da Nord a Sud

Ritorno dalle vacanze passate in patria con la solita e irrinunciabile ricarica di affetto, amicizia e, ultimo ma non ultimo, di sole. I miei otto giorni a casa, in zona Monfalcone, sono stati infatti molto soleggiati e ho avuto la possibilità, organizzandomi per tempo, di incontrare tantissime persone. Si pensi che dalla precedente visita, ho preso l’abitudine di organizzare un’agenda per riuscire a vedere più persone care possibile. Chi mi conosce sa che non sono proprio tipo da agenda, ma sta funzionando molto bene. Unica pecca della mia strategia di programmazione sta nella distribuzione degli incontri, che vanno tutti a coincidere con i pasti principali. Non avendo a disposizione una casa tutta per me nei giorni di permanenza laggiù, sono ospite di mia madre nella mia spaziosa e ospitale cameretta piena di ricordi, va a finire che per quasi una settimana si va a mangiar fuori pranzo e cena (ad essere onesti anche un paio di colazioni). Così è effettivamente stato e alla fine ho portato a casa più chili che abbronzatura, o forse l’abbronzatura si vede di meno proprio per colpa della maggiore rotondità del soggetto. Un po’ come un palloncino, che da sgonfio è molto più scuro di come diventa una volta gonfiato. Ora tocca mettersi a dieta, ma è stato decisamente piacevole perciò non riesco a pentirmene, neanche volendo. È del resto un’ottima sensazione quella di poter entrare in un posto qualsiasi ed esser sicuri di trovare del cibo buono, senza dover scandagliare il menù per trovare qualcosa di commestibile o per lo meno non fritto, come invece avviene qui in Olanda.

Tornare verso casa per qualche giorno rimane sempre un viaggio bellissimo. Ogni volta che trascorro qualche giorno nei luoghi dove sono nato e cresciuto noto quanto quella terra, stata da sempre il mio Nord, sia sempre più il mio nuovo Sud. Lo è per il clima, una settimana con massime di 29-30° attorno a metà settembre, ma molto anche per il comportamento delle persone. Qualche divertente esempio? Ristoranti che sfacciatamente propongono il prezzo “con e senza ricevuta” (un buon 10% di sconto per il fortunato e complice avventore…e allo Stato penseremo un’altra volta!), pedoni che ti guardano come il messia se ti fermi per lasciarli passare sulle strisce pedonali e pedoni che investono mia nonna in bici perché cercano l’Orsa Maggiore in pieno giorno mentre attraversano la pista ciclabile (istituzione guardata ancora con sospetto dai guidatori di auto che, in nettissima maggioranza, snobbano i faticosi ed antiestetici mezzi a pedali). Mi accorgo però che in un attimo regredisco alla versione “automobilista incallito”, grazie all’automobile messami a disposizione 24/7 da mia mamma, e adoro girare tutte le strade del mandamento per vedere come sono cambiate o farle combaciare con quelle che ho impresso nella mente, se sono rimaste immutate.
Né ho detto di no allo sconto sul pranzo, l’occasione rende l’uomo ladro e qui al vero Nord mancano semplicemente le occasioni, vuoi perché se ti scoprono ad evadere sono più severi rispetto agli italiani, vuoi forse perché i servizi che lo Stato restituisce ai cittadini olandesi sono all’altezza delle imposte che vengono loro richieste. Non sono un economista, fatto sta che qui funziona e lì meno, è quindi inevitabile porsi delle domande.

Che bellezza il Carso e l’Isonzo, le montagne che stavolta ho visto solo all’orizzonte, il mare così vicino per farci un tuffo quando in città fa troppo caldo.
È proprio quest’ultimo che mi ha deluso: a Grado non ho mai amato fare il bagno a causa del tipico olezzo palustre e per la prevedibile ed interminabile camminata nel substrato melmoso: per bagnarsi la pancia si consideri una passeggiata “verso largo” di almeno 5 -8 minuti. Alternativamente è possibile distendersi sul fondo dopo soli 2 o 3 minuti di cammino, ma può risultare meno elegante. A Sistiana invece l’acqua diventa subito profonda, ma stavolta  si presentava ricoperta da bolle particolarmente (troppo) resistenti all’esplosione. Sembrava sapone, o forse qualcosa di più oleoso, in ogni caso un’esperienza a cui si poteva benissimo rinunciare. Lì ho dovuto fare il bagno, ma è stata più un’imposizione che un vero piacere. Spero sia qualcosa di passeggero.

Mi sono consolato con una visita ad un’osmiza (dallo sloveno osmica), locale tipico soprattutto del Carso triestino (ma anche delle province di Gorizia e di qualche zona della Slovenia e dell’Istria), dove si beve del buon vino accompagnato da salumi e formaggi, tutti prodotti dei contadini che la gestiscono, o comunque della zona. Mettici vicino un paio di amici di vecchia data ed è presto dimenticata la delusione del tuffo.

È ora di ricominciare a lavorare, qui l’autunno ha già preso il sopravvento e l’unica cosa estiva rimasta è stata la grandine di questo pomeriggio. Ma si preannuncia un autunno – inverno molto interessante, viste anche le novità che si profilano all’orizzonte, soprattutto per quel che riguarda il nostro probabile trasloco dalla casa che ci ha ospitato per più di due anni. Verso Amsterdam, più vicini a dove lavoriamo entrambi, o sempre ad Haarlem, poiché il primo amore non si scorda mai? Il tempo di ricevere il contratto firmato e sveleremo il mistero!

|Ste|

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4 Risposte so far »

  1. 1

    Alan said,

    Sì dai, l’osmizia di Slivia è stata davvero meritevole.

    Comunque, per la vostra gioia – o almeno per il vostro mal comune, mezzo gaudio – da ieri sera anche nel vostro Nuovo Sud piove come se non ci fosse un domani, e la temperatura ha subito un forte calo.

    Un salutone e restiamo in attesa delle novità sulla vostra nuova dimora!

  2. 2

    babboferro said,

    Già; le osmizze (o osmice) dovrebbero essere aperte solo per otto (osem, in sloveno) giorni. Chiunque viva da queste parti sa bene che il periodo di apertura è molto variabile. Non so se questo dipenda dalla quantità di vino disponibile (ma non credo, conoscendo gli assidui avventori da tempo), o da un italianissimo lassismo su orari e calendari che ha contagiato anche gli abitanti dell’ex Impero di Maria Teresa d’Austria. Propendo per la seconda ipotesi.

    Forse non tutti sanno che, grazie ai vecchi editti dell’ex Imperatrice, è permesso anche distillare superalcolici “per uso personale (!?!)” lungo tutta la fascia di confine della regione, da Tarvisio a Trieste e da entrambe i lati (anche in Austria e Slovenia, quindi). I nostri vicinanti ne approfittano di più: non se sia perchè sono più esperti o più assetati.

    L’uso di vendere il vino pronto alla beva (diciamo più o meno dalla primavera in poi) è molto diffuso non solo nel nordest, ma anche nel resto d’Italia. Il termine universale (in gergo italiano) è “frasca”. Probabilmente deriva dalla festa che si celebrava/celebra al completamento del tetto di una casa, annunciato dall’esposizione di un ramoscello a mo’ di avviso ai compaesani in occasione dell’evento.

    La peculiarità delle “osmize” è che – oltre al vino – vendono anche i prodotti della campagna dei proprietari. Cioè insaccati, formaggi, ecc.
    Antesignane dell’agriturismo, insomma. Nelle “frasche” del resto d’Italia si vende – per lo più – solo vino. Con qualche non frequente eccezione.

    Io conosco solo Frascati (nome emblematico) a sudest di Roma, nei c.d. Castelli: ci sono delle osterie (senza l’acca davanti) che vendono solo vino e qualche bibita, con il “decor” di tavolini e panche in strada. La gente ci va portandoci cartate e vassoi di insaccati, pasticci, focacce e quant’altro, ed ordina solo da bere. Sono gli stessi osti a consigliare dove comperare il “merendino”, se uno non ci ha pensato per conto suo.

  3. 3

    Serena said,

    Complimenti per il blog! è stato davvero una bella scoperta..
    :)


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