Povera patria

Prendo in prestito il titolo della canzone di Franco Battiato e penso al testo emblematico. Spero che l’autore, molto stimato dalla sottoscritta, non si infastidisca; ma questo pezzo mi è venuto in mente al ritorno in Olanda e lo trovo efficace per spiegare i pensieri e le sensazioni che hanno accompagnato il mio viaggio di rientro.

Tornare a ‘casa’, in Italia, è molto emozionante ogni volta. Ogni viaggio mi porta alla vacanza, all’incontro di tutte le persone che amo, al rivivere i luoghi che conosco molto bene. È una festa.
Purtroppo riscontro anche un lato amaro, ogni volta peggiore. Entro per qualche giorno in una società sempre più vuota, maleducata, irrispettosa, composta di persone che non sono più capaci di sorridere, di essere educate, gentili nei confronti degli altri; addirittura scortesi nello svolgimento del proprio lavoro. Sembra che si sia perso il senso, l’importanza, di ogni cosa anche dei piccoli gesti quotidiani.
Se ciascuno di voi provasse a vivere un’intera giornata sorridendo ed essendo gentile col prossimo, probabilmente arriverebbe a sera stanco se non furioso col mondo, me ne rendo conto. Vi assicuro però che anche un animo disabituato al rispetto ed alla gentilezza può rimanere quasi sconvolto sentendosi trattare così; e, se ne fosse quotidianamente immerso, forse riuscirebbe anche a redimersi. 

Dopo un anno vissuto in Olanda, constato amaramente che almeno quella parte d’Italia da dove provengo io non sa cosa significa ‘qualità della vita’. Io adesso sì. E vivo meglio in Olanda che in Italia.

|Aria|

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1 Response so far »

  1. 1

    babboferro said,

    Se avessi trent’anni sarebbe difficile anche per me vivere nel nostro “Povero Paese”. Mi sostiene quotidianamente (?) la solidarietà con i cittadini che ho visto crescere e con la gente che arriva e cerca un paese migliore di quello che ha lasciato. Non mi arrendo al degrado che questo “Povero Paese” sta sopportando, ma il degrado c’è. E gli attrezzi per cambiare arrugginiscono.

    Parlando di attrezzi, mi vengono in mente i meccanici che ho conosciuto (dipendenti del cantiere navale o in proprio). Orgogliosi dei loro attrezzi, spesso modificati da loro stessi. Anche il lavoro era un orgoglio, ma solo perchè facevano la loro parte con dignità e competenza. Il “padrone” era comunque un contendente, un avversario. Da rispettare, certo: ma mai un benefattore, di sicuro e per definizione. Patti chiari soprattutto. Poi sono arrivate le “tute gialle” (i capetti) che si portavano gli attrezzi a casa (come un mio ex vicino).
    La squallida condivisione dei privilegi. Ognuno rubava quel che poteva: il “capo” gli appalti, il “capetto” gli attrezzi. Dignità e orgoglio erano finiti.

    Anche la cronaca pare vada così: i personaggi più noti fanno cose che non potrei mai permettermi, ma io SO che lo fanno. Che bella libertà!

    Vabbe’ ragazzi, scusate, ho divagato. Non rinuncio comunque alla mia parte, anche se non vi faccio promesse.


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