oosterpark come il parco del rivellino

Domenica scorsa io ed Aria ci siamo recati all’Oosterpark, uno dei parchi di Amsterdam, per dare un’occhiata alla manifestazione Amsterdam Roots Festival, un festival di musica internazionale (la descrizione è quanto di più vago fosse possibile). Preso il tram 9 dalla Centraal Station, siamo scesi alla fermata Wijttebachstraat e dopo un centinaio di metri a piedi verso Sud ci siamo trovati all’entrata del parco.

Amsterdam Roots Festival

Nessun biglietto né security all’ingresso, il parco grande una dozzina di ettari era stato trasformato in una grande discoteca a cielo aperto con vari palchi, almeno cinque, ognuno con la sua musica e la sua scaletta di artisti a suonare. Un’area per i bambini assicurava un po’ di tranquillità ai loro genitori, mentre bancarelle etniche di cibi esotici piuttosto che profumati capi di abbigliamento allietavano l’atmosfera all’ombra degli alberi, a riparo dal forte sole che illuminava e scaldava tutto il parco.

Camminando per i sentieri che collegavano un palco a quello successivo mi sembrava di essere al Sunsplash, in quel di Osoppo.
Andai per la prima volta ad Osoppo (provincia di Udine, Friuli Venezia Giulia) l’anno in cui mi diplomai. Ricordo che mi presentai all’esame orale già con il necessario per campeggiare e a bordo della mia moto del tempo, una  XT350. Finito l’interrogatorio, presi la moto da cross e non smisi di vibrare per tutto il percorso stradale e autostradale che divide Gorizia da Osoppo. Ricordo che si ruppe il cavo della frizione poco prima dell’uscita autostradale, ma riuscii comunque a raggiungere gli amici, già nel campeggio all’interno del Sunsplash da qualche giorno. Ricordo quel festival come un’oasi di tranquillità dove tutti sembravano essere, e perché no erano, tutti amici e in pace tra loro. Un’oasi reggae dove ad ogni ora del giorno e della notte c’era qualcosa di curioso da vedere, ascoltare, imparare o comprare.

Amsterdam Roots Festival

Le piogge torrenziali, che almeno per due o tre giorni a edizione si presentavano, gli sono valse il nome (nella nostra compagnia) di SunSploch, trasposizione onomatopeica del suono che producevano le scarpe immerse nel fango, mentre ci si saltava e ballava dentro, nel grande prato su cui si affacciava il maestoso palco. Nonostante la pioggia e il fango, lì ci si tornava ogni anno e sempre in buon numero. Col tempo le cose sono andate obbiettivamente peggiorando, non tanto per l’organizzazione artistica che ha sempre proposto di artisti e ospiti di qualità, quanto per la parte finanziaria, che proponeva un aumento vertiginoso dei prezzi di ingresso con il passare delle edizioni: le statistiche mostravano sempre più accessi venduti, eppure il prezzo d’ingresso è praticamente raddoppiato negli ultimi 10 anni. A rendere le cose ancor più difficili si era creato un “cartello” che imponeva prezzi uguali ma altissimi a tutte le bancarelle e attività commerciali. Una bottiglietta d’acqua, per citare il minimo indispensabile, costava troppo, un paio di euro se non erro. Ovunque. A quel punto allora lo chiamavamo SunCash, ma alla fine almeno uno o due giorni di luglio li si passavano lì. Negli ultimi uno-due anni in cui il Sunsplash ha potuto tenersi nel Parco del Rivellino di Osoppo, tutto si era trasformato in proibito, controllato, sospettato, a tratti semplicemente fascista, tanto che tra gli ultimi ricordi che mi rimangono dell’evento non c’è una canzone di Bob Marley, ma “Faccetta Nera” che usciva dalla ricetrasmittente dei cosiddetti addetti alla sicurezza del festival. Si è capito l’anno dopo perché la situazione era così precipitata dal punto di vista della, eccessiva, sicurezza: il Sunsplash è stato infatti rimosso dall’Italia a fine 2009. Finito a processo e giudicato colpevole di inneggiare all’uso di cannabis con un contorto ragionamento basato su una semplice proprietà transitiva: Il Sunsplash è un festival reggae, musica che arriva dalla cultura RastfarI, la quale, tra mille altri concetti ben più profondi, prevede l’uso di marijuana come erba medicinale e meditativa. Ergo: Il Sunsplash promuove l’erba. Questo strampalato collegamento è bastato a far sparire il festival reggae più grande e seguito d’Europa dalla mia regione. Più che sparito esiliato, visto che i ragazzi del Rototom continuano a portare il festival, rigorosamente corredato dello storico campeggio, in giro. Non ci hanno messo molto, infatti, a trovare un posto in Spagna che li accogliesse a braccia più che aperte, forze dell’ordine e governo inclusi. Così dal 2010 sono a Benicàssim, nel sudest del Paese iberico, e di vederli tornare al momento non se ne parla.

Io sotto sotto ci spero ancora, perché quel festival è un frutto della regione da cui provengo. È infatti cresciuto per 16 anni in Friuli Venezia Giulia: partito dalla discoteca Rototom di Spilimbergo (PN), è passato per un campeggio nei dintorni di Lignano (UD), dove si è fermato due anni, e ha poi trovato il suo posto ideale, tanto da rimanervi fino all’ultima data italiana, nel Parco del Rivellino. E dalle 8.000 presenze registrate alla discoteca nel pordenonese, erano arrivati nel 2009 alle 150.000 persone. Molte cose devono cambiare prima che sia possibile vedere quella piccola cittadina riempirsi nuovamente di bandiere rosse, gialle e verdi e accogliere il popolo del reggae con la leggerezza e la festosità di un tempo, ma…io ci spero!

|Ste|

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1 Response so far »

  1. 1

    babboferro said,

    Riflessione personale sul trasferimento in Olanda di un vecchio.

    Posto qui il mio commento, cercando una collocazione appropriata. Improbabile – peraltro -, visto l’incipit. Pazientate, o evitate e scusatemi.

    Martedì o – se c’è qualche inghippo – mercoledì 21 abbandono l’Italia per andarmene in Olanda, più vicino ad Ari e Ste. Come desiderato.

    Non chiederò il BSN [codice fiscale olandese facile da avere, come ben spiegato da Ste] per vari motivi; in ordine di importanza per me:

    1. Con il BSN non pagherei le tasse in Italia (= la trattenuta alla fonte sulla mia pensione sarebbe richiesta a posteriori dal fisco olandese).

    2. Con il BSN dovrei re-immatricolare la mia Volvo “245 delivery” dell’aprile 1985 con targa olandese. Perderei così la sua targa storica di Rovigo, con la quale è iscritta all’ASI (Automotoclub Storico Italiano).

    Perdo alcune facilità locali/nazionali – ovviamente -, restando “turista europeo” secondo gli accordi di Schengen (firmati il 7 febbraio 1992 a Maastricht, NL): sono cittadino italiano che vive nell’Unione Europea.

    Parcheggiare l’auto in Olanda ha un costo: nel proprio quartiere l’importo è di circa 70 EUR all’anno dovunque non ci siano divieti (ma due auto costano parecchio più del doppio, ad esempio). E se si va in giro bisogna pagare il parcheggio locale, secondo le tariffe comunali.

    Io mi auguro (con l’aiuto di Ste ed Ari) di trovare un parcheggio comunale turistico ad Haarlem per 35 EUR al mese. Ma non potrei trovare un parcheggio (senza il BSN) per lavoro, ovviamente.
    Anche l’uso dell’appartamento l’ho ottenuto solo grazie al BSN di Ari.

    È un Paese con delle regole chiare, insomma: l’avrete capito, ormai.
    Può non piacere, lo capisco. Ma i miei amati Ari e Ste vivono in Olanda e non in nordafrica – per ora -. Ed io ho voglia di stare con loro.

    Per me il modo di vivere olandese è molto rilassante (ma sono un vecchio pensionato): traffico inesistente; in bicicletta si va dovunque; la gente ti sorride e non esiste l’ansia dei “furbetti” raccomandati.

    Vabbe’, mi fermo qui. Venite a trovarci, se vi va.


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