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Nonostante il suo aspetto green, dato perlopiù dalla massiccia presenza di biciclette sulle strade, dalle verdi distese di erba e alberi rese rigogliose dalle abbondanti piogge, e dalle grosse turbine eoliche visibili appena fuori dalle città, l’Olanda non è un paese troppo attento all’ecologia.
Il fabbisogno energetico è soddisfatto per meno del 7% da fonti rinnovabili (5,5 % nel 2014, obiettivo 14% nel 2020; Italia: 18% nel 2014, 18% nel 2020, fonte Eurostat).
La raccolta differenziata è volontaria e la sezione umida dei rifiuti non viene raccolta in città.
Il porto di Rotterdam, il più grande d’Europa, da solo inquina in maniera abominevole.
Buona parte dei rifiuti viene convertita in energia con la combustione tramite termo-valorizzatori (termine aulico per dire inceneritori): non fosse per le emissioni, sarebbe una soluzione perfetta: non solo produrre energia gratis, ma eliminare allo stesso tempo i rifiuti. Così perfetta che qualcuno ha ben pensato di importare, dietro profumato compenso, i rifiuti tristemente famosi di Napoli per bruciarli qui.
Non fosse per le emissioni, appunto.

Presa coscienza di questa situazione, HVC – organizzazione che raccoglie rifiuti riciclabili e produce energia rinnovabile – ha organizzato in 29 comuni olandesi l’iniziativa “100-100-100“: 100 giorni, 100 famiglie, 100% liberi da rifiuti.
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Il progetto prevedeva fondamentalmente: risparmio di materie prime e drastica diminuzione del cosiddetto “secco residuo”.
Io ne sono venuto a conoscenza grazie ad affissioni pubblicitarie viste in città e mi sono iscritto online, perché incuriosito e probabilmente perché reso ancor più sensibile all’argomento ecologia da quando sono nati i nostri figli.
Trascorso il termine per l’iscrizione, io e gli altri partecipanti – il numero prefissato, 100 famiglie, è stato presto raggiunto e superato, arrivando a più del doppio di adesioni – siamo stati invitati all’incontro di presentazione, in una elegante sala del Municipio di Haarlem, con vista su Grote Markt.
Sono state due ore piuttosto intense, l’acustica non era ottimale e il mio olandese neppure, ma la presentazione in Power Point proiettata, assieme alle informazioni presenti sul sito, ha ben reso l’idea del progetto e le regole del gioco.
Da lì siamo andati via con un pacchetto contenente una bilancia elettronica per pesare i rifiuti, un contenitore in cartone per raccogliere piccoli elettrodomestici / batterie / lampadine esauste e diverse brochure informative sulla corretta divisione dei rifiuti e sull’utilizzo della piattaforma online, creata per l’occasione.

Le regole di 100-100-100 sono semplici: l’obbiettivo è produrre meno secco residuo possibile e ciò si ottiene sia massimizzando la raccolta differenziata, sia evitando di produrre rifiuti in origine (per esempio, non utilizzare i sacchetti singoli per frutta e verdura al supermercato e/o usare gli stessi come sacchetti per piccoli cestini in casa, invece che comperare appositi sacchetti oppure preferire, al momento dell’acquisto, un prodotto piuttosto che un altro anche per la riciclabilità della sua confezione).

Ogni settimana i partecipanti accedono al sito internet e dichiarano il peso del secco residuo prodotto negli ultimi 7 giorni, oltre a partecipare, volendo, ai “compiti per casa” settimanali, tra i più disparati: contare il numero totale di sacchetti usati in 7 giorni, quante volte si tira lo sciacquone durante la giornata, come ci si è organizzati per raccogliere la differenziata e in quali contenitori, eccetera.
Sulla piattaforma online i partecipanti possono anche conoscersi e scambiarsi idee e opinioni. Non meno importante è la sezione del sito che aiuta i partecipanti nella divisione dei materiali per la raccolta differenziata: un utilissimo database che include moltissimi prodotti di uso comune e la loro destinazione, riciclo o smaltimento.

Alla fine dei 3 mesi di esperimento, i partecipanti hanno prodotto meno di un ottavo dei rifiuti, che vuol dire 33kg all’anno pro capite, contro i 265 kg prodotti da un cittadino haarlemese medio in un anno .

Com’è andata a casa nostra? L’entusiasmo iniziale si è scontrato con la realtà dei fatti: il peso dei pannolini , 8-10 al giorno completi del loro angelico contenuto, ci ha buttati fuori da ogni possibile classifica.
Anzi, a conti fatti, abbiamo realizzato di essere una delle famiglie che produce più kg di immondizia, nonostante cerchiamo di essere più attenti possibile.
Così ho smesso presto di inserire il dato reale della nostra produzione sul sito ed ho preferito inserire lo stesso, ma tolto il peso dei pannolini. Per più di un mese ho anche voluto vedere quanti rifiuti in meno avremmo prodotto separando il GFT (frutta, verdura, verde in generale) e portandolo una volta alla settimana di persona fino alla discarica, in zona industriale.
Pannolini a parte, il risultato è stato notevole: su circa 10 kg di immondizie, più di 6 kg era costituito da materiale organico compostabile.

A essere onesti, già abbiamo in casa l’alternativa ecologica ai pannolini usa e getta, i pannolini lavabili. Ma, un po’ per pigrizia, un po’ per sopravvivenza, li abbiamo usati ben poco in questi quasi due anni e mezzo. Ci siamo promessi però di rimediare in futuro, insegnando ai nostri bambini prima a usare il vasino e poi a rispettare in ogni modo possibile il pianeta e le limitate risorse di cui dispone. E contiamo, in un paio d’anni, di diventare competitivi nella “100-100-100”, sperando che nel frattempo si muova qualcosa a livello comunale, se non altro per la raccolta dell’umido in città: sarebbe già una grossa rivoluzione e un taglio drastico nella quantità di rifiuti da smaltire.

|Ste|

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la nuova vita del cetriolo storto

Kromkommer è l’unione delle parole krom (storto, curvo) e komkommer (cetriolo) ed è il nome di un interessante progetto divenuto oramai realtà.

Nasce dall’esigenza di un gruppo di ragazze olandesi di fare qualcosa per limitare lo spreco di alimenti nel mondo.
Ed è facile capire perché, sapendo che ogni anno vengono buttati via 1.3 miliardi di tonnellate di cibo (pari al 30-50% di quello prodotto), che 1 miliardo di persone vive nella fame e che il 5 – 10% di frutta e verdura viene scartato solo perché fuori dagli standard di dimensione o forma o perché in qualche modo imperfetto.
Proprio su questo ultimo punto Jente e Lisanne, compagne di corso all’università di Economia e Gestione aziendale, decidono di fare qualcosa e creano Kromkommer. Nel 2012 incontrano Chantal e la sua “Too Good to Waste“, progetto dalle idee simili, che nel 2013 confluisce in Kromkommer.
Insieme si propongono di andare a recuperare frutta e verdura scartata per motivi estetici per trasformarla in deliziose zuppe. A questo scopo creano una community (Krommunity, pardòn) che mette in contatto consumatori, contadini, negozi e grossisti, per verificare la fattibilità del progetto e per supportare la campagna di crowdfunding, aperta nel 2014.

Grazie all’allegro motivetto e all’animazione del video di presentazione, ma soprattutto grazie alla bontà del progetto, l’obiettivo prefissato di 25.000 € è stato superato, arrivando a oltre 31.000 € (847 donatori per una media di 37€ a donazione).

Sono nate così le prime tre zuppe (di carote, di pomodori e di barbabietole), distribuite in una cinquantina di negozi selezionati (biologici, equo e solidale, vitamin shop).

Ad oggi le zuppe sono diventate sei ed i punti vendita che le distribuiscono sono più di 150 in tutti i Paesi Bassi.

Bello anche il video promozionale di “Too Good To Waste”, che si proponeva di trasformare pomodori non conformi in Gazpacho, minestra fredda tipica della Spagna.

Kromkommer non è attiva solo come raccoglitore, produttore e distributore di prodotti, ma si impegna anche nella partecipazione e nell’organizzazione di dibattiti ed avvenimenti sul tema dello spreco alimentare, come ad esempio la Bijna waste geweest feest (traducibile come “la festa di ciò che era quasi divenuto rifiuto”), un evento che si proponeva di vendere in un giorno 5.000 kg di frutta e verdura non conformi (a causa della grandine o dell’estate troppo calda o semplicemente di madre natura). Ognuno poteva comprare una borsa per 7€ in cui mettere 5 kg di frutta a scelta, fuori mercato e proveniente dai contadini della zona.
Raggiunta la quota minima di prevendita di 2.500kg, l’evento ha avuto luogo andando ben oltre le aspettative con la vendita di ben 6.300 kg di materiale destinato altrimenti al macero. L’evento si è ripetuto anche nel 2015, con 10.000 kg in due città, Utrecht e Rotterdam.

L’obiettivo finale dichiarato da Kromkommer è poter vedere la frutta e la verdura non conformi accanto a quelle conformi, allo stesso prezzo, senza che sia l’estetica a determinare il valore del cibo.

|Ste|

 

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il campeggio in città

mandela doetuin

Mandela Doetuin

Il quartiere in cui viviamo, Haarlem Noord, è residenziale, piuttosto multietnico e pieno di famiglie con bambini. Nel raggio di 2km si trovano diversi asili, scuole, parchi attrezzati, fattorie cittadine e tutto ciò che può servire a tenere impegnato un bambino all’aria aperta.
A pochi passi da casa nostra si trova un parco piuttosto grande, il Nelson Mandelapark (curiosità: il parco ha questo nome da ben prima che lo storico Presidente del Sud Africa passasse a miglior vita, se uno merita un parco perché aspettare che muoia), dove trovano posto un campetto da calcio, uno da basket, una rampa per skateboard, uno scivolo e altri giochi per bambini piccoli, diverse aiuole e molti alberi. Su un lato corto del parco si trova anche un doetuin, credo unione delle parole doe, imperativo del verbo “fare” e tuin, “giardino, orto”: 28 mini orti da 25mq l’uno, a disposizione dei cittadini che ne fanno richiesta, liste d’attesa permettendo.
Ma di questa iniziativa, che mi piace molto, vi parlerò nel dettaglio in uno dei prossimi articoli.

Per la sua vicinanza da casa e per il suo gradevole aspetto, il Nelson Mandelapark è da molto il nostro preferito e ci andiamo sia con i bimbi che per una chiacchierata in relax con amici. Durante il giorno e nelle prime ore della sera non è quasi mai vuoto, essendo meta preferita anche dei possessori di cani del quartiere, ma ci sono stati giorni in cui il parco non si è svuotato nemmeno di notte. Nel weekend di metà luglio, è stato infatti teatro di una bella iniziativa, alla prima edizione in quel di Haarlem: il buurtcamping, campeggio di quartiere.

buurtcamping

Per 3 giorni e 2 notti il parco si è trasformato in un ordinato e funzionale campeggio, fruibile dai residenti di Haarlem Noord pagando una modica cifra all’organizzazione. Posti tenda, un paio di punti di ristoro, una lunghissima tavola per cenare insieme, gazebo destinati a workshop, giochi per i più piccoli e zona relax.
Il buurtcamping, secondo gli organizzatori, volontari, è un’occasione per conoscere i propri vicini, fare nuove amicizie ma anche godersi una vacanza con pochi euro.

In campeggio si sta tutto il giorno all’aria aperta e tutti sono uguali – si legge nella presentazione dell’iniziativa, sul volantino arrivato a casa di tutti gli abitanti del quartiere -, con quel rotolo di carta igienica (presente anche nel logo, aguzzate la vista) sotto braccio, abbiamo tutti lo stesso identico aspetto impacciato. Incontri i tuoi vicini di casa, fai due chiacchiere e ti dai una mano. Costruendo insieme il camping o facendo una partita a badminton, gli abitanti del quartiere imparano a conoscersi in un contesto di relax vacanziero“.

I prezzi sono abbordabili: per un weekend si pagano 10 € a persona e 5 € a tenda, con sconti per i volontari e i meno abbienti, mentre fino ai 12 anni non si paga.
C’è tutto: dal parcheggio per i pochi venuti in macchina ai bidoni per la raccolta differenziata portati per l’occasione, la roulotte dove si può noleggiare di tutto, dalla tenda alle racchette da badminton; non manca neppure il barbiere, che aspetta i clienti in un gazebo trasformato salone dall’aria molto vintage.
E il meteo, dettaglio non indifferente da queste parti, è stato, nonostante qualche goccia di pioggia notturna, davvero niente male.

Quest’anno non abbiamo partecipato perché sprovvisti di tenda e soprattutto perché eravamo appena tornati da due settimane di vacanza in Italia e avevamo bisogno di vivere la nostra casa, in tranquillità. Spero di riuscire a parteciparvi il prossimo anno perché ho trovato l’iniziativa lodevole, soprattutto per la possibilità di conoscere meglio le persone con cui si condivide il quartiere, ma che nella routine quotidiana si ha poche occasioni di incontrare.

Di seguito, i video ufficiali dei tre giorni al Majellapark di Utrecht, 8 – 10 luglio 2016.
Appena saranno disponibili i video del Buurtcamping Mandelapark Haarlem, li aggiungerò qui sotto e alla pagina Facebook.
Sono in olandese, ma di breve durata e riescono bene a cogliere lo spirito di questa manifestazione.

VidBuurtcamp1 VidBuurtcamp2 VidBuurtcamp3

Sito ufficiale dell’iniziativa (in olandese): debuurtcamping.nl

– – –

Conclusa la parte divertente e spensierata, lasciate che sfoghi qui la frustrazione per la maleducazione di molti proprietari di cani.
Se pensate che gli olandesi siano in media più educati e ordinati, sappiate che questo non vale assolutamente per la questione cani e cacca. Non bastano cartelli e minacce di multe per ricordare alle persone i loro doveri nei confronti dei loro quadrupedi e dei bipedi, soprattutto bambini, che popolano il parco e che non possono scorrazzare liberi per problematiche da campo minato.
Un giorno o l’altro diverrò un attivista anti pupù canina, sì. Ho già qualche piano in mente, tipo segnalare la presenza delle cacche con una vistosa bandierina dall’asta sproporzionata o tappezzare il parco con dei messaggi sarcastici/drammatici, oppure attendere il maleducato di turno e intervistarlo chiedendogli le ragioni del gesto. Si accettano consigli.
A vedere i cartelli sotto, di certo c’è che non sono né il primo né l’unico a lamentarsene.

poep

“utilizza un sacchetto”; “qui giocano bambini”; “no cacca sul marciapiede”; bandierine olandesi su cacca.

Vi tengo aggiornati.
Nel frattempo voi, per piacere, raccogliete la cacca dei vostri cani.

|Ste|

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prove tecniche di normalità

Dopo quasi un anno e mezzo dall’ultimo articolo, scritto tra l’altro a quattro mani con Aria, rimetto “piede” in questo polveroso blog, armato di scopa e vernice fresca.
Non che non sia passato di qui per tutto questo tempo, ho cercato di continuare ad esserci per chi faceva delle domande sia sul blog che sulla nostra pagina Facebook, in costante crescita nonostante dall’Italia all’Olanda sia al momento più un museo online che un vero blog. Non ho risposto a tutti, a volte perché le domande erano demenziali, altre perché non ho avuto tempo e costanza. Mi scuso con chi non ha avuto risposta, ringrazio chi è rimasto affettuosamente a seguirci nonostante questa mia lunga assenza.

Il blog è stato aperto nel 2009, al nostro arrivo in Olanda. Per quasi 5 anni abbiamo raccontato la nostra esperienza fatta di scoperte quotidiane e di sfide costanti, delusioni e risalite. Siamo partiti da niente e siamo arrivati ad avere un’indipendenza economica, a comprare una casa per noi due, a condividerla prima con due gatti e poi con due meravigliosi bambini. Abbiamo migliorato di molto la nostra conoscenza della lingua e siamo stati molto impegnati a crescere Mila e Lorenzo, a imparare le procedure olandesi dalla gravidanza fino all’iscrizione alla scuola elementare (che andrebbe fatta tra i 18 e i 24 mesi di età perché la scuola inizia tra i 4 e i 5 anni), passando per ospedali, consultorio e kinderopvang, l’asilo. Tutto questo facendo la cosa più difficile e importante al tempo stesso: imparare a fare i genitori, nel miglior modo possibile.

Considerato ciò, credo sia facile capire come le energie e gli spunti per tenere aggiornato un blog siano diminuite nel tempo, ma sono molto affezionato a questo piccolo spazio sul web, che mi ha permesso di trovare un lavoro e di conoscere, anche di persona, nuovi amici, oltre a permettere ai nostri cari di seguirci quasi quotidianamente e di incoraggiarci nei primi anni lontani da casa.
Così affezionato, che ho deciso – non senza incoraggiamento da parte di Aria – di vincere la mia incostanza e di rimettere mano alla nostra creatura digitale.

In questa nuova fase del blog ci saranno probabilmente meno aggiornamenti sulle nostre quattro vite e più articoli su ciò che accade qui in Olanda, sulle buone idee che vedono la luce attorno a noi e che possono fornire spunti di riflessione, sulle cose che non vanno nemmeno qui, oltre a semplici curiosità. Insomma, un po’ meno diario, un po’ più punto di vista di una famiglia italiana che vive ad Haarlem da tanti anni.
Ho già qualche articolo in mente e cercherò di pubblicare ogni settimana qualcosa, ma se ci sono argomenti di cui vi piacerebbe sapere qualcosa in più, fatecelo sapere e saremo lieti di darvi il nostro punto di vista.

Buona lettura.
|Ste|

In via del tutto eccezionale, in questi giorni le temperature sfiorano i 30° C. Succede così di rado, che molti ne approfittano per sfoderare le piscine e i giochi d’acqua, per raffreddarsi e intrattenere i bambini. Quest’anno ci siamo attrezzati anche noi: un ombrellone, una sedia, un tavolino, tanta crema solare – il sole si fa vedere di rado, ma quando c’è picchia forte – e nonno Ferro a fare da bagnino.

terrazzo attrezzato

Terrazzo in versione estiva, con ombrellone e piscina. E biancheria stesa ad asciugare.

Nonno Ferro in versione bagnino.

Nonno Ferro in versione bagnino.

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il team raddoppia (seconda parte)

continua da qui, sempre con la partecipazione di Aria, in corsivo.

Alle 21 entrano 7-8 persone nella stanza, correndo. Guardano l’infermiera, che deve averli chiamati senza che ce ne accorgessimo, la quale annuncia loro la prossimità dell’evento.
Capisco solo in quel momento che mancano davvero poche manciate di minuti alla nascita dei miei figli, ma non faccio in tempo a realizzare la cosa perché vengo interrotto da un’altra serie di contrazioni e urla. Le contrazioni sono sempre più vicine tra loro e la ginecologa parla ad Aria, chiedendole di concentrarsi su di lei da quel momento alla fine del parto. L’unico uomo è il pediatra, che si mette in un angolo della stanza, sistema il suo lettino di rianimazione per neonati, pieno di fili per monitorare i piccoli pazienti, un mini defibrillatore, due bombole di ossigeno; rimane in attesa. Le altre persone entrate nella stanza sono le più varie, qualche infermiera, qualche ostetrica, assistenti e pure una stagista, così tante che qualcuna non ha un gran da fare e mi chiede dove siano macchina fotografica e telecamera per immortalare i bambini dal loro primo secondo di vita. Io rimango un po’ basito e declino l’offerta, rassicurandole sul fatto che mi occuperò dell’aspetto mediatico solo dopo che sarà tutto finito, o meglio iniziato a meraviglia.
La ginecologa aiuta Aria guidandola nella respirazione ed entrambi iniziamo a respirare come partorienti.

Respiriamo tutti (chi sul letto chi accanto) come delle partorienti, ma il dolore lo sento solamente io. Mi dicono di spingere e tenere le gambe piegate con le braccia, ma ogni volta che lo faccio, la gamba dell’ostetrica alla mia destra poggia sul letto e trattiene il cavo del sensore del battito cardiaco che mi trattiene il polpastrello della mano destra, rendendomi ancora più difficile l’operazione. Sono stordita dal dolore delle contrazioni ma continuo a sentirlo e dichiaro a Ste che non ce la posso fare, che fa troppo male! Non ho nemmeno la forza di ribattere qualcosa quando mi vietano di urlare (dal dolore)! Riesco solo a pensare che non vogliano spaventare le partorienti nelle altre stanze (solo poi mi chiariranno che serviva a non disperdere energie necessarie per le spinte). Aspetto il momento di svenire, perché con tutto il dolore che sto sopportando, non riuscirò umanamente a sentirne di più. E per la miseria, perché non ho seguito un corso sulla respirazione?!? Avevo trovato qualcosa online e avevo anche fatto degli esercizi, ma nulla sulla respirazione in sé.

A breve è il momento della nascita, e mi ritrovo a tendere gli addominali rumorosamente ogni volta che Aria spinge, come questo potesse esserle d’aiuto.

Pochi minuti dopo nasce Lorenzo. Mentre Aria si contorce (e respira, un po’ piange, un po’ ride), una delle infermiere mi chiede, porgendomi delle forbici dalla forma strana, di tagliare il cordone ombelicale. Appena riesco a capire cosa voglia dirmi, rifiuto cortesemente. Questa guarda la collega stupita, riformulando la domanda ma con la stessa richiesta. Per un attimo credo di aver quasi turbato la loro sensibilità, penso che forse nella loro cultura sia naturale che il padre si occupi di tagliare il cordone, quasi come tagliare il nastro a un’inaugurazione. In realtà non riesco nemmeno a muovermi e tra una spinta e l’altra declino con più vigore la loro proposta, chiedendo solo di fare solo ed esclusivamente in modo che tutto vada per il meglio per tutti e 3, fino ad allora possiamo rinunciare a riti e foto.

Subito dopo l’infermiera alla mia sinistra sale con una gamba su una sedia e una sul letto e inizia a premermi la pancia con le mani. Con un fil di voce le dico che mi sta facendo male (non le ho detto nulla quando mettendomi l’ago nella vena del polso per attaccarci la flebo ha fatto uno spargimento di sangue che quasi quasi mi ci voleva una trasfusione!). Lei continua, imperterrita, e mi informa bruscamente che mi sta aiutando a far nascere mia figlia. Taccio e sopporto (mi verrà spiegato poi che nei parti gemellari, c’è sempre la possibilità che, nato il primo, è possibile che il secondo si sposti e cambi posizione rendendo le cose molto più complicate).

Dieci minuti più tardi nasce Mila.

Entrambi respirano da soli e piangono prima di raggiungere il lettino del pediatra, che li sottopone ai test di Apgar, dando loro soltanto una spruzzata di ossigeno, una “botta de vita” e via. Il test ha esito positivo ed entrambi ottengono 9/10 su 10. Dovranno rimanere in neonatologia per almeno 3 settimane, ma stanno bene e questo è l’importante. Ancor prima di farceli rivedere, un’infermiera ci porta le tradizionali fette biscottate farcite, le beschuiten met muisjes (si veda il post a riguardo): fetta biscottata, generoso strato di margarina, con funzione adesiva, e praline di anice e zucchero incastonate; rosa o azzurre a seconda del sesso del nascituro, le nostre sono metà rosa e metà azzurre. Terribili, ne mangio mezza per paura di essere linciato (dopo la storia del cordone ombelicale, temo di essere stato oramai segnalato), e l’affamata Aria si occupa personalmente dello smaltimento dell’altra metà.
Rivediamo i bimbi, puliti e pronti per la prima notte in incubatrice, poi apro la poltrona letto e dormo profondamente. Pure troppo, dal momento che Aria non dorme benissimo quella notte.

In realtà non riuscirei a dormire comunque, a causa dell’adrenalina direi, visto che tutti i dolori sono terminati con il parto
.

Il giorno seguente, la neo mamma viene spostata in una stanza adiacente, più piccola e priva della poltrona per il partner, solo per essere tenuta sotto controllo per verificare che non ci siano complicazioni.

Passiamo le tre settimane seguenti tra casa e l’ospedale: la mattina presto e la sera attorno alle 18 ci rechiamo presso la neonatologia dell’ospedale Sud, per coccolare e prenderci cura dei bimbi. A volte passiamo un’ora con i bimbi svestiti adagiati sul nostro petto. Lo chiamano buidelen e significa letteralmente “marsupiare” e consente un contatto pelle – pelle tra bimbo e genitore, garantendogli tanto calore e soprattutto la famosa Vitamina L, come ci dicevano le infermiere: L come Liefde o, in inglese, Love.

All’inizio di maggio arriva finalmente il grande giorno: tutti pronti per le dimissioni e per vedere finalmente la casa, sistemata per accogliere i bimbi.
Fissata la data delle dimissioni, la sera prima Aria viene invitata a passare la notte in ospedale, per ricevere le ultime “dritte” e per fare una prova sul campo: dal tramonto all’alba sola con i bambini.

Io rimango in ospedale finché possibile, attorno alle 21, poi lascio i 3 ad affrontare la notte. Mentre io mi godo una lunga e rinvigorente dormita, l’ultima vera dormita per un po’ di tempo, Aria non fa lo stesso in ospedale. I bambini, abituati a dormire ognuno nel suo lettino, quella notte vengono sistemati in un lettino unico, messo accanto a quello di Aria. I due iniziano presto ad agitarsi e per gran parte della notte urlano a squarciagola. Un vero test di resistenza: privazione del sonno, urla tipo macello, nessuna assistenza da parte del partner e l’invito a chiamare meno possibile le infermiere in aiuto.

D’accordo prova sul campo, ma non poter chiamare nessuno lo trovo sadico; dico all’infermiera che a casa non sono sola, ma lei replica che un giorno o l’altro potrebbe capitare di essere sola coi bimbi e che quindi è meglio ‘fare allenamento’. In effetti, credo di aver capito che non possono morire per il troppo pianto: c’è qualcosa che li blocca (fortunatamente!) prima di smettere di respirare. Non riesco a calmare Lorenzo né Mila per minuti per me interminabili e sono sicura che le infermiere notturne mi sentano, ma non viene davvero nessuno ad aiutarmi. Dormo pochissimo e male e vado nel panico non so quante volte in una notte: in una volta sola un anticipo di quello che sarà poi.

Secondo me la stanza è allestita tipo casa del Grande Fratello e da un ipotetico centro regia qualcuno osserva la neo mamma alle prese con le due piccole pesti: se i 3 arriveranno vivi e assennati alla mattina, i bambini saranno dimessi e affidati a noi. Aria trattiene sia gli istinti omicidi, che quelli suicidi e la prova è brillantemente superata.
La mattina seguente nonno Ferru passa a prendermi col camper VW e, dopo averlo caricato con pannolini, asciugamani e ovetti, andiamo a recuperare Aria, Mila e Lorenzo. Salutiamo le infermiere in turno quella mattina, regalando loro un’ottima colomba portataci dall’Italia.

Dieci minuti di strada e siamo a casa con i nostri bambini.

 

In Olanda la madre viene dimessa, in assenza di complicazioni, dopo 2 notti in ospedale.
Il giorno seguente arriva a casa una puericultrice (kraamzorgster), che ha il compito di aiutare mamma e bambino a fare i primi passi insieme a casa: una sorta di tutorial dal vivo, 5-8 ore al giorno per 5-7 giorni. La puericultrice, oltre ad aiutare la mamma col bambino, si occupa anche di far le pulizie, la spesa e, volendo, prepara anche da mangiare.
Se la mamma o il bambino, però, vengono trattenuti in ospedale per un periodo più lungo, il servizio base di puericultrice viene somministrato in via ridotta o, in caso di degenza superiore ai 5-7 giorni, se ne perde il diritto del tutto.
Qualora invece, come nel nostro caso, viene sottoscritta un’assicurazione sanitaria speciale per gravidanza e parto (ogni anno, in gennaio, è possibile cambiare la propria assicurazione e/o scegliere un pacchetto specifico per le proprie esigenze quali dentista, fisioterapista, ecc.), si ha diritto a un periodo di kraamzorg extra, della durata di 25 ore distribuite su 5 giorni.

Se prima del parto Aria era terrorizzata (confermo) all’idea che qualcuno stesse per così tanto tempo al giorno in casa nostra in un momento così delicato, già dall’arrivo di Helen e Simone, puericultrice e apprendista puericultrice, aveva cambiato idea. La mole di lavoro è subito risultata essere abominevole, mentre le energie scendevano a vista d’occhio. Simone ed Helen ci hanno insegnato le cose che ancora non ci erano state fatte vedere in neonatologia, adattando la teoria agli spazi e ai materiali in nostro possesso.
Le ho soprannominate ‘i miei angeli’! Si sono amorevolmente e ruspantemente (Helen e Simone sono decisamente diverse tra loro) prese cura di me, dei piccoli e anche della casa. Nonostante la piacevolezza della loro compagnia e l’aiuto, il 4°-5° giorno si sono rivelati un po’ pesanti: la presenza di ‘estranei’ alla famiglia appena formatasi a casa si sente, eccome!

Pochi giorni dopo la nascita, i miei cari genitori hanno attraversato l’Europa in macchina per una 3 giorni a conoscere i nipotini. Grazie a internet, tra videochiamate e foto condivise, si sentono meno i 1400km che ci dividono, ma altra cosa è poter vedere da vicino i due nuovi arrivati.
Mia madre è tornata anche a inizio maggio, quando i bimbi sono arrivati a casa, per fermarsi una decina di giorni, dandoci una mano nei lavori in casa, durante le poppate e in cucina, e ritornerà assieme alla super nonna bis, il prossimo mese.
Successivamente è stata la volta della super cugina Chiara, che di lavoro fa la puericultrice; venuta per 5 giorni, si è aggiudicata volontariamente tutte le poppate notturne, oltre a darci parecchie dritte sui pupi e la loro alimentazione.
Per non parlare del supporto pratico e psicologico che ci hanno dato; e soprattutto delle ore di sonno guadagnate! Ancora grazie, grazie grazie!

Ora tutti sono tornati alle loro abitazioni e occupazioni, le notti a volte sono frustranti e interminabili ma pian piano noi ci abituiamo a loro e loro si abituano a noi.
Mentre scrivo Lorenzo ha superato quota 4kg e Mila i 3.5kg, siamo stati al Consultatie Bureau, consultorio del rione che ci assisterà per visite, vaccini, domande fino a quando i bimbi avranno 4 anni di età. Qualora ci fossero problemi di salute, il Consultorio ci indirizzerà al medico di base di Aria (i bimbi prendono gratuitamente l’assicurazione e il medico di base del genitore che ha la migliore assicurazione sanitaria), o all’ospedale.
Mi stupisce ancora che i bambini non vengano seguiti da un pediatra sin dalla nascita ma da una serie di visite di controllo del consultorio, però funziona così per migliaia e migliaia di bambini da anni, quindi confido che sia solamente un modo diverso di concepire la forma della sanità pediatrica.

|Ste| & |Aria|

#passion for #light

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Bigfoot

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il team raddoppia (prima parte)

Perse le speranze di rivedere un nuovo post? Non preoccupatevi, questo è Post con la P maiuscola, così lungo che lo pubblicherò in due parti, cercando di non annoiare.
Con la partecipazione di Aria, in corsivo.

Come timidamente anticipato nel mio ultimo articolo, c’era una grossissima novità in arrivo. Per riservatezza e scaramanzia non se n’è mai parlato, ma ora posso svelarla e da sola spiegherà il motivo di una così prolungata assenza.

A ottobre dello scorso anno un test di gravidanza positivo ha iniziato a cambiare, nuovamente, le nostre vite.

Subito sono iniziati i contatti con le verlooskundigen, ostetriche.
In Olanda una donna incinta non incontra il ginecologo fino al parto, a meno che non ci siano motivi medici particolari che richiedano una visita specialistica. Ci sono le ostetriche, che seguono le future madri passo dopo passo durante le 40 settimane di gravidanza, riunite a gruppi di 5 – 6, in piccoli ambulatori. Dei piccoli edifici nei quartieri residenziali, dove si va per fare domande e per organizzare le ecografie e gli esami di rito.
Ne abbiamo trovato uno a meno di 10 minuti di bici da casa, siamo andati lì e Aria è stata iscritta dopo una serie di domande sulla sua storia personale e clinica; qualche domanda l’hanno fatta anche a me.
Abbiamo fissato l’appuntamento successivo dopo la prima ecografia, ma non le abbiamo mai più riviste.

ecografiaA novembre, in occasione della prima ecografia, avvenuta in un piccolo ambulatorio privato situato anch’esso in mezzo alle villette a schiera sul canale del verdissimo Kleverpark, abbiamo visto per la prima volta dentro alla pancia crescente di Aria: un’emozione indescrivibile. Mentre eravamo lì, Aria distesa sul lettino ed io seduto al suo fianco, mi è sembrato di vedere qualcosa di strano sullo schermo ma, non conoscendo lo strumento e sopraffatto dall’emozione di vedere per la prima volta un’ecografia “moderna” (l’unica che ricordavo era la mia, incollata alla prima pagina del mio primo album di foto: anno 1980, due croci in mezzo a un indefinito sfondo nero e grigio; ero oggettivamente visibile solo nella didascalia sottostante che citava il mio nome), non ho detto nulla. Ho scoperto che non ero io a vederci doppio, né lo strumento ad avere problemi, quando l’infermiera ci ha detto che i bambini erano effettivamente due, molto probabilmente gemelli eterozigoti, ognuno nella sua sacca, c’è stato un attimo di sgomento misto alla felicità. Aria chiedeva incredula di verificare meglio, ma una foto in cui comparivano contemporaneamente due feti ben distinti e separati toglieva ogni dubbio… e il fiato.
Ricordo l’abbraccio che ci siamo dati nel giardino appena usciti: un’impresa abominevole della quale eravamo solo all’inizio, più di un pensiero a rendere frenetiche le nostre giornate da qui a non si sa quando, ma quanta gioia.
Ad essere sinceri, non credo di essere riuscita a realizzare effettivamente che aspettavamo dei gemelli se non qualche mese dopo, perché poche settimane prima  dell’ecografia avevo iniziato a sentire i fastidiosi sintomi della gravidanza; non avevo la testa per pensare ad altro che a tentare di stare meglio.

Un parto gemellare è uno dei motivi medici che fa sì che una gravidanza venga seguita direttamente dall’ospedale e non dalle ostetriche; siamo quindi stati affidati al Kennemer Gasthuis di Haarlem, ospedale con due sedi piuttosto grandi all’estremo Nord e a quello Sud della città. Ogni due settimane circa, ci siamo recati in uno dei due ospedali per le ecografie e le visite di controllo con i ginecologi. Un po’ prendendo ore di permesso dal lavoro e un po’ grazie al fatto che adesso lavoro molto meno e da casa, sono riuscito ad accompagnare Aria in ogni singolo passo di questa emozionante (spaventosa, energizzante, snervante, appagante…) avventura.

Nei 3 mesi successivi Aria non se l’è passata benissimo causa nausee: il livello di hCG, ormone della gravidanza, è infatti molto più alto in una gravidanza gemellare, al punto da portarla a vomitare per 4-5 volte al giorno. Io ero convinta di averne contate di più un giorno, ma forse era solo la stanchezza portata dal costante vomito. Ricordo che la sera, quando capitava che Aria rientrasse dal lavoro dopo di me, appena io o Ferru sentivamo il rumore delle chiavi nella serratura, aprivamo tutte le porte che separavano Aria dal bagno più vicino e lei correva con una mano davanti alla bocca, lasciando uscire un soffocato “ciao” dal naso, prima di chiudersi in bagno e abbracciare il water. I suoi gusti alimentari cambiavano dalla mattina alla sera. A volte una lista della spesa, stilata per ovvie ragioni dalla gestante, aveva ingredienti che diventavano obsoleti e indesiderati proprio mentre stavo facendo la spesa: non succedeva spesso, ma a scanso di equivoci ho iniziato a conservare la lista della spesa come prova anche dopo essere rincasato.

Dal quarto mese a metà aprile tutto bene, eccezione fatta per l’ovvio peso straordinario da portare in giro, in continua crescita.
Mi sentivo una balenottera! Nei primi 3 mesi non ero ingrassata tanto (forse anche perché, causa nausee e vomito, non sentivo molto appetito), ma non appena ho smesso di vomitare quotidianamente, anche l’appetito è ripreso e ho ricominciato ad apprezzare i cibi che mi piacevano da una vita (kebab a parte.. ancora non ci siamo ritrovati). Insieme all’appetito ho preso anche diversi chili, perlopiù concentrati nella pancia.
Avevo smesso alla fine dell’anno scorso di andare in bici perché sentivo un piccolo ma fastidiosissimo dolore tutte le volte che scendevo dalla sella; in poco tempo avevo iniziato anche a camminare molto lentamente. Insomma, molto appesantita e rallentata praticamente in tutto. E Ste e mio padre disponibili ad accontentare tutti i miei desideri!
In caso di gravidanza a rischio la maternità inizia tra la 24esima e la 26esima settimana e allo scadere della 25esima Aria ha iniziato a rimanere a casa. La nascita era prevista per la seconda metà di maggio, i tempi iniziavano a farsi stretti e noi ci affrettavamo a completare la cameretta, grazie anche ai tanti scatoloni pieni di beni di prima necessità per neonati, donati da tanti amici con figli ormai più cresciuti e trasportati da Ferru fin qui.

A inizio aprile abbiamo partecipato anche a due serate informative, in un auditorium dell’ospedale, dai titoli: “allattamento al seno” e “partorire ad Haarlem”. Nonostante ciò, non ci sentivamo così pronti.
E, diciamocela tutta, eravamo spaventati alla sola idea di diventare genitori, con le migliaia di domande comuni che ci affollavano la mente..

Un giovedì pomeriggio, mentre chiacchiero con Diego al piano superiore, vengo chiamato da Aria che ci chiede di scendere per il caffè.
Con apparente tranquillità, Aria mi dice di avere perdite piuttosto abbondanti, ma aggiunge che forse basta mettersi sul divano perché le perdite si fermino, dice di averlo provato e “sembra che funzioni”. Ma la soluzione di Aria, basata solo sulla forza di gravità, non mi convince (lei era la prima a non esserne convinta, sotto sotto). Cerco di rassicurarci dicendo che sicuramente non è niente, ma è meglio chiamare l’ospedale per scambiare due parole, mal che vada si parlerà del tempo. La risposta dell’ospedale è un po’ come la mia: sicuramente non è niente, ma passi di qui lo stesso che diamo un’occhiata.
Sono uscita di casa solo con la borsetta, sperando di tornare un paio d’ore più tardi, ma dentro di me ho capito che c’è qualcosa che non va, anche se non sento alcun dolore particolare se non qualcosa alla schiena.
Arrivati in ospedale meno di mezz’ora più tardi grazie al pronto intervento di Ferru col suo camper, ci accoglie una donna sulla quarantina dai modi piuttosto bruschi, o forse lo erano in modo particolare per noi così coinvolti, che fa accomodare Aria in una stanza dove si attendono i risultati delle analisi per sapere se le perdite sono liquido amniotico, le famose acque che si rompono alla fine di una gravidanza, o meno. Abbiamo chiesto di parlare in inglese per capire ogni singola parola, così le infermiere, che a questo punto sono 3, parlano tra di loro in olandese e con noi in inglese. A noi dicono “non sappiamo nulla, aspettiamo di vedere le analisi”, ma tra di loro commentano pochi istanti più tardi, in olandese: “senti l’odore, si sono sicuramente rotte le acque”. Fingo di non capire e caparbiamente cerco conforto nell’infermiera scortese, le dico “33 settimane è troppo presto..”, sperando la donna si lasci andare a un elenco di casi in cui bambini hanno visto la luce sanissimi nonostante periodi ben più brevi in utero e cose di questo genere, ma invece ricevo un “sì, è troppo presto.“. Va bene la schiettezza, di cui gli olandesi si vantano di essere campioni, ma questa sfiorava il sadismo.

Arrivano i risultati degli esami e la rottura delle acque diventa ufficiale.
A due ore dal nostro arrivo all’ospedale, ci portano in una stanza piuttosto ampia, come una camera d’albergo con angolo cottura, bagno con doccia e comoda poltrona. Solo il pavimento, tutto in piastrelle, e il letto, singolo e con le ruote, la rendono inadatta a un hotel. L’infermiera scortese, che si dimostrerà molto affabile nei giorni successivi, lascia il posto a un’infermiera prossima alla pensione, dal taglio di capelli corto e brizzolato, più sgraziata ma più simpatica della prima. Aria viene monitorata con il cardiotocografo, strumento che non abbiamo mai visto, ma di cui capiamo presto il funzionamento; ci sono 3 cifre: a sinistra si vede la  frequenza cardiaca di Mila, a destra quella di Lorenzo e in mezzo la frequenza delle contrazioni. Le quali iniziano a farsi sentire, ma si prova comunque a rimandare la nascita, al fine di dare tempo prezioso ai nascituri per prepararsi a vedere la luce. Arriva anche l’iniezione di cortisone per agevolare lo sviluppo dei polmoni dei nascituri. Passano lunghissimi minuti, scanditi dalle contrazioni che aumentano, io cerco di confortare Aria avvisandola quando vedo che la frequenza sta scendendo, lasciandole qualche attimo per respirare. Ad un certo punto l’infermiera offre degli antidolorifici ad Aria, che accetta senza riserve, all-in! Per gli antidolorifici – avverte lei – bisogna però prima fare un tracciato dello stato dei bambini, al fine di capire, in base alla loro vivacità, se sia opportuno utilizzare un antidolorifico piuttosto che un altro.

L’attesa per una risposta si conclude con un “mi dispiace, è troppo tardi per qualsiasi anestesia”.
Dico io, perché mi illudi che c’è la possibilità di avere un antidolorifico, se poi è molto probabile che non si possa usarlo?!? Piuttosto informati prima e poi chiedi.
Uno dei miei incubi, partorire senza antidolorifici, si sta materializzando.
Mi consolo pensando che quando sentirò troppo dolore, sverrò naturalmente; so che funziona così. Eppure finora non ho sentito carezze, ma stanchezza a parte, credo di non avere un muscolo rilassato e sono anche troppo sveglia!

Aria urla un pochino di più.

 

[Continua qui]

 

|Ste| |Aria|

 

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disoccupazione 2014

Ho cancellato gli ultimi files dal PC e inviato le email ai contatti presso i vari fornitori, per avvisarli che il mio indirizzo non sarebbe stato più valido.
Scrivania dell’ufficio e desktop del PC sono sincronizzati: tutto vuoto, anche i cestini, quello reale e quello virtuale.
Sgancio e lascio sul tavolo le 3 chiavi dell’ufficio, riscoprendo il portachiavi leggero, mentre un uomo ormai provato da troppi anni di convivenza con se stesso ripete frasi di circostanza, che scivolano addosso a chi lo conosce bene.
Saluto i due colleghi rimasti in servizio e chiudo la porta alle mie spalle, mi stupisco della mia maturità (civiltà? stupidità?), quando rinuncio a sputare sulla nuovissima auto da quasi sessantamila Euro, comprata dal titolare coi soldi di una società che licenzia dipendenti per problemi economici.
Ora sento leggero anche me, per qualche istante penso di aver dimenticato qualcosa in ufficio e invece realizzo di essermi liberato di un grosso peso.
La mente viaggia veloce e subito si pone il problema del futuro, ma altrettanto velocemente giungo alla conclusione che non meritavo di spendere ancora del tempo per far ingrassare lui. Trovarsi senza lavoro non è mai facile, ma mi sento positivo. Inoltre non è l’unico lavoro che ho, ne conservo ancora uno di poche ore a settimana che però continua a darmi le sue soddisfazioni.

La fine del rapporto lavorativo è stata un processo piuttosto lungo che merita qualche riga su questo blog, per chi si trovasse nella mia situazione, o per chi semplicemente volesse sapere come funzionano le cose qui oggi.

uwvEssendo il mio contratto a tempo indeterminato, il titolare ha dovuto richiedere all’UWV, l’ente che si occupa di pagare le persone in malattia e quelle in disoccupazione, il permesso per licenziare. È partito un procedimento durato circa 3 mesi e mezzo, durante il quale l’azienda dà le motivazioni, economiche in questo caso, per le quali richiede il licenziamento, mentre il lavoratore, se vuole evitare il licenziamento, deve dimostrare che non ci sono i presupposti per interrompere la collaborazione (quindi, in questo caso, che mancano i motivi economici, o che non viene rispettato il corretto ordine di licenziamento all’interno dell’azienda).
Nonostante le mie pronte risposte, per le quali mi sono iscritto anche al sindacato FNV, dal quale ho avuto quasi subito una consulenza, l’UWV ha dato ragione al titolare, accettando la sua richiesta di licenziare me, ma non è stato della stessa idea per una mia collega che si trovava in una situazione simile alla mia.

FNVLa decisione di UWV, una volta appurata l’effettiva cattiva situazione economica dell’azienda richiedente, si basa sull’unicità o meno della funzione del lavoratore per il quale è richiesto il licenziamento. Se, come nel mio caso, l’azienda è abbastanza piccola da avere solo una persona che si occupa di Acquisti e Logistica, la funzione è quindi unica, e il titolare dichiara di voler rimuoverla (o dichiara di voler prendere lui stesso in mano le funzioni che fino a quel momento spettavano a un dipendente), è libero di farlo, licenziando.
Se, come nel caso della collega, la sua funzione non è unica perché ci sono più lavoratori che la occupano, vale invece la regola “first in, last out”, il primo arrivato è l’ultimo ad andarsene. Essendoci in azienda un’altra persona, più giovane sia di età che di anzianità, con una funzione compatibile con quella della collega (lui è venditore per il mercato olandese, lei per quello italiano, ma sono entrambi venditori), l’UWV non ha concesso il licenziamento.

Non è cambiato moltissimo dal 2011, quando fu Aria a chiedere il sussidio (vedi post) in seguito alla scadenza del contratto, di sicuro però è diminuito il numero dei mesi di disoccupazione: il minimo rimane 3 mesi, mentre il massimo corrisponde ad un mese per anno lavorato (avendo lavorato 3 anni o meno, si ricevono 3 mesi di disoccupazione, avendo lavorato più di 3 anni, si riceve un mese di disoccupazione per ogni anno in cui si è lavorato per almeno 52 giorni).
Le regole per chi riceve il sussidio non sono invece cambiate: rimane l’obbligo di contattare almeno un datore di lavoro a settimana inviando un curriculum, dimostrandosi attivi nella ricerca di lavoro e documentando con report aggiornati tale attività. Se nel 2011 era un work coach in persona a mettersi in contatto con i candidati per verificare come procedesse la ricerca di una nuova occupazione, è ora un computer a prendersi cura di controllare chi riceve il sussidio ed eventualmente stanare i fannulloni.
Il che significa maggiore automatizzazione e riduzione degli sprechi, ma anche che qualche posto di lavoro è stato sacrificato sull’altare della modernizzazione.

Ho deciso che nei primi giorni mi dedicherò a sistemare un po’ di cose a casa, le pareti della camera al primo piano richiedono interventi di manutenzione e questo sembra un ottimo momento per occuparsene.
Nel frattempo mi riorganizzo un po’ le idee e cerco di capire cosa voglio – e posso – fare da grande.
E, naturalmente, aggiornerò più spesso questo blog, trascurato negli ultimi mesi per i motivi citati sopra ed altri di cui parleremo in un secondo momento.

|Ste|

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