il team raddoppia (prima parte)

Perse le speranze di rivedere un nuovo post? Non preoccupatevi, questo è Post con la P maiuscola, così lungo che lo pubblicherò in due parti, cercando di non annoiare.
Con la partecipazione di Aria, in corsivo.

Come timidamente anticipato nel mio ultimo articolo, c’era una grossissima novità in arrivo. Per riservatezza e scaramanzia non se n’è mai parlato, ma ora posso svelarla e da sola spiegherà il motivo di una così prolungata assenza.

A ottobre dello scorso anno un test di gravidanza positivo ha iniziato a cambiare, nuovamente, le nostre vite.

Subito sono iniziati i contatti con le verlooskundigen, ostetriche.
In Olanda una donna incinta non incontra il ginecologo fino al parto, a meno che non ci siano motivi medici particolari che richiedano una visita specialistica. Ci sono le ostetriche, che seguono le future madri passo dopo passo durante le 40 settimane di gravidanza, riunite a gruppi di 5 – 6, in piccoli ambulatori. Dei piccoli edifici nei quartieri residenziali, dove si va per fare domande e per organizzare le ecografie e gli esami di rito.
Ne abbiamo trovato uno a meno di 10 minuti di bici da casa, siamo andati lì e Aria è stata iscritta dopo una serie di domande sulla sua storia personale e clinica; qualche domanda l’hanno fatta anche a me.
Abbiamo fissato l’appuntamento successivo dopo la prima ecografia, ma non le abbiamo mai più riviste.

ecografiaA novembre, in occasione della prima ecografia, avvenuta in un piccolo ambulatorio privato situato anch’esso in mezzo alle villette a schiera sul canale del verdissimo Kleverpark, abbiamo visto per la prima volta dentro alla pancia crescente di Aria: un’emozione indescrivibile. Mentre eravamo lì, Aria distesa sul lettino ed io seduto al suo fianco, mi è sembrato di vedere qualcosa di strano sullo schermo ma, non conoscendo lo strumento e sopraffatto dall’emozione di vedere per la prima volta un’ecografia “moderna” (l’unica che ricordavo era la mia, incollata alla prima pagina del mio primo album di foto: anno 1980, due croci in mezzo a un indefinito sfondo nero e grigio; ero oggettivamente visibile solo nella didascalia sottostante che citava il mio nome), non ho detto nulla. Ho scoperto che non ero io a vederci doppio, né lo strumento ad avere problemi, quando l’infermiera ci ha detto che i bambini erano effettivamente due, molto probabilmente gemelli eterozigoti, ognuno nella sua sacca, c’è stato un attimo di sgomento misto alla felicità. Aria chiedeva incredula di verificare meglio, ma una foto in cui comparivano contemporaneamente due feti ben distinti e separati toglieva ogni dubbio… e il fiato.
Ricordo l’abbraccio che ci siamo dati nel giardino appena usciti: un’impresa abominevole della quale eravamo solo all’inizio, più di un pensiero a rendere frenetiche le nostre giornate da qui a non si sa quando, ma quanta gioia.
Ad essere sinceri, non credo di essere riuscita a realizzare effettivamente che aspettavamo dei gemelli se non qualche mese dopo, perché poche settimane prima  dell’ecografia avevo iniziato a sentire i fastidiosi sintomi della gravidanza; non avevo la testa per pensare ad altro che a tentare di stare meglio.

Un parto gemellare è uno dei motivi medici che fa sì che una gravidanza venga seguita direttamente dall’ospedale e non dalle ostetriche; siamo quindi stati affidati al Kennemer Gasthuis di Haarlem, ospedale con due sedi piuttosto grandi all’estremo Nord e a quello Sud della città. Ogni due settimane circa, ci siamo recati in uno dei due ospedali per le ecografie e le visite di controllo con i ginecologi. Un po’ prendendo ore di permesso dal lavoro e un po’ grazie al fatto che adesso lavoro molto meno e da casa, sono riuscito ad accompagnare Aria in ogni singolo passo di questa emozionante (spaventosa, energizzante, snervante, appagante…) avventura.

Nei 3 mesi successivi Aria non se l’è passata benissimo causa nausee: il livello di hCG, ormone della gravidanza, è infatti molto più alto in una gravidanza gemellare, al punto da portarla a vomitare per 4-5 volte al giorno. Io ero convinta di averne contate di più un giorno, ma forse era solo la stanchezza portata dal costante vomito. Ricordo che la sera, quando capitava che Aria rientrasse dal lavoro dopo di me, appena io o Ferru sentivamo il rumore delle chiavi nella serratura, aprivamo tutte le porte che separavano Aria dal bagno più vicino e lei correva con una mano davanti alla bocca, lasciando uscire un soffocato “ciao” dal naso, prima di chiudersi in bagno e abbracciare il water. I suoi gusti alimentari cambiavano dalla mattina alla sera. A volte una lista della spesa, stilata per ovvie ragioni dalla gestante, aveva ingredienti che diventavano obsoleti e indesiderati proprio mentre stavo facendo la spesa: non succedeva spesso, ma a scanso di equivoci ho iniziato a conservare la lista della spesa come prova anche dopo essere rincasato.

Dal quarto mese a metà aprile tutto bene, eccezione fatta per l’ovvio peso straordinario da portare in giro, in continua crescita.
Mi sentivo una balenottera! Nei primi 3 mesi non ero ingrassata tanto (forse anche perché, causa nausee e vomito, non sentivo molto appetito), ma non appena ho smesso di vomitare quotidianamente, anche l’appetito è ripreso e ho ricominciato ad apprezzare i cibi che mi piacevano da una vita (kebab a parte.. ancora non ci siamo ritrovati). Insieme all’appetito ho preso anche diversi chili, perlopiù concentrati nella pancia.
Avevo smesso alla fine dell’anno scorso di andare in bici perché sentivo un piccolo ma fastidiosissimo dolore tutte le volte che scendevo dalla sella; in poco tempo avevo iniziato anche a camminare molto lentamente. Insomma, molto appesantita e rallentata praticamente in tutto. E Ste e mio padre disponibili ad accontentare tutti i miei desideri!
In caso di gravidanza a rischio la maternità inizia tra la 24esima e la 26esima settimana e allo scadere della 25esima Aria ha iniziato a rimanere a casa. La nascita era prevista per la seconda metà di maggio, i tempi iniziavano a farsi stretti e noi ci affrettavamo a completare la cameretta, grazie anche ai tanti scatoloni pieni di beni di prima necessità per neonati, donati da tanti amici con figli ormai più cresciuti e trasportati da Ferru fin qui.

A inizio aprile abbiamo partecipato anche a due serate informative, in un auditorium dell’ospedale, dai titoli: “allattamento al seno” e “partorire ad Haarlem”. Nonostante ciò, non ci sentivamo così pronti.
E, diciamocela tutta, eravamo spaventati alla sola idea di diventare genitori, con le migliaia di domande comuni che ci affollavano la mente..

Un giovedì pomeriggio, mentre chiacchiero con Diego al piano superiore, vengo chiamato da Aria che ci chiede di scendere per il caffè.
Con apparente tranquillità, Aria mi dice di avere perdite piuttosto abbondanti, ma aggiunge che forse basta mettersi sul divano perché le perdite si fermino, dice di averlo provato e “sembra che funzioni”. Ma la soluzione di Aria, basata solo sulla forza di gravità, non mi convince (lei era la prima a non esserne convinta, sotto sotto). Cerco di rassicurarci dicendo che sicuramente non è niente, ma è meglio chiamare l’ospedale per scambiare due parole, mal che vada si parlerà del tempo. La risposta dell’ospedale è un po’ come la mia: sicuramente non è niente, ma passi di qui lo stesso che diamo un’occhiata.
Sono uscita di casa solo con la borsetta, sperando di tornare un paio d’ore più tardi, ma dentro di me ho capito che c’è qualcosa che non va, anche se non sento alcun dolore particolare se non qualcosa alla schiena.
Arrivati in ospedale meno di mezz’ora più tardi grazie al pronto intervento di Ferru col suo camper, ci accoglie una donna sulla quarantina dai modi piuttosto bruschi, o forse lo erano in modo particolare per noi così coinvolti, che fa accomodare Aria in una stanza dove si attendono i risultati delle analisi per sapere se le perdite sono liquido amniotico, le famose acque che si rompono alla fine di una gravidanza, o meno. Abbiamo chiesto di parlare in inglese per capire ogni singola parola, così le infermiere, che a questo punto sono 3, parlano tra di loro in olandese e con noi in inglese. A noi dicono “non sappiamo nulla, aspettiamo di vedere le analisi”, ma tra di loro commentano pochi istanti più tardi, in olandese: “senti l’odore, si sono sicuramente rotte le acque”. Fingo di non capire e caparbiamente cerco conforto nell’infermiera scortese, le dico “33 settimane è troppo presto..”, sperando la donna si lasci andare a un elenco di casi in cui bambini hanno visto la luce sanissimi nonostante periodi ben più brevi in utero e cose di questo genere, ma invece ricevo un “sì, è troppo presto.“. Va bene la schiettezza, di cui gli olandesi si vantano di essere campioni, ma questa sfiorava il sadismo.

Arrivano i risultati degli esami e la rottura delle acque diventa ufficiale.
A due ore dal nostro arrivo all’ospedale, ci portano in una stanza piuttosto ampia, come una camera d’albergo con angolo cottura, bagno con doccia e comoda poltrona. Solo il pavimento, tutto in piastrelle, e il letto, singolo e con le ruote, la rendono inadatta a un hotel. L’infermiera scortese, che si dimostrerà molto affabile nei giorni successivi, lascia il posto a un’infermiera prossima alla pensione, dal taglio di capelli corto e brizzolato, più sgraziata ma più simpatica della prima. Aria viene monitorata con il cardiotocografo, strumento che non abbiamo mai visto, ma di cui capiamo presto il funzionamento; ci sono 3 cifre: a sinistra si vede la  frequenza cardiaca di Mila, a destra quella di Lorenzo e in mezzo la frequenza delle contrazioni. Le quali iniziano a farsi sentire, ma si prova comunque a rimandare la nascita, al fine di dare tempo prezioso ai nascituri per prepararsi a vedere la luce. Arriva anche l’iniezione di cortisone per agevolare lo sviluppo dei polmoni dei nascituri. Passano lunghissimi minuti, scanditi dalle contrazioni che aumentano, io cerco di confortare Aria avvisandola quando vedo che la frequenza sta scendendo, lasciandole qualche attimo per respirare. Ad un certo punto l’infermiera offre degli antidolorifici ad Aria, che accetta senza riserve, all-in! Per gli antidolorifici – avverte lei – bisogna però prima fare un tracciato dello stato dei bambini, al fine di capire, in base alla loro vivacità, se sia opportuno utilizzare un antidolorifico piuttosto che un altro.

L’attesa per una risposta si conclude con un “mi dispiace, è troppo tardi per qualsiasi anestesia”.
Dico io, perché mi illudi che c’è la possibilità di avere un antidolorifico, se poi è molto probabile che non si possa usarlo?!? Piuttosto informati prima e poi chiedi.
Uno dei miei incubi, partorire senza antidolorifici, si sta materializzando.
Mi consolo pensando che quando sentirò troppo dolore, sverrò naturalmente; so che funziona così. Eppure finora non ho sentito carezze, ma stanchezza a parte, credo di non avere un muscolo rilassato e sono anche troppo sveglia!

Aria urla un pochino di più.

 

[Continua qui]

 

|Ste| |Aria|

 

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