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Nonostante il suo aspetto green, dato perlopiù dalla massiccia presenza di biciclette sulle strade, dalle verdi distese di erba e alberi rese rigogliose dalle abbondanti piogge, e dalle grosse turbine eoliche visibili appena fuori dalle città, l’Olanda non è un paese troppo attento all’ecologia.
Il fabbisogno energetico è soddisfatto per meno del 7% da fonti rinnovabili (5,5 % nel 2014, obiettivo 14% nel 2020; Italia: 18% nel 2014, 18% nel 2020, fonte Eurostat).
La raccolta differenziata è volontaria e la sezione umida dei rifiuti non viene raccolta in città.
Il porto di Rotterdam, il più grande d’Europa, da solo inquina in maniera abominevole.
Buona parte dei rifiuti viene convertita in energia con la combustione tramite termo-valorizzatori (termine aulico per dire inceneritori): non fosse per le emissioni, sarebbe una soluzione perfetta: non solo produrre energia gratis, ma eliminare allo stesso tempo i rifiuti. Così perfetta che qualcuno ha ben pensato di importare, dietro profumato compenso, i rifiuti tristemente famosi di Napoli per bruciarli qui.
Non fosse per le emissioni, appunto.

Presa coscienza di questa situazione, HVC – organizzazione che raccoglie rifiuti riciclabili e produce energia rinnovabile – ha organizzato in 29 comuni olandesi l’iniziativa “100-100-100“: 100 giorni, 100 famiglie, 100% liberi da rifiuti.
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Il progetto prevedeva fondamentalmente: risparmio di materie prime e drastica diminuzione del cosiddetto “secco residuo”.
Io ne sono venuto a conoscenza grazie ad affissioni pubblicitarie viste in città e mi sono iscritto online, perché incuriosito e probabilmente perché reso ancor più sensibile all’argomento ecologia da quando sono nati i nostri figli.
Trascorso il termine per l’iscrizione, io e gli altri partecipanti – il numero prefissato, 100 famiglie, è stato presto raggiunto e superato, arrivando a più del doppio di adesioni – siamo stati invitati all’incontro di presentazione, in una elegante sala del Municipio di Haarlem, con vista su Grote Markt.
Sono state due ore piuttosto intense, l’acustica non era ottimale e il mio olandese neppure, ma la presentazione in Power Point proiettata, assieme alle informazioni presenti sul sito, ha ben reso l’idea del progetto e le regole del gioco.
Da lì siamo andati via con un pacchetto contenente una bilancia elettronica per pesare i rifiuti, un contenitore in cartone per raccogliere piccoli elettrodomestici / batterie / lampadine esauste e diverse brochure informative sulla corretta divisione dei rifiuti e sull’utilizzo della piattaforma online, creata per l’occasione.

Le regole di 100-100-100 sono semplici: l’obbiettivo è produrre meno secco residuo possibile e ciò si ottiene sia massimizzando la raccolta differenziata, sia evitando di produrre rifiuti in origine (per esempio, non utilizzare i sacchetti singoli per frutta e verdura al supermercato e/o usare gli stessi come sacchetti per piccoli cestini in casa, invece che comperare appositi sacchetti oppure preferire, al momento dell’acquisto, un prodotto piuttosto che un altro anche per la riciclabilità della sua confezione).

Ogni settimana i partecipanti accedono al sito internet e dichiarano il peso del secco residuo prodotto negli ultimi 7 giorni, oltre a partecipare, volendo, ai “compiti per casa” settimanali, tra i più disparati: contare il numero totale di sacchetti usati in 7 giorni, quante volte si tira lo sciacquone durante la giornata, come ci si è organizzati per raccogliere la differenziata e in quali contenitori, eccetera.
Sulla piattaforma online i partecipanti possono anche conoscersi e scambiarsi idee e opinioni. Non meno importante è la sezione del sito che aiuta i partecipanti nella divisione dei materiali per la raccolta differenziata: un utilissimo database che include moltissimi prodotti di uso comune e la loro destinazione, riciclo o smaltimento.

Alla fine dei 3 mesi di esperimento, i partecipanti hanno prodotto meno di un ottavo dei rifiuti, che vuol dire 33kg all’anno pro capite, contro i 265 kg prodotti da un cittadino haarlemese medio in un anno .

Com’è andata a casa nostra? L’entusiasmo iniziale si è scontrato con la realtà dei fatti: il peso dei pannolini , 8-10 al giorno completi del loro angelico contenuto, ci ha buttati fuori da ogni possibile classifica.
Anzi, a conti fatti, abbiamo realizzato di essere una delle famiglie che produce più kg di immondizia, nonostante cerchiamo di essere più attenti possibile.
Così ho smesso presto di inserire il dato reale della nostra produzione sul sito ed ho preferito inserire lo stesso, ma tolto il peso dei pannolini. Per più di un mese ho anche voluto vedere quanti rifiuti in meno avremmo prodotto separando il GFT (frutta, verdura, verde in generale) e portandolo una volta alla settimana di persona fino alla discarica, in zona industriale.
Pannolini a parte, il risultato è stato notevole: su circa 10 kg di immondizie, più di 6 kg era costituito da materiale organico compostabile.

A essere onesti, già abbiamo in casa l’alternativa ecologica ai pannolini usa e getta, i pannolini lavabili. Ma, un po’ per pigrizia, un po’ per sopravvivenza, li abbiamo usati ben poco in questi quasi due anni e mezzo. Ci siamo promessi però di rimediare in futuro, insegnando ai nostri bambini prima a usare il vasino e poi a rispettare in ogni modo possibile il pianeta e le limitate risorse di cui dispone. E contiamo, in un paio d’anni, di diventare competitivi nella “100-100-100”, sperando che nel frattempo si muova qualcosa a livello comunale, se non altro per la raccolta dell’umido in città: sarebbe già una grossa rivoluzione e un taglio drastico nella quantità di rifiuti da smaltire.

|Ste|

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il campeggio in città

mandela doetuin

Mandela Doetuin

Il quartiere in cui viviamo, Haarlem Noord, è residenziale, piuttosto multietnico e pieno di famiglie con bambini. Nel raggio di 2km si trovano diversi asili, scuole, parchi attrezzati, fattorie cittadine e tutto ciò che può servire a tenere impegnato un bambino all’aria aperta.
A pochi passi da casa nostra si trova un parco piuttosto grande, il Nelson Mandelapark (curiosità: il parco ha questo nome da ben prima che lo storico Presidente del Sud Africa passasse a miglior vita, se uno merita un parco perché aspettare che muoia), dove trovano posto un campetto da calcio, uno da basket, una rampa per skateboard, uno scivolo e altri giochi per bambini piccoli, diverse aiuole e molti alberi. Su un lato corto del parco si trova anche un doetuin, credo unione delle parole doe, imperativo del verbo “fare” e tuin, “giardino, orto”: 28 mini orti da 25mq l’uno, a disposizione dei cittadini che ne fanno richiesta, liste d’attesa permettendo.
Ma di questa iniziativa, che mi piace molto, vi parlerò nel dettaglio in uno dei prossimi articoli.

Per la sua vicinanza da casa e per il suo gradevole aspetto, il Nelson Mandelapark è da molto il nostro preferito e ci andiamo sia con i bimbi che per una chiacchierata in relax con amici. Durante il giorno e nelle prime ore della sera non è quasi mai vuoto, essendo meta preferita anche dei possessori di cani del quartiere, ma ci sono stati giorni in cui il parco non si è svuotato nemmeno di notte. Nel weekend di metà luglio, è stato infatti teatro di una bella iniziativa, alla prima edizione in quel di Haarlem: il buurtcamping, campeggio di quartiere.

buurtcamping

Per 3 giorni e 2 notti il parco si è trasformato in un ordinato e funzionale campeggio, fruibile dai residenti di Haarlem Noord pagando una modica cifra all’organizzazione. Posti tenda, un paio di punti di ristoro, una lunghissima tavola per cenare insieme, gazebo destinati a workshop, giochi per i più piccoli e zona relax.
Il buurtcamping, secondo gli organizzatori, volontari, è un’occasione per conoscere i propri vicini, fare nuove amicizie ma anche godersi una vacanza con pochi euro.

In campeggio si sta tutto il giorno all’aria aperta e tutti sono uguali – si legge nella presentazione dell’iniziativa, sul volantino arrivato a casa di tutti gli abitanti del quartiere -, con quel rotolo di carta igienica (presente anche nel logo, aguzzate la vista) sotto braccio, abbiamo tutti lo stesso identico aspetto impacciato. Incontri i tuoi vicini di casa, fai due chiacchiere e ti dai una mano. Costruendo insieme il camping o facendo una partita a badminton, gli abitanti del quartiere imparano a conoscersi in un contesto di relax vacanziero“.

I prezzi sono abbordabili: per un weekend si pagano 10 € a persona e 5 € a tenda, con sconti per i volontari e i meno abbienti, mentre fino ai 12 anni non si paga.
C’è tutto: dal parcheggio per i pochi venuti in macchina ai bidoni per la raccolta differenziata portati per l’occasione, la roulotte dove si può noleggiare di tutto, dalla tenda alle racchette da badminton; non manca neppure il barbiere, che aspetta i clienti in un gazebo trasformato salone dall’aria molto vintage.
E il meteo, dettaglio non indifferente da queste parti, è stato, nonostante qualche goccia di pioggia notturna, davvero niente male.

Quest’anno non abbiamo partecipato perché sprovvisti di tenda e soprattutto perché eravamo appena tornati da due settimane di vacanza in Italia e avevamo bisogno di vivere la nostra casa, in tranquillità. Spero di riuscire a parteciparvi il prossimo anno perché ho trovato l’iniziativa lodevole, soprattutto per la possibilità di conoscere meglio le persone con cui si condivide il quartiere, ma che nella routine quotidiana si ha poche occasioni di incontrare.

Di seguito, i video ufficiali dei tre giorni al Majellapark di Utrecht, 8 – 10 luglio 2016.
Appena saranno disponibili i video del Buurtcamping Mandelapark Haarlem, li aggiungerò qui sotto e alla pagina Facebook.
Sono in olandese, ma di breve durata e riescono bene a cogliere lo spirito di questa manifestazione.

VidBuurtcamp1 VidBuurtcamp2 VidBuurtcamp3

Sito ufficiale dell’iniziativa (in olandese): debuurtcamping.nl

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Conclusa la parte divertente e spensierata, lasciate che sfoghi qui la frustrazione per la maleducazione di molti proprietari di cani.
Se pensate che gli olandesi siano in media più educati e ordinati, sappiate che questo non vale assolutamente per la questione cani e cacca. Non bastano cartelli e minacce di multe per ricordare alle persone i loro doveri nei confronti dei loro quadrupedi e dei bipedi, soprattutto bambini, che popolano il parco e che non possono scorrazzare liberi per problematiche da campo minato.
Un giorno o l’altro diverrò un attivista anti pupù canina, sì. Ho già qualche piano in mente, tipo segnalare la presenza delle cacche con una vistosa bandierina dall’asta sproporzionata o tappezzare il parco con dei messaggi sarcastici/drammatici, oppure attendere il maleducato di turno e intervistarlo chiedendogli le ragioni del gesto. Si accettano consigli.
A vedere i cartelli sotto, di certo c’è che non sono né il primo né l’unico a lamentarsene.

poep

“utilizza un sacchetto”; “qui giocano bambini”; “no cacca sul marciapiede”; bandierine olandesi su cacca.

Vi tengo aggiornati.
Nel frattempo voi, per piacere, raccogliete la cacca dei vostri cani.

|Ste|

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La lunga (ri)costruzione

Ci pensavate dispersi tra le macerie di casa? O magari volati all’estero per scampare al caotico e sporco campeggio che fungeva da casa?
Be’, in effetti l’idea di ‘cambiare aria’ per un po’ ci ha molto tentato, ma non avrebbe incontrato il benestare dei nostri rispettivi datori di lavoro e avremmo avuto anche qualche problema di soldi. Però è stata davvero un’esperienza faticosa.
Ora possiamo finalmente dire che i lavori sono conclusi: abbiamo una vera stanza da bagno, un piccolo bagno di servizio e la nostra camera (attualmente vuota) è un po’ più grande. Manca ancora qualche aggiustamento da fare, ma almeno non ospitiamo più a casa gli operai per qualche ora al giorno e l’aspetto complessivo è ritornato quello di una casa.

Ricordo che durante l’ultima breve vacanza italiana, parlando con mia suocera e cercando di rassicurarmi, le ho detto che avere i lavori in casa non sarebbe stato più pesante del trasloco che avevamo affrontato qualche mese prima. Ne ero certa sia per la durata del trasloco (tra un trasporto e l’altro è durato in effetti 2-3 settimane), sia per la fatica che non avremmo dovuto fare mentre gli operai lavoravano (il trasloco è ricaduto perlopiù su di noi, papiño compreso).
Non ho fatto caso al silenzio di Manu e solo più tardi mi ha chiarito perché non avesse commentato. In realtà, lei sapeva meglio di me che lo stress che accompagna i lavori può essere di parecchio superiore a quello di un trasloco per diversi motivi: non puoi decidere quando finiranno del tutto, né le tempistiche effettive dei lavori; nel frattempo sei costretto a vivere in una specie di campeggio con il tetto, che ti rifiuti di pulire visto che il giorno successivo verrà sporcato nuovamente con lo stesso impegno e la stessa precisione.
Solamente quando ci siamo sentite quasi alla fine dei lavori, Manu mi ha confessato che non voleva contrastare il mio ottimismo e che per questo non mi aveva preannunciato le problematiche a cui saremmo andati incontro.
Già, se posso dare un consiglio: non continuate a vivere in casa se dovete fare dei lavori!
E pensare che questo era lo stesso suggerimento che avevamo avuto dal turco..
Nonostante i lavori siano durati più del previsto a causa di una mancata e continua valutazione (diciamo così..) dei lavori nel loro complesso, lui pensava che saremmo stati in ferie per la maggior parte del tempo! Da chiedersi come avremmo potuto pagarlo poi..

Ora posso dire che ne è valsa la pena: dopo aver fatto un vero bagno nella nuova vasca del nostro bagno.
Wow, quando si pensa alle piccole cose che rendono la vita migliore! Era da più di 4 anni che non facevo un bagno a casa mia (a scapito di malintesi, assicuro che ho sempre fatto la doccia in questi anni) ed è stato quasi emozionante, di certo molto rilassante.

Mentre gli operai lavoravano, eravamo obbligati a tenere i gatti chiusi in due stanze separate perché il papiño non poteva tenere d’occhio anche loro. Così abbiamo preso l’abitudine di ‘liberarli’ non appena gli operai se ne andavano, con una piccola differenza però: Hansje può già uscire in cortile, Spenk deve prima conoscere bene la casa.
Nonostante la nostra attenzione, Spenk si è fatto vedere solamente quando gli operai se ne sono andati, dopo che le coperture di scale e pavimento erano state tolte dall’instancabile Ste: Spenk si è presentato mentre cenavamo per fare un giretto indisturbato al piano terra.
Con il passare dei giorni e l’assenza degli operai, Spenk si è fatto coraggio e ogni sera si presenta al piano terra per verificare se ci siano finestre o porte che sono sfuggite al suo controllo.
Siamo portati a pensare che il suo obiettivo principale sia nuovamente la fuga perché più di una volta, aprendo una finestra a ribalta, abbiamo notato il suo sguardo rapito che andava verso la finestra, seguito poi dal suo corpo, inesorabile.
In compenso, ha imparato a dormire con noi. Da qualche settimana Ste ed io condividiamo la stessa stanza con Spenk e, finalmente, ha smesso di dormire nel suo nascondiglio e la sera si acciambella ai piedi del letto.
Abbiamo anche avuto modo di studiare come i due mici di casa si rapportino tra loro. L’entusiasta Hansje cerca di farsi notare dal serio Spenk in ogni modo: se non è sufficiente miagolare o rimbrottare qualcosa, allora gli dà delle zampate senza unghie. Il pazientissimo Spenk si fa ‘picchiare’ per poco: al terzo attacco generalmente si stufa e restituisce tutto quello che ha ricevuto, sempre senza unghie. La cosa stupefacente è che durante queste attività nessuno dei due emetta il minimo suono; se non vedessimo cosa succede, non sapremmo che in effetti Spenk ha sempre la meglio sul piccolo Hans, che, quando si stufa, ci raggiunge per farsi consolare un po’.

Ora che i lavori sono finiti, potremo anche tornare ad una sistemazione più comoda e tranquilla. Vedremo se sarà possibile far dormire insieme i due felini e se potremo lasciarli liberi di girare in casa, mentre noi non siamo presenti.
I ripetuti attentati al mio adorato Ficus beniamina da parte di Hansje e l’esperienza di vita di Spenk, mi fanno temere cosa potrebbe conseguire dalla loro unione, senza un occhio vigile a controllarli.

|Aria|

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L’inesorabile Spenk

Al fine di preservare un minimo di tranquillità, durante i lavori Ste ed io siamo andati a trascorrere qualche giorno in Italia, ‘a casa’.
In realtà, lo facciamo per essere accolti come re e regina, per stilare a fatica una lista di appuntamenti per pranzi e cene (con reciproco accordo di ingrassare sanamente di qualche chilo) e per mangiare e degustare tutto quello che di bello offre la nostra terra: l’Isonzo e i suoi snodi, il Carso, i cieli, la strada costiera per Trieste e i panorami.
Per non parlare dell’affetto che tutti mi dimostrano, nonostante siano passati anni e situazioni: una delle mie ‘sorelline’ mi ha fatto la sorpresa di farmi rivedere Ciro, che si è immediatamente offerto di farmi pervenire un paio di bottiglie della sua salsa.
Mi sono commossa più volte rivedendo persone che non vedevo da tempo e mi ha riempito il cuore poter passare un po’ di tempo con loro, anche se la piaga della disoccupazione e della crisi sembra dilagare nella vita di tutti.

La mattina della partenza, stavamo andando all’aeroporto quando ho ricevuto una chiamata da un gentile signore; aveva trovato Henk la sera prima, nei pressi di IJmuiden, una dozzina di chilometri a nord-ovest di Haarlem, e mi chiedeva di andarlo a prendere. Gli ho spiegato la situazione e ho chiesto di portare il gatto all’asilo dove l’avevamo preso: sarei andata a prenderlo al mio ritorno in Olanda.
Sono rimasta per un po’ imbambolata a cercare di realizzare quello che mi avevano appena comunicato, ne ho parlato con Ste, perché la situazione domestica attuale è decisamente un caos e stiamo appena facendo ambientare Hansje, e abbiamo deciso che l’avremmo riportato a casa non appena rientrati.

Al rientro non abbiamo trovato il bagno al piano terra finito, come garantito dal turco una settimana prima, ma almeno il water era utilizzabile ed era già stato montato definitivamente.
La porta che originariamente chiudeva il minuscolo bagno era (ed è) appoggiata agli stipiti alla fine della cucina ed è possibile accedere al bagno comodamente dalla porta che dà sul cortile esterno (fortuna che le giornate sembrano primaverili). Il futuro bagno è provvisto solo della vasca e del water ed è collegato all’acqua solo quest’ultimo; una parte del pavimento è stata cementata, l’altra verrà sistemata la prossima settimana. Dal water c’è una bella vista sulle stanze superiori e posteriori delle case che stanno sulla strada parallela; ora più che in giardino, sembra di stare in campeggio!
La doccia è ancora funzionante al 1° piano, dove inizieranno i lavori una volta terminato il bagno al piano terra.
Il problema della mancanza di biancheria pulita si è ripresentato, anzi, la mia sensibilità ‘tutta femminile’ ha evitato che la questione diventasse più grave, e i miei due uomini hanno risolto allo stesso modo (vedi post precedente): estrarre la lavatrice, adagiata su un carrello, dal casotto di legno in cortile e trasportarla all’interno del futuro bagno, collegarla con acqua ed elettricità ed informarmi con aria trionfante che era perfettamente funzionante.
Mi hanno avvisato di staccare la presa della lavatrice a fine lavaggio stavolta, e non quella generale: l’ultima volta, ho staccato proprio quella, da cui si alimentava anche la caldaia, e il caro Pier se n’è accorto proprio mentre si accingeva a fare la doccia.. fredda!

Ste aveva chiesto ad un’amica che vive qui di prestarci la sua auto per andare a prendere Henk più agevolmente, così, dopo aver pagato il conto dell’asilo che lo aveva ospitato durante la nostra vacanza in Italia, l’abbiamo caricato in auto e siamo tornati a casa. Abbiamo scambiato un po’ di miagolii con lui e, all’arrivo e su consiglio del personale dell’asilo, lo abbiamo messo in una stanza solo per lui, quella deluxe per gli ospiti di riguardo, al 2° piano, facendogli vedere di tanto in tanto Hansje. Ci hanno detto che per Spenk, (Ste gli ha dato questo soprannome), socievole con gli altri gatti e per nulla aggressivo, Hansje potrebbe essere motivo di attaccamento, quindi li abbiamo fatti incontrare.
Spenk è praticamente indifferente alle mille attenzioni che il piccolo Hansje gli riserva, sembra capire che il piccolo è impetuoso e curioso.
L’approccio di Ste e mio nei confronti di Spenk è diverso da un mese e mezzo fa: lo avviciniamo e lo prendiamo in braccio a fatica, a causa della sua resistenza passiva e del suo peso (4-5 chili), e lui si appiattisce al suolo; si lascia accarezzare e, dopo poco, comincia a strisciare lentamente verso una via di fuga, ovvero un qualsiasi nascondiglio da noi.
Secondo me, anche lui è un po’ cambiato; tra una carezza e un’altra gli è anche scappata qualche fusa, ma poi lo spavento ha preso il sopravvento.
Sebbene la sua stazza sia corpulenta, il suo modo di ottenere quello che vuole è la testa.
Infatti, non graffia, non soffia, non morde, ma usa la propria testa come un ariete, per liberare la strada per il suo passaggio.
Nonostante il caos complessivo e l’ulteriore pagamento del rifugio di IJmuiden per il servizio di monitoraggio e consegna dell’inesorabile Spenk all’altro rifugio, siamo proprio contenti di averlo ritrovato!

catsHaveStaff

|Aria|

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Welcome tuin!

[Benarrivato in giardino]

Per chi non conosce l’olandese, non suona molto bene né divertente; con una piccola spiegazione, però.. Una tipica frase è benarrivato a casa, che in olandese si scrive welcome thuis. Thuis suona molto simile a tuin, nonostante i significati siano, appunto, diversi: casa e giardino.
Dopo questa premessa, è forse più comprensibile la frase con cui ho accolto Ste (Welcome tuin!) al suo rientro a casa, il giorno in cui hanno iniziato i lavori.

Già, i lavori sono finalmente iniziati.
Sembra passato un secolo da quando Ste ventilava la possibilità che non avremmo avuto il bagno completato prima della nostra entrata in casa. In effetti sono passati diversi mesi da quel momento e alcuni anche da quando abitiamo nella nuova dimora.
Ci è voluto tanto impegno da parte nostra per trovare a chi affidarci e anche per comprare e far arrivare a casa tutte le cose che servivano. Ora il grande momento è arrivato.
A parte qualche incomprensione dell’inizio, ogni mattina un paio di operai vengono accolti dal papiño, che, investitosi del ruolo di controllore, verifica che i due lavorino durante il giorno e anche come si occupino delle varie attività.
Sembra che lavorino seriamente, diverse ore al giorno, anche il sabato in caso di necessità, nella completa mancanza delle misure di sicurezza, però: non indossano occhiali, né cuffie, nonostante alcuni lavori richiederebbero entrambi.

Al mio rientro a casa il primo giorno, sono rimasta senza parole: la stanza adiacente alla cucina (bijkeuken con velleità di diventare una bella stanza da bagno) era stata demolita  internamente; rimanevano ancora i muri, il soffitto ed il pavimento, ma tutti i rivestimenti erano stati tolti. La mattina l’avevo lasciata con poche cose al suo interno, pareti in cartongesso e pavimento con piastrelle; la sera ho trovato una stanza vuota, con le mattonelle alle pareti e il cemento per terra. Non erano dei rivestimenti nuovi messi dagli operai, ma quello che già c’era al di sotto.
Da quella stanza (in questo momento non si può ancora chiamare diversamente) esce costantemente quella polvere impalpabile dei resti di muratura, che si appoggia dappertutto e che sporca ovunque: l’intero piano, ma anche quello superiore e le scale.
Questa situazione stressa tutti tranne Hansje, il quale si diverte a scoprire nuovi luoghi, o a inseguire chissà cosa sul pavimento (polveroso).
Ecco perché mi è sembrato che stessimo in giardino: uno non tenuto benissimo e piuttosto sporco.

Dopo qualche giorno, un altro problema è sorto: come lavare la biancheria, dato che la lavatrice era stata temporaneamente spostata nel casotto esterno in legno.
Ho posto il problema ai miei due uomini, proponendo come unica soluzione la lavanderia automatica vicino alla stazione, con conseguente trasporto del consistente bucato (ancora più pesante da bagnato) in bicicletta.
Fortunatamente loro hanno trovato una soluzione migliore ed economica: rimettere momentaneamente la lavatrice nella futura stanza da bagno e fare il bucato ‘come sempre’.

|Aria|

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Animali e fai da te

L’avventuriero Hansje continua la scoperta della casa, meglio dire che misura le varie metrature, e i posti raggiungibili grazie a nuovi balzi e arrampicate. Per il momento, stiamo preservando tende, tappeti e divani (per questo c’è ancora bisogno del controllo acustico/visivo), ma abbiamo dovuto cedere un tappetino alle sue unghie e una coperta ai suoi ‘impastamenti’.
Stiamo pensando alla sua sistemazione diurna durante i lavori che ci saranno in casa; nonostante cresca e sia costantemente impegnato con l’elaborazione finale del tanto cibo ingerito, potrebbe venire facilmente calpestato, o cercare di uscire verso la strada.

I lavori inizieranno la prossima settimana. Dietro a questa semplice affermazione, non c’è solamente la scelta della persona adeguata a cui affidare i lavori, ma anche la presa di coscienza che avremmo dovuto occuparci personalmente dell’acquisto di tutto il materiale necessario (sanitari, piastrelle, …), che quindi non era incluso nel preventivo, già considerevole.
Il ‘nostro’ turco ci ha consigliato qualche posto in cui trovare il necessario a buon prezzo. Piccolo problema: come portare a casa quel tipo di carico senza un mezzo adeguato? Provate voi a portare decine di chili di piastrelle in bicicletta! E il lavandino, dove lo mettiamo?!
Ste ha quindi proposto il consueto noleggio del furgoncino (ricordi del trasloco..) e sabato scorso, dopo l’ultimo sopralluogo del turco, ci siamo diretti verso il paradiso del fai da te della zona, nell’area industriale di Zaandam (30 km a nord-est di Haarlem).
Un paio di centinaia di metri quadrati di negozio-magazzino, con ristorantino annesso, contenente tutto per costruire e arredare l’interno e l’esterno della casa. Se davvero qualcuno sapesse occuparsi di tutto da solo, avrebbe bisogno solo dei muratori.
Ho già detto che gli olandesi sono professionisti del fai da te, ma sono talmente convinti di potersi occupare di tutto fuori e dentro casa, che trovare i piccoli artigiani è una rarità. In compenso, le case sono ampliate o modificate dai proprietari non professionisti del momento e questo può riservare delle sorprese poco piacevoli in futuro.

Abbiamo speso un’ora e mezza in questo luogo enorme solamente alla ricerca delle piastrelle e, con la poca energia rimasta, siamo passati al lavandino e alla rubinetteria varia.
A questo punto, ci siamo accorti del ristorantino interno, che serviva i consueti cibi olandesi ai clienti e anche ai lavoratori, e ci siamo accomodati.
Dall’altra parte, visibile dal banco, c’era seduta a un tavolo una coppia di avventori un po’ insoliti in quanto la signora aveva accanto una specie di trespolo su 2 ruote, sulla punta del quale stava tranquillamente appollaiato un grande pappagallo multicolore, lungo una sessantina di centimentri, coda compresa. Nessuno si sarebbe accorto dell’enorme volatile, se non fosse stato per i suoi colori sgargianti. In ogni caso, nessun avventore sembrava intimidito né infastidito dall’insolita presenza. Solamente fuori, nel parcheggio antistante l’enorme negozio, il pappagallo si è lasciato sfuggire qualche verso, che ha portato l’attenzione di tutti su di lui.

Dierenambulance

Dierenambulance

Nel parcheggio del negozio, vicino alla ‘nostra’ auto, abbiamo visto una dierenambulance (ambulanza per animali) parcheggiata, con la portiera laterale aperta e con un gruppetto di persone con rispettivi cani al guinzaglio e gatti e conigli nella gabbietta, che attendevano ordinatamente il proprio turno.
Da quello che si poteva capire, infatti, il veterinario era a disposizione all’interno dell’ambulatorio su ruote; non credo sia stato gratuito, ma comunque un’ottima iniziativa.

|Aria|

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un olandese in famiglia

Signore e signori, dopo la fuga del tuttora ricercato Henk, ci abbiamo riprovato. Stavolta siamo stati al dierenopvangcentrumasilo per cani e gatti, di Amsterdam, a ovest, tra Sloterdijk e Halfweg. Anche stavolta con la gabbietta in plastica vuota in mano, un pezzo in treno, poi in autobus e l’ultimo tratto a piedi.
Dieren Asiel AmsterdamLa struttura è enorme e circondata da campi e alberi, eccezion fatta dalla strada che passa davanti, oltre il fossato pieno d’acqua. Entriamo e veniamo accolti da un team tutto femminile che ci invita a salire al piano superiore. Qui ci sono moltissimi gatti, di varie età, problematiche, condizioni di salute. In ogni stanza si trovano circa 10 felini sani, mentre i malaticci trovano posto in stanze separate e possono essere in quarantena o meno.

Aria, che aveva scelto Henk a suo tempo, stavolta ha dichiarato fin da subito di non voler essere in alcun modo responsabile della scelta del nuovo micio, così è toccato a me scegliere e farmi conquistare da un gattone piuttosto che da un gattino. Un po’ scottato dalla recente adozione di un gatto adulto, la mia idea era quella di portarne a casa uno giovane. Il più affettuoso si è dimostrato subito un gatto di circa un anno di età: un festival di fusa, strusciamenti, leccate e miagolii complici. Nella mia mente dopo pochi istanti era pronto per diventare uno di famiglia, così ho chiesto alla simpatica signora di avere maggiori informazioni su di lui. Avvicinatasi col voluminoso lettore di microchip in plastica alla nuca del gatto, un bip confermava la lettura e faceva vedere sul display un numero. Il pupo era sì disponibile, ma solo in combinazione con un altro micio, che giaceva in disparte. Abbandonata immediatamente l’idea di portarne a casa due (come dice Aria, il freddo potrebbe spingere Henk verso un lettore di chip ed essere in qualche modo recapitato in quella che, seppur goduta per pochissime ore, è ufficialmente casa sua), rimanevano una mamma e un paio di cuccioli, che però si dimostravano parecchio timidi e schivi. Il maschietto ha catturato maggiormente la mia simpatia, Hansje il nome datogli dai ragazzi del centro.
Sebbene fossimo partiti con l’idea di chiamare un gatto maschio Camilo o Ernesto (se ne parlava a Cuba), in poche ore abbiamo deciso di lasciargli il suo olandesissimo nome. Non perché ci piaccia il corrispondente italiano, Anselmino, ma perché descriveva benissimo lo stato d’animo del felino nelle sue prime ore di vita nella, per lui grandissima, casa nuova: Hansje si pronuncia infatti un po’ come “ansie”.

Così è arrivato un vero olandese in famiglia; prima in una stanza a lui dedicata (teatro della fuga di mezzanotte di Henk) e poi, nel giro di una settimana, ha imparato a conoscere il resto della casa. Al momento è libero durante il giorno e quando può essere sorvegliato più o meno a vista (a volte l’orecchio è più che sufficiente per capire se sta facendo danni), e contiamo di lasciarlo autonomo non appena avremo cercato, forse senza i risultati sperati, di educarlo un pochino a non disintegrare la casa in nostra assenza.

Non ho avuto molti animali domestici in casa mia, ricordo il cane Ralph negli anni precedenti alle elementari, ma poi lo dovemmo affidare ai miei zii (purtroppo inevitabilmente anche a mio cugino Max, che sottoponeva il docile cagnolino a diverse prove di coraggio quali, per citare solo quelli che ho visto di persona, il test della betoniera e quello del ciuffo fucsia, che non sto qui a spiegarvi, vi basti sapere che il cane è morto poi di vecchiaia, o almeno questo è ciò che mi hanno raccontato).
Ricordo poi Fievel, criceto marrone e bianco, niente da segnalare, se non lo shock per averlo visto morto accanto a una chiazza di diarrea color verde acceso.
Poi, verso le medie, ho avuto anche dei topi ballerini.
[se il nome sembra non dirvi nulla, sappiate che il nome scientifico vi direbbe ancora meno: Mus musculus chinensis, anche lui su Wikipedia]
I nomi mi sfuggono, ricordo che giravano per ore attorno alla loro coda, velocissimi, in cerchio. Un maschio e una femmina, ottima scelta. Come previsto, la femmina venne fecondata in men che non si dica e diede alla luce una discreta cucciolata. Non esistendo Wikipedia al tempo, abbiamo lasciato che la famigliola vivesse felice la nascita dei 5 cuccioli, immaginando per loro un modello “famiglia del Mulino Bianco”. Il regista non deve aver capito e ne è risultato un film animal horror di serie B, che ho ricostruito e interpretato negli anni: il maschio ha ucciso uno ad uno i piccoletti, con lo scopo di spingere la femmina di nuovo al calore, alcuni furono ritrovati fuori dalla gabbia, sul pavimento, defenestrati. Il piano del maschio non ebbe successo, scatenò invece la furia omicida della topina, che sorpresi mentre si mangiava il maschio, probabilmente dopo averlo ucciso con le sue zampe. La topina morì poche settimane più tardi, presumibilmente di solitudine.
Anche il mio primo gatto arrivò attorno ai miei dieci anni: Ambrogio il suo nome. Un micio prevalentemente nero, con una macchia bianca sul petto e sulla pancia. Tutti i miei amici se lo ricordano per la spiccata violenza e premeditazione, oltre a mancanza di senso dell’umorismo: quando era dell’umore giusto, rincorreva la gente per dargli almeno una zampata, si appostava sulla scala a chiocciola menando la zampa alla cieca per cercare di graffiare chiunque vi passasse sotto in quel momento. Odiava, e lo dimostrava attaccandolo, chiunque osasse ridere troppo a lungo; ma anche per poco, quando si accorgeva di essere lui l’oggetto dell’ilarità.

Sebbene Ambrogio fosse rimasto con noi fino alla mia maggiore età, fu sempre mia madre ad occuparsi di sistemare e pulire la lettiera del micio.
Ora, con quasi il doppio degli anni, ho provato l’ebbrezza di giocare con paletta e secchiello, un po’ come al mare da piccolo, con la sola accortezza di non respirare col naso per l’intera durata della pericolosa operazione.
Mi sembra, ad occhio, che l’adorabile micino produca in un giorno una quantità pari ad almeno metà del suo peso corporeo in pura cacca fumante. E hai voglia ad usar la sabbietta aggregante al profumo di borotalco, quando ogni sera sarebbe necessaria una ghost trap degli acchiappafantasmi.

Deiezioni a parte, il pupo sembra essersi abituato a noi e alla casa e tra poco proveremo a farlo uscire in giardino.
Anche per fargli conoscere gli altri gatti del vicinato, da cui dovrà farsi rispettare.

|Ste|

PS: Ma se serve una mano, miagola e arrivo!

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