incastri temporali

In Italia tutti i miei spostamenti avvenivano in auto; nei cinque anni precedenti la mia partenza era una Golf III serie che costava poco più dell’impianto stereo che in essa era stato installato. In tutto, meno di duemila euro quando la comprai nel 2004.

Tutti i tempi degli spostamenti dipendevano da me e basta, eccezion fatta talvolta per il fattore traffico, talvolta per la quantità di benzina in serbatoio (che imponeva quindi un basso numero di giri e, di conseguenza, una velocità inferiore). Nonostante la libera scelta dei tempi e della tabella di marcia – o forse proprio a causa di questa – mi trovavo sempre ad essere di corsa. Avevo fatto dei calcoli sofisticatissimi basati sul nulla, che mi permettevano di lasciare casa all’ultimo istante utile per arrivare al lavoro in tempo. In realtà non sempre funzionava, ma ho collezionato perlopiù ritardi di pochi minuti (5-7). Lavoravo presso un’area di servizio autostradale, quindi potevo giocarmi ogni secondo sulla strada. Così, a seconda del ritardo che avevo al momento della partenza da casa, decidevo che strada fare.
Ritardo minimo: strada normale e piccolo tratto in autostrada (3 km, senza pedaggio).
Ritardo sostenuto: intero percorso – fatta eccezione per i 2 km che dividevano casa mia dal raccordo – in autostrada. Ottanta centesimi per percorrere poco più di 5 chilometri, ma erano opportunamente ripagati dalla felicità dei miei colleghi che ricevevano il cambio in tempo. Ovviamente la velocità era direttamente proporzionale al ritardo e, nei giorni in cui avevo fatto peggio i calcoli, sentivo urlare il motore della più che maggiorenne Golf rossa (chiamiamola col suo nome: la Rouge), quando la spingevo a 160 per guadagnare qualche sporco secondo. La tecnica era però affinata e quasi sempre arrivavo meno di un minuto prima dello scoccare del turno, ma almeno non diversi minuti dopo: questo bastava già agli stanchi colleghi che conoscevano, temendolo, il mio ritardo cronico.

Ora la situazione è un po’ cambiata. L’età o l’Olanda mi hanno fatto diventare più puntuale e meno incline a fare le cose all’ultimo secondo. Non grossi miglioramenti, ma dai secondi siamo arrivati ai minuti, anche mezze dozzine a volte. Più che l’età e il “giudizio”, credo sia la diffusa puntualità olandese ad avermi cambiato. Non lo dico per scarsa fiducia in me stesso, in quella sono migliorato sicuramente, lo dico perché ogni volta che faccio ritorno al mio Paese per qualche giorno, riprendo la macchina e con essa la libertà di crearmi gli orari sul momento, sbagliando di grosso sulle previsioni e arrivando agli appuntamenti con sostanzioso ritardo.

Sebbene qui al nord i mezzi siano puntuali, efficienti, abbondanti e quasi impeccabili, ho comunque mantenuto un po’ del mio spirito last minute. È molto difficile che io arrivi tardi al lavoro, poiché ho degli orari abbastanza elastici (ingresso tra le 9 e le 10), ma nonostante ciò cerco di ottimizzare al massimo i tempi, di questo volevo narrarvi in questo articolo, dopo essermi dilungato in estese premesse.

Ottimizzare i tempi per me significa riuscire a dormire qualche decina di minuti in più la mattina e non perdere minuti per strada quando ritorno la sera.

La mattina cronologicamente perfetta prevede: sveglia con almeno 3 snooze della durata di almeno 5 minuti ciascuno (attenzione a non farlo se Aria è ancora a letto…ogni tanto ci riesco lo stesso, rischiando però di rovinare la giornata alla mia bella), abbandono delle amate coperte alle 7.45, un’ora abbondante per far colazione e prepararmi.
La sveglia, nel senso letterale del termine, avviene tra le 8.55 e le 8.59, nei 600 metri di pista ciclabile che dividono casa nostra dalla Stazione di Haarlem, soprattutto ora che il freddo inizia a pungere. Mi sveglio del tutto quando scorgo la stazione. Salto giù dalla bici e la faccio scivolare lungo le apposite feritoie mentre scendo le scale del parcheggio sotterraneo. Lo sguardo va a sinistra verso il monitor: se va male si vedono sullo schermo le immagini della telecamera che inquadra l’entrata, e vedo me stesso entrare. Inutile se non per controllare il proprio aspetto mentre, già trafelati nonostante l’ora, si trascina una bici dentro un parcheggio.
Se va bene sullo schermo ci sono i treni in partenza, con tanto di numero del binario aggiornato (si sappia che gli olandesi sono precisissimi per gli orari ma avvezzi al cambio del binario); da qui vedo dove troverò il treno ma soprattutto scopro eventuali ritardi che mi permettono di prendermela un po’ più comoda. Cerco parcheggio in una delle file più vicine alla scala che porta alle banchine, solitamente la 7 o la 8, e ne memorizzo il numero, assieme a qualche indicazione approssimativa sulla posizione all’interno della fila, dal momento che ognuna delle 16 file conta almeno 300 posti.  Lasciato il mio ciclo arrugginito, salgo le scale interne e arrivo alla galleria al piano terra, poi salgo al binario in tempo per il treno delle 9.06 e arrivo ad Amsterdam alle 9.22.
Con passo sostenuto attraverso la galleria principale della stazione della capitale, arrivo al passaggio pedonale (aggiungere 30 secondi se il semaforo è rosso) ed eccomi all’attracco del traghetto.
Il traghetto per IJplein fino alle 9 è molto frequente, con una partenza ogni 7 minuti; passata quell’ora la frequenza si riduce a un traghetto ogni 15 minuti. Quindi mi rimane la scelta tra la barca delle 9.27 – e avanza tempo per il caffè – e quella delle 9.42 – niente caffè.
Arrivato dopo una navigazione di circa 4-5 minuti alla riva opposta, prendo la Gazelle e pedalo pochi minuti per arrivare al lavoro. Se tutto funziona a dovere, raggiungo la mia scrivania con almeno cinque minuti di anticipo.

traghetto ferry veer ijplein central station AmsterdamIl ritorno è ancor più preciso e non si può sbagliare.
Fine lavoro alle 18.30, volata fino ad IJplein dove il traghetto (non!) mi attende alle 18.35.
Dopo molti treni persi ho cambiato metodo e parcheggio la mia bici dal lato nord dell’IJ. Solitamente, infatti, mi avanza un minuto alla partenza del traghetto, più che sufficiente per assicurare la bici alle strutture in alluminio di un affollato quanto piccolo parcheggio. A rendere il tutto più simile a “scommettiamo che..?“, ci pensa l’orologio a led arancioni posto sopra l’attracco, che mostra il conto alla rovescia al termine del quale il traghetto leva le ancore. Se la mitica Gazelle non fosse così vecchia e acciaccata avrei paura di non trovarla il giorno dopo, dal momento che ogni tanto vedo uno dei tubi in sottile alluminio tagliato con la flex (sono cavi all’interno e qualcuno se n’è accorto).
Arrivato sull’altro lato dell’IJ (fiume? mare? un corso d’acqua largo 350 metri in quel punto), corro in stazione e cerco il treno delle 18.44, che spesso si trova al 2b, il binario più lontano rispetto all’entrata dalla quale arrivo io. Da quando non perdo più un minuto abbondante per parcheggiare la bici dal lato della stazione, riesco quasi sempre a salire sul treno con una ventina di secondi di anticipo sulla chiusura delle porte.

Le rimanenti volte o perdo il treno oppure mi trovo davanti a scene bizzarre, come quella volta in cui, già salito ai binari e diretto verso le tre luci gialle della locomotiva, continuavo a vedere gente che, invece di correre assieme a me la consueta maratona che si scatena nei due minuti precedenti la partenza del treno, mi veniva incontro.
Usciva dal treno invece di entrarci, qualcosa non andava.
Prima di arrivare al treno che a quel punto era quasi vuoto – gli ultimi a scendere sono quelli più distratti, con il lettore mp3 che suona più forte del macchinista che avvisa i passeggeri tramite gli altoparlanti – mi sono girato e ho iniziato a seguire la corrente umana. Non c’erano indicazioni sul treno che avrebbe sostituito quello sul 2b, quindi ho deciso semplicemente di fidarmi dell’istinto degli olandesi. Guardando gli orologi della stazione non pensavo che avrei lasciato Amsterdam prima delle 18.57, orario del treno successivo, tanto che tra me e me stavo già lamentandomi.
La massa di pendolari si era snodata fino a scomparire dentro al treno sul binario 1. L’orario di partenza e la destinazione del mezzo indicati sugli schermi LCD erano gli stessi del precedente, ma il macchinista aveva atteso quasi cinque minuti oltre l’orario previsto prima di chiudere le porte, di modo che tutti (perlomeno i mediamente attenti) potessero salirvi senza problemi. Continuava ad arrivare gente, anche se il flusso era sempre meno intenso. Quando la pancia del treno era oramai piena, è arrivato il fischio del macchinista che precede la chiusura delle porte. È in questo momento che è accaduto qualcosa di molto divertente: le porte hanno emesso il solito sbuffo prima di iniziare a chiudersi, dopo di che hanno iniziato a scorrere una verso l’altra. Quando sembrava che oramai i giochi fossero fatti e lo spazio tra le due porte era ridotto a una quarantina di centimetri, è saltato sul treno un tipo sulla trentina che ha messo se stesso tra le due porte. Il meccanismo di chiusura ha rallentato fino quasi a fermarsi: il tizio era dei nostri.

treno NS ferrovie olandesiNon pago per aver salvato la propria pelle, ha deciso di portare con sé anche i successivi passanti, per lui perfetti sconosciuti ma compagni nell’assalto al treno. Così ha appoggiato le mani su entrambe le porte e le ha spinte per allontanarle. Era paonazzo e rumoreggiava per la fatica poiché il meccanismo tentava comunque di chiuderle, ma insistendo un po’ è arrivato al punto in cui la procedura si interrompe e le porte si aprono nuovamente. Una decina di passeggeri rimasti prima a terra è riuscito a conquistare un posto a bordo, ringraziando il loro eroe mentre le porte riprovavano a chiudersi, stavolta con successo. Dopo il plateale gesto di altruismo dell’intrepido pendolare il gigante giallo e blu ha iniziato pian piano a scivolare sulle rotaie. Il peso lo faceva oscillare leggermente a destra e a sinistra quando affrontava le prime curve, poi ha preso velocità per portarci tutti verso casa.

|Ste|

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4 Risposte so far »

  1. 1

    babboferro said,

    Bellissimo racconto, caro Ste! Bravo! E grazie di cuore.

    Questa tua corsa quotidiana contro il tempo ed i mezzi è travolgente come una sceneggiatura ben fatta. Mi fa venire in mente almeno un paio di film dei quali non ricordo il titolo. Comunque uno [il più noto, credo], racconta di un tizio che è costretto a ripetizione a vivere la STESSA giornata con piccole variazioni, ma con gli stessi eventi e persone. Il secondo [meno noto], narra di un tizio che perde la memoria più o meno ogni mezz’ora circa, e decide di tatuarsi (a pennarello indelebile) tutto quello che gli succede, per ricordarselo poi.
    Non è una vita facile, anche perchè dimentica ogni volta il suo nome.

    Sono lieto – comunque – che la tua impagabile solidità (affettiva e fisica) e la tua ironia ti salveranno da questi estremi paradossali.

    Io sono più ‘bacato’, avendo vissuto il cambiamento di stile di vita che ha pervaso molte persone che hanno più o meno la mia età.

    Ma con i treni ho un rapporto romantico da sempre: ho cominciato a viaggiare in treno dall’età di sei mesi, e sono rimasti un grande amore.

    Pertanto il racconto del tuo eroe che combatte contro “il treno” per aiutare i pendolari mi ha fatto venire in mente la lunga ballata di Francesco Guccini (nato nel 1940), che conclude da sempre tutti i suoi concerti, dove “La locomotiva” diventa una tragico simbolo di riscatto.

    P.S.: L’innocente Ari se l’è sorbita un’infinità di volte, fin da piccola.

  2. 2

    Ste said,

    Ferru caro, grazie per i complimenti! Li apprezzo particolarmente poiché temevo di essere stato troppo prolisso nel mio articolo.

    I film a cui ti riferisci – grazie Wikipedia e Google – sono, nell’ordine da te indicato:
    Ricomincio da capo, del 1993, diretto da Harold Ramis ed interpretato da Bill Murray e Andie MacDowell.
    Memento, del 2000, di Christofer e Jonathan Nolan.

    Devo dire che non ho visto nessuno dei due, ma del primo ho visto il remake italiano È già ieri, del 2004, di e con Antonio Albanese.
    Chissà che non si decida di vederli insieme in una fredda (ma calda in casa!) serata olandese.

    • 3

      babboferro said,

      Grazie per l’informazione, caro Ste. Le occasioni non mancheranno, anche se spesso il sonno ha la meglio su di noi.

  3. 4

    Diego e Bina said,

    mmh, qualche giorno ti racconto le mie vicissitudini per arrivare a lavoro senza automobile (e ti parlo di 25 km, se ho proprio tanto tempo mi butto sul viaggio Casa-università, 49 impossibili km..)

    :D

    Ottimo racconto, come al solito vi si legge tutto di un fiato :-)

    Bina e Diego


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