dall’Olanda alla Tunisia

Un paio di settimane fa siamo stati in vacanza in Tunisia, presso un grazioso appartamento accanto alla casa dei genitori di Rim. Rim è una carissima amica di Aria dai tempi dell’università, nata e vissuta nella campagna tunisina, non troppo distante da Hammamet.

È stata una settimana fuori dal tempo e dallo spazio, in una dimensione quasi contadina fatta di coltivazione, caccia, uova (e a volte polli) prese direttamente dal cortile. Nello stesso comprensorio c’è anche una piccola fabbrica a conduzione familiare dove vengono prodotti pregiati mobili, molto diversi dai prodotti globalizzati di Ikea (anche se non possiamo dire di non essere buoni clienti della catena di “fast furniture” – a ricordare i fast food – svedese), che ancora non ha allargato i suoi orizzonti fino al paese nordafricano. Il padre Vittorio, italiano in Tunisia da più di trent’anni, tiene le redini dell’azienda e disegna i mobili assieme alla figlia minore, Agata. Rim controlla il lavoro degli operai e la contabilità assieme alla madre Shafja, la quale gestisce anche le risorse della residenza. Tej è l’ultimo dei tre fratelli e per il momento studia alle superiori.
Per una settimana siamo stati più che coccolati ospiti della dependance della casa, con un geko a tenere lontane le zanzare e pure Aria, che non lo gradiva affatto per la sua somiglianza con un coccodrillo (?).
Ho anche partecipato al travaso dell’ottimo vino della casa, anche questo fatto da loro prendendo uve dai contadini vicini. E l’ho travasato di mattina, poco dopo colazione, facendolo andare con un tubo dalle enormi botti alle bottiglie, bevendone ampie boccate per inesperienza. Avendone troppo rispetto per sputarlo nel lavandino, mi sono trovato un po’ brillo già a inizio giornata. Non nego di averne bevuto un bel po’ di quel vino casareccio, nonostante sia solito essere astemio.
Ho visto anche cucinare del pane in un forno di argilla (una sorta di forno Tandoori), all’interno del quale viene acceso un fuoco e il pane viene quindi attaccato alle pareti per essere cucinato. Il risultato era ottimo, non veniva preparato ogni giorno e, forse proprio per questo, portava ancora più festa a tavola.

Sono stato anche a caccia, nonostante la mia solita contrarietà a questo genere di attività, solo perché la famiglia che ci ospitava la pratica unicamente per poi cucinare e mangiare tutte le prede uccise. Siamo partiti con un pick-up: io, il capo famiglia, il figlio maschio sedicenne ed un grosso cane da riporto in acqua di nome Zorro. Una enorme massa di pelo e affetto che ha cercato per tutto il viaggio di sedersi in braccio a me, solo per aver commesso l’errore di accarezzarlo prima di sedermi in auto accanto a lui. Dopo una ventina di minuti sulle strade più o meno (o per niente) asfaltate su e giù per le colline, siamo arrivati vicino ad un laghetto dove abbiamo parcheggiato per dare un’occhiata. Vittorio è sceso col fucile a tracolla ed è sparito dietro alla collina che sovrasta il lago. Pochi minuti dopo abbiamo sentito uno sparo e Zorro si è fiondato in direzione dell’esplosione. Io e Tej lo abbiamo seguito camminando sull’erba ricoperta di moltissimi piccoli fiori simili tra loro ma diversi per i colori: dal viola al giallo, passando per l’arancione e il rosso. La poesia è stata spezzata dalla visione del cane che si lanciava in acqua verso qualcosa che galleggiava nel laghetto. Pochi istanti dopo Zorro ritornava soddisfatto con un trofeo tra i canini: un germano reale femmina. Non male come trofeo, bello cicciotto e colorato, non fosse per il fatto che solitamente quelle anatre sono nei parchi e nei giardini di Amsterdam e Haarlem, le stesse alle quali diamo talvolta da mangiare il pane raffermo. La mascella del cane si è aperta e la povera anatra è finita nel menù della cena. Zorro è risalito in macchina proponendo lo stesso affetto di prima, ma con mezzo litro di acqua attaccata ai peli e un odore che ricordava esattamente il terribile olezzo di un cane bagnato. Unico neo di quella battuta di caccia , la presenza di migliaia di zanzare grassottelle e determinate. Devo averne uccise almeno una cinquantina, ma almeno il doppio è riuscito a piantare il pungiglione sulla morbida carne delle mie braccia, nonostante avessi qualche maglia e un giubbotto.

Siamo stati anche a Tunisi, capitale del Paese e simbolo della rivoluzione del Gelsomino, culminata lo scorso 14 gennaio 2011 con la caduta del presidente Ben Alì, ma tuttora non del tutto finita. Sono molti i simboli della vittoria sul regime visibili in città, dai murales con gli slogan della rivolta (uno su tutti Dégage, smamma) ai nomi delle piazze (Place du 14 Janvier 2011 al posto della precedente Place du 7 Novembre 1987, che commemorava la salita al potere di Ben Alì). A sentire Rim, che conosce questa città, si respira più libertà per strada, tanto che capita di vedere alcune coppie baciarsi, mentre prima era cosa troppo vergognosa e malvista. La nostra amica dice anche che al contempo, incredibilmente, sono comparse donne col velo integrale: secondo lei una pazzia che va contro tutti gli sforzi all’origine dei diritti conquistati dalle donne tunisine.
Dopo un paio d’ore passate negli intricati vicoli della medina di Tunisi (ci siamo pure portati a casa un paio di tappeti fatti a mano, dopo una contrattazione che ha portato il prezzo al 55% del prezzo iniziale), abbiamo preso un tram piuttosto malandato a bordo del quale sembrava di essere su una carrozza trainata da cavalli, dato il terreno piuttosto sconnesso sul quale poggiano i binari.
Siamo scesi a Sidi Bou Said, paese bianco e blu arroccato su una collina, in cima alla quale abbiamo goduto del tè alla menta con mandorle galleggianti e della meravigliosa vista sul mare. Abbiamo visto anche il porto di Cartagine prima che la buia autostrada tunisina ci ha riportasse nelle campagne vicine alla costa orientale.
L’enorme differenza che ho notato tra Olanda e Tunisia è costituita dall’acqua. Qui in nord europa costruiamo dighe perché ne abbiamo troppa, mentre lì si raccoglie l’acqua piovana quando c’è e si porta il prezioso liquido con autobotti per chilometri. Farsi la doccia è una necessità, tanto che ho rinunciato all’usanza di farla quotidianamente poiché lì si configurava più come uno spreco d’acqua che come un’igienica abitudine. Anche il costo del pane mi ha lasciato stupito, dal momento che ho visto pagare una quindicina di filoni di pane 70 Eurocent, mentre per comprare la stessa quantità qui in Olanda sarebbero serviti circa 35-40 Euro. Di certo, però, gli stipendi olandesi e tunisini non si assomigliano (un operaio tunisino medio guadagna 14 Dinari Tunisini, circa 7 €, al giorno).

Il tempo sembra essersi fermato nei paesi della Tunisia che stanno fuori dai circuiti turistici, alcune strade dei centri cittadini non sono asfaltate e in giro si vedono gatti che dividono il cibo con galline e pure qualche cane randagio. L’unico bar del paese è pieno, di soli uomini perché non è bello vedere una donna lì, stesso pensiero che hanno ancora molti tunisini nei confronti di una sigaretta accesa tra labbra femminili.
Il paese si ritrova il sabato al mercato, dove venditori (spesso con prole al seguito che serve i clienti) mettono in mostra le mercanzie più varie, ma l’attenzione di un “europeo” come me viene guidata dall’olfatto e dalla vista verso le spezie dagli odori e dai colori più intensi che mai. Rim fa la spesa della settimana e noi non ce ne andiamo da lì senza una treccia alta quanto me di peperoncini freschi.

Un viaggio rilassante in mezzo alla natura nordafricana, ma coccolati da persone meravigliose.
Probabilmente questo post non ha molto a che vedere con l’Olanda ma ci tenevo a scriverne.

|Ste|

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