massimo i tempi, di questo volevo narrarvi in questo articolo, dopo essermi dilungato in estese premesse.

Ottimizzare i tempi per me significa riuscire a dormire qualche decina di minuti in più la mattina e non perdere minuti per strada quando ritorno la sera.

La mattina cronologicamente perfetta prevede: sveglia con almeno 3 snooze della durata di almeno 5 minuti ciascuno (attenzione a non farlo se Aria è ancora a letto…ogni tanto ci riesco lo stesso, rischiando però di rovinare la giornata alla mia bella), abbandono delle amate coperte alle 7.45, un’ora abbondante per far colazione e prepararmi.
La sveglia, nel senso letterale del termine, avviene tra le 8.55 e le 8.59, nei 600 metri di pista ciclabile che dividono casa nostra dalla Stazione di Haarlem, soprattutto ora che il freddo inizia a pungere. Mi sveglio del tutto quando scorgo la stazione. Salto giù dalla bici e la faccio scivolare lungo le apposite feritoie mentre scendo le scale del parcheggio sotterraneo. Lo sguardo va a sinistra verso il monitor: se va male si vedono sullo schermo le immagini della telecamera che inquadra l’entrata, e vedo me stesso entrare. Inutile se non per controllare il proprio aspetto mentre, già trafelati nonostante l’ora, si trascina una bici dentro un parcheggio.
Se va bene sullo schermo ci sono i treni in partenza, con tanto di numero del binario aggiornato (si sappia che gli olandesi sono precisissimi per gli orari ma avvezzi al cambio del binario); da qui vedo dove troverò il treno ma soprattutto scopro eventuali ritardi che mi permettono di prendermela un po’ più comoda. Cerco parcheggio in una delle file più vicine alla scala che porta alle banchine, solitamente la 7 o la 8, e ne memorizzo il numero, assieme a qualche indicazione approssimativa sulla posizione all’interno della fila, dal momento che ognuna delle 16 file conta almeno 300 posti.  Lasciato il mio ciclo arrugginito, salgo le scale interne e arrivo alla galleria al piano terra, poi salgo al binario in tempo per il treno delle 9.06 e arrivo ad Amsterdam alle 9.22.
Con passo sostenuto attraverso la galleria principale della stazione della capitale, arrivo al passaggio pedonale (aggiungere 30 secondi se il semaforo è rosso) ed eccomi all’attracco del traghetto.
Il traghetto per IJplein fino alle 9 è molto frequente, con una partenza ogni 7 minuti; passata quell’ora la frequenza si riduce a un traghetto ogni 15 minuti. Quindi mi rimane la scelta tra la barca delle 9.27 – e avanza tempo per il caffè – e quella delle 9.42 – niente caffè.
Arrivato dopo una navigazione di circa 4-5 minuti alla riva opposta, prendo la Gazelle e pedalo pochi minuti per arrivare al lavoro. Se tutto funziona a dovere, raggiungo la mia scrivania con almeno cinque minuti di anticipo.

traghetto ferry veer ijplein central station AmsterdamIl ritorno è ancor più preciso e non si può sbagliare.
Fine lavoro alle 18.30, volata fino ad IJplein dove il traghetto (non!) mi attende alle 18.35.
Dopo molti treni persi ho cambiato metodo e parcheggio la mia bici dal lato nord dell’IJ. Solitamente, infatti, mi avanza un minuto alla partenza del traghetto, più che sufficiente per assicurare la bici alle strutture in alluminio di un affollato quanto piccolo parcheggio. A rendere il tutto più simile a “scommettiamo che..?“, ci pensa l’orologio a led arancioni posto sopra l’attracco, che mostra il conto alla rovescia al termine del quale il traghetto leva le ancore. Se la mitica Gazelle non fosse così vecchia e acciaccata avrei paura di non trovarla il giorno dopo, dal momento che ogni tanto vedo uno dei tubi in sottile alluminio tagliato con la flex (sono cavi all’interno e qualcuno se n’è accorto).
Arrivato sull’altro lato dell’IJ (fiume? mare? un corso d’acqua largo 350 metri in quel punto), corro in stazione e cerco il treno delle 18.44, che spesso si trova al 2b, il binario più lontano rispetto all’entrata dalla quale arrivo io. Da quando non perdo più un minuto abbondante per parcheggiare la bici dal lato della stazione, riesco quasi sempre a salire sul treno con una ventina di secondi di anticipo sulla chiusura delle porte.

Le rimanenti volte o perdo il treno oppure mi trovo davanti a scene bizzarre, come quella volta in cui, già salito ai binari e diretto verso le tre luci gialle della locomotiva, continuavo a vedere gente che, invece di correre assieme a me la consueta maratona che si scatena nei due minuti precedenti la partenza del treno, mi veniva incontro.
Usciva dal treno invece di entrarci, qualcosa non andava.
Prima di arrivare al treno che a quel punto era quasi vuoto – gli ultimi a scendere sono quelli più distratti, con il lettore mp3 che suona più forte del macchinista che avvisa i passeggeri tramite gli altoparlanti – mi sono girato e ho iniziato a seguire la corrente umana. Non c’erano indicazioni sul treno che avrebbe sostituito quello sul 2b, quindi ho deciso semplicemente di fidarmi dell’istinto degli olandesi. Guardando gli orologi della stazione non pensavo che avrei lasciato Amsterdam prima delle 18.57, orario del treno successivo, tanto che tra me e me stavo già lamentandomi.
La massa di pendolari si era snodata fino a scomparire dentro al treno sul binario 1. L’orario di partenza e la destinazione del mezzo indicati sugli schermi LCD erano gli stessi del precedente, ma il macchinista aveva atteso quasi cinque minuti oltre l’orario previsto prima di chiudere le porte, di modo che tutti (perlomeno i mediamente attenti) potessero salirvi senza problemi. Continuava ad arrivare gente, anche se il flusso era sempre meno intenso. Quando la pancia del treno era oramai piena, è arrivato il fischio del macchinista che precede la chiusura delle porte. È in questo momento che è accaduto qualcosa di molto divertente: le porte hanno emesso il solito sbuffo prima di iniziare a chiudersi, dopo di che hanno iniziato a scorrere una verso l’altra. Quando sembrava che oramai i giochi fossero fatti e lo spazio tra le due porte era ridotto a una quarantina di centimetri, è saltato sul treno un tipo sulla trentina che ha messo se stesso tra le due porte. Il meccanismo di chiusura ha rallentato fino quasi a fermarsi: il tizio era dei nostri.

treno NS ferrovie olandesiNon pago per aver salvato la propria pelle, ha deciso di portare con sé anche i successivi passanti, per lui perfetti sconosciuti ma compagni nell’assalto al treno. Così ha appoggiato le mani su entrambe le porte e le ha spinte per allontanarle. Era paonazzo e rumoreggiava per la fatica poiché il meccanismo tentava comunque di chiuderle, ma insistendo un po’ è arrivato al punto in cui la procedura si interrompe e le porte si aprono nuovamente. Una decina di passeggeri rimasti prima a terra è riuscito a conquistare un posto a bordo, ringraziando il loro eroe mentre le porte riprovavano a chiudersi, stavolta con successo. Dopo il plateale gesto di altruismo dell’intrepido pendolare il gigante giallo e blu ha iniziato pian piano a scivolare sulle rotaie. Il peso lo faceva oscillare leggermente a destra e a sinistra quando affrontava le prime curve, poi ha preso velocità per portarci tutti verso casa.

|Ste|

Comments (4) »

L’efficienza prima di tutto

Che i Neerlandesi siano un popolo piuttosto pratico, è cosa risaputa. Sono lavoratori scrupolosi, zelanti e sono poco inclini a non lavorare (per scioperi, malattie, …).
Soprattutto durante il primo contratto di lavoro (generalmente di 6 mesi, inclusa la prova, tutto pagato ovviamente), la presenza è uno dei fattori che vengono considerati di più nella valutazione del lavoratore.
Apprezzo tutte queste caratteristiche, ma devo confessare che generalmente manca la creatività -tutta italiana, secondo me-.

Per raggiungere il luogo di lavoro prendo un treno da Haarlem e una metropolitana da Amsterdam Sloterdijk; per il ritorno, stesso percorso al contrario. Ho deciso quindi di fare un abbonamento mensile al treno insieme ad uno per la prima zona della metropolitana: più conveniente che utilizzare solo il mio sconto annuale (dopo le 9:00 nei giorni feriali) sui treni.
Con mia somma sorpresa, l’impiegata delle NS mi ha informato che l’abbonamento ai mezzi urbani era valido sia per la prima zona della metro da Sloterdijk, sia per la prima zona degli autobus dalla stazione di Haarlem. Praticamente, con un unico abbonamento mensile, posso usufruire di un servizio da parte di 2 gestori: GVB (Gemeentelijk VervoersBedrijf, l’azienda municipalizzata trasporti), che si occupa dei mezzi urbani ad Amsterdam, e Connexxion, che ha lo stesso compito ad Haarlem.
Ne ho parlato con una collega al lavoro, le ho detto della mia sorpresa per il doppio servizio ad un unico prezzo e lei, che ha vissuto all’estero per diversi anni, ha demolito il mio entusiasmo raccontandomi che in altri paesi europei vale la stessa procedura. Sai com’è, quando si arriva dalla provincia italiana..

Qualche mattina fa, quando sono arrivata alla banchina della metro c’era tantissima gente ad aspettare; quando è sopraggiunto il mezzo, la maggior parte delle persone è entrata, stipandosi come in una scatola di sardine.
La metro, però, non si è mossa; anzi, le porte si sono chiuse, ma si sono spente le luci. Dopo un paio di minuti di apri/chiudi le porte e dopo che più di qualcuno ne era uscito, abbiamo sentito un annuncio che informava di prendere il ‘treno’ sull’altro binario. Proprio sul binario a cui arriva sempre la metro che mi porta a Sloterdijk, alla fine della giornata lavorativa; ci stavano informando che proprio da lì stava arrivando la metro che ci avrebbe portato in direzione opposta (rispetto al consueto).
Con un po’ di timore, ho preso la metro come tutti e non è successo niente altro di particolare.
Mi sono stupita, però, della velocità con cui hanno risolto il problema, senza farsi prendere troppo dal panico.
Ogni tanto dimentico di vivere nei Paesi Bassi, uno dei paesi europei più efficienti.

|Aria|

Comments (7) »

Quando si apre un portone

Da quando arrivai in Olanda 2 anni e mezzo fa -in realtà anche da prima-, il mio desiderio era quello di lavorare per una società di impostazione non italiana. Ero convinta che avrei provato la differenza tra lavorare all’italiana e all’estero.

Ho lavorato per un armeno, un italiano, un’olandese e una spagnola e devo dire che non ho notato una grande differenza tra i primi due. Più trasparente e onesto il rapporto con le seconde, ma forse anche perché donne.
Una alla volta, tutte le porte si sono chiuse, per permettermi di cambiare strada e provare le successive. Ad ogni porta chiusa, la mia cara suocera mi ripeteva: “Abbi pazienza, quando si chiude una porta si apre un portone” e mi spronava a non mollare la ricerca di un lavoro più soddisfacente.

Mi sono data da fare, ho cercato, provato, risposto e alla fine una società olandese mi ha chiesto di approfondire la mia conoscenza. Mi hanno intervistato telefonicamente, esaminato telematicamente (mancava la scansione della retina, ma chissà, in futuro..), incontrata personalmente per un’oretta e poi mi hanno mandato il contratto di lavoro a casa, alcune settimane prima che l’impiego iniziasse.

Direi che era questo il portone a cui si riferiva la cara Manu.
E finalmente ho raggiunto un altro grande obiettivo, faticoso indubbiamente, ma anche ricco di prospettive.
E come sempre, l’ho raggiunto con le mie sole forze e capacità, quindi vale doppio!

|Aria|

Comments (9) »

Werkloosheid

[Disoccupazione]

Quella della disoccupazione è una condizione globale e trasversale: ogni Stato cerca di fronteggiarla e superarla come meglio può, ma la si trova ovunque.
Dagli ultimi dati che ho sentito, la disoccupazione olandese è attualmente intorno al 5%.
Come funziona la disoccupazione in Olanda? Io non so bene nemmeno come funzioni in Italia, ma se avessi delle domande saprei già a chi rivolgerle.

Per quanto riguarda la disoccupazione in Olanda, ho qualche riferimento da dare.

  • Se il disoccupato ha lavorato da 14 a 24 mesi negli ultimi 60, ha diritto alla disoccupazione per un periodo minimo (3 mesi), a salire in proporzione ai mesi ‘lavorati’. Ovviamente i precedenti lavori devono essere stati registrati per avere validità in questo conteggio.
  • L’assegno di disoccupazione viene calcolato in base alla media degli stipendi dell’ultimo anno; non è mensile, ma suddiviso in settimane (generalmente vengono effettuati 2-3 accrediti mensili, direttamente sul conto bancario).
  • Entrare nel programma di disoccupazione vuol dire iscriversi anche al programma di collocamento.
  • Si ha diritto ad avere una guida (werkcoach) che supporti la ricerca di lavoro, o che aiuti la formazione professionale.
  • La malattia e la gravidanza sono contemplate nella disoccupazione, anche se probabilmente vengono retribuite meno. Caso diverso per la ‘vacanza’: sono previsti 20 giorni all’anno, i quali diminuiscono proporzionalmente in base alla durata del sussidio di disoccupazione.
  • L’Uitvoeringsinstituut WerknemersVerzekeringen (UWV, l’istituto nazionale che si occupa sia della disoccupazione sia dell’implementazione del lavoro) organizza degli incontri con le uitzendbureaus (le agenzie di lavoro interinale) per favorire l’incontro tra domanda e offerta.

Insomma, sembra quantomeno che gli olandesi siano organizzati ad affrontare lo status della disoccupazione.

Mi raccomando, andate a votare al referendum. E portate anche gli amici e i parenti!!

|Aria|

Leave a comment »

gekkenhuis

Berlusconi - quotidiano olandese

Berlusconi su nrc next

“Gekken” significa “matti”, “huis” in italiano vuol dire “casa”. Sappiate che in giro per il mondo c’è la faccia del nostro (vostro?) Presidente del Consiglio con la scritta “Manicomio” quasi sulla faccia. E come dargli torto. Nell’articolo si parla dell’ennesima legge per la sua immunità (anche di pochi altri, stavolta), e dei giudici che iniziano a lanciare allarmi ufficiali sulla salute della democrazia italiana.

Ho iniziato la mattina in treno così, commentando con Aria la faccia di Berlusconi sul giornale di un nostro dirimpettaio di treno. Oggi abbiamo perso il treno delle 9 e 06, così abbiamo preso quello dieci minuti più tardi. Arrivati al primo binario di Amsterdam centrale, corsetta sulla banchina, poi giù per le scale dove ogni giorno veniamo avvolti da un fortissimo profumo di brioche appena sfornate. Per fortuna, tra la coda costante di persone e la non eccessiva bontà delle brioche olandesi, ci risparmiamo sempre questa dose di burro.
Oggi mi fermo a comprare il giornale: oltre a cercare di leggerlo devo aggiungere una foto sul frigo, nell’angolo della protesta. L’ultima che ho fermato tra calamita e metallo bianco raffigura mr. B. subito dopo la statuetta ricevuta. Non parlo di un telegatto, ma del duomo di Milano in miniatura che gli è arrivato in faccia.
Pago e raggiungo Aria alla fermata dell’autobus. In dieci minuti, due dei quali in un tunnel subacqueo sotto l’Ij, riusciamo a scorgere la serie di palazzoni da 15 piani; il nostro ufficio si trova al decimo piano di uno di questi. Prima di arrivare alla fermata rimango sempre un attimo perplesso nel guardare degli strani cestini messi nello spartitraffico erboso tra le due carreggiate, all’altezza di uno stop. Non è un cestino normale: sembra una rete per catturare le farfalle, tesa orizzontalmente. A vederlo da lontano oltre i vetri dell’autobus, sembra un cestino da centrare al volo passando con la macchina; mi avvicinerò di più e fornirò prove fotografiche.

Il quartiere non è uno splendore e qui, anche nell’evoluto Nord Europa, si vedono sporcizia e immondizie per terra molto spesso. Sembra la versione olandese di un “quartiere popolare” italiano, sebbene in Olanda non siano i condomìni ad essere popolari o meno, bensì gli appartamenti, per evitare la ghettizzazione.
Arrivati alla fermata scendiamo assieme a molti giovani che frequentano una scuola vicina all’ufficio. Noi siamo sicuramente fortunati a lavorare dalle 10 di mattina, ma questi studenti lo sembrano ancor più di noi se ripenso alle levatacce che mi toccavano per arrivare (quasi) puntuale a scuola a Gorizia. Alle dieci meno qualche minuto siamo seduti in ufficio e un primo caffè italiano dà inizio alla giornata. Telefonate ed email in arrivo ne dettano il ritmo e la densità.

Il ritorno, la sera, non differisce molto dall’andata, ma si fa ogni giorno un po’ più interessante con l’aumentare delle ore di luce e della temperatura, perché tra qualche settimana si potrà tornare dal lavoro, fare un giro in bici ed essere a casa con ancora un po’ di luce attorno.
Con il lavoro va ogni giorno meglio, mi sto ambientando e prendendo padronanza dell’argomento, fino a una settimana fa mi sudavano le mani così tanto che pensavo a degli assorbenti con le ali da indossare prima di entrare in ufficio. Ora mi sento molto più a mio agio, anche se deve passare ancora qualche tempo perché io possa sentirmi padrone della situazione, ma sono molto soddisfatto del percorso che sto facendo.

Sembra che con il lento arrivo della primavera (che in olandese si dice de Lente, ironia della sorte?) riprenderanno le visite di parenti ed amici, ma sono lenti anch’essi nelle conferme, quindi attendo qualche giorno prima di scriverne per sapere chi veramente ce la farà ad arrivare a Haarlem. Magari vi do qualche dritta per invogliarvi a passare qualche giorno in Olanda, la primavera è la stagione migliore qui!

|Ste|

Comments (5) »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: