olanda italia…

Lunedì sono partito alla volta di Firenze, per frequentare un corso di training della durata di 12 ore presso una grossa fabbrica che produce componenti per il fotovoltaico.

Arrivo a Firenze poco dopo mezzogiorno, atterriamo nel piccolo aeroporto di Peretola e, dopo aver preso la navetta che dall’aereo porta all’aerostazione, prendo l’uscita dedicata ai possessori di solo bagaglio a mano. Come succede per molti voli in arrivo dall’Olanda, ad attendere i passeggeri c’è un cane della narcotici. Al contrario dei soliti “cani da aeroporto” che solitamente non smettono di muoversi vispi e scodinzolanti (felici o in astinenza?), il cane fiorentino dorme beatamente davanti alla sua grossa gabbia portatile. Il finanziere accanto a lui mi squadra (sono uno dei pochi senza bagaglio in stiva, tra i primi ad uscire quindi) e mi ferma. Con fare un po’ arrogante mi chiede quale sia stato il mio motivo di viaggio ad Amsterdam. Lo aspettavo al varco e, con un po’ di fierezza mista a orgoglio, gli chiedo di riformulare la domanda. “Dovrebbe chiedermi perchè sono in viaggio in Italia, visto che risiedo a pochi chilometri da Amsterdam”, gli dico. Il finanziere, un po’ stizzito, riformula correttamente la domanda, e questa volta gli rispondo che sono in Italia per un training. Mi chiede allora se trasporto valuta o assegni superiori ai 10.000 € da dichiarare. Per un attimo penso a due risposte. La prima suona più o meno così: “stia tranquillo, niente valuta: c’è solo un chiletto di erba nel mio bagaglio a mano”. Ma il cane dorme così bene che non vorrei svegliarlo inutilmente, quindi scelgo “non ho mai visto 10.000 euro in una volta sola”: risposta esatta, il finanziere si arrende.

Fuori dall’aeroporto trovo il mio collega che mi preleva e mi porta verso la sede del training. In meno di un’ora siamo lì.

Finite le 4 ore del pomeriggio seguiamo il gruppo per andare in albergo.

E’ un albergo carino, quattro stelle con ampie stanze dotato di molti comfort, sistemo le mie cose in camera e raggiungo gli altri (siamo circa una ventina al corso e nello stesso albergo). L’organizzazione ha scelto un ristorante di fronte all’albergo, dove un grande tavolo prenotato per noi ci attende. La cena è di tutto rispetto: antipasto misto di  finocchiona, prosciutto crudo, formaggi vari, verdure e crocchette. Poi la ribollita, una generosa porzione di pasta cacio e pepe, un sostanzioso assaggio di “fiorentina” con vari contorni di patate e altre verdure. Il tutto annaffiato da un buon vino rosso: io l’ho solo assaggiato, il resto della tavolata ha onorato la visita in Toscana e il buon vino lasciando parecchie bottiglie vuote sul tavolo. Nessuno risultava molesto a causa del tasso alcolemico, ma sapendo che il gruppo era composto per maggioranza da francesi, il resto olandese e pochi italiani, potete immaginare l’inglese che circolava su quella tavola dopo una certa ora. Finisco degnamente la cena con Cantucci e Vin Santo, poi attraverso la strada rotolando e sono nella hall dell’albergo. Wow, il cibo italiano. Prestamente russo.

Il giorno successivo mi sono fatto 8 ore di corso intervallate da pranzo in mensa, e alle 17 e 30 il mio collega al grido di “stasera gioca il Barcellona, partiamo” mi ha invitato a salire in macchina con destinazione Pavia. Quasi quattro ore  sulla corsia di sorpasso, non perché andassimo particolarmente veloci ma per cattiva abitudine del guidatore, fatto sta che quando mi ha detto “ci fermiamo in autogrill”, temevo intendesse quello della corsia opposta.

Arriviamo a Pavia verso le nove e mezza, speriamo che il “due stelle” prenotatomi dalla mia office manager a due passi dalla stazione non sia terribile. Effettivamente è soltanto piccolo ma sufficientemente confortevole. Skype e Messenger fanno le bizze, ma prima di dormire riesco a sentire Aria. Domani mattina si torna al vero Nord.

|Ste|

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1 Response so far »

  1. 1

    babboferro said,

    ‘Panem et circenses’ era il motto degli imperatori romani. Il pane lo procacciavano al popolo sottoposto depredando le provincie lontane (in Africa, nell’Est Europa e in Oriente). I giochi si svolgevano con grande sfarzo in luoghi che noi ora ammiriamo (Colosseo, Circo Massimo, ecc.) ma che, all’epoca, non avevano nessuna utilità pratica per la popolazione.
    Gli imperatori e la loro corte (nobili, artisti servili, grandi costruttori, generali, ricchi latifondisti, ecc.) passavano allegramente il tempo in continue feste private, mangiando, bevendo e dilettandosi con graziose fanciulle e fanciulli molto disponibili. Non c’erano giornali nè televisione, quindi niente scandali. Gli imperatori lasciavano il trono solo quando morivano (assassinati spesso da qualcuno della loro stessa corte).

    Ti ricorda niente quella lontana epoca? A me sì. Nutro però ancora qualche speranza, sempre derivata da eventi di un lontano passato.

    Nel XVII secolo il Re di Francia, monarca assoluto, non si preoccupava più del popolo (molto mansueto ormai, dopo una quindicina di secoli di schiavitù di nobili e chiesa, con la lodevole eccezione dell’Inghilterra e di pochi altri paesi, fra i quali i Paesi Bassi), quindi lasciò loro solo il pane a buon prezzo ed un lavoro per poterlo comperare.
    La sua preoccupazione erano i partiti (ops … volevo dire i nobili) che, a casa loro, erano despoti assoluti ed inamovibili. L’unico obbligo era mandare al re i proventi delle tasse, sia per i nobili che per la chiesa.
    Ma si sa, nessuno è perfetto: a maneggiare i soldi qualcosa resta sempre in tasca. Così, facendo la cresta sulle tasse, i nobili si fecero i loro eserciti e cominciarono ad essere pericolosi. Sapevano anche leggere e scrivere!
    Ma Luigi XIV, detto ‘il Re Sole’, la sapeva lunga (era stato incoronato re prima di compiere cinque anni. Un curriculum con i controfiocchi!) ed ebbe una pensata geniale: creare per i nobili una gabbia dorata.
    Detto fatto costruì la splendida reggia di Versailles, dove alloggiare in modo permanente i nobili con le famiglie e le loro amanti favorite. Le cucine erano pronte ad allestire in ogni momento del giorno e della notte pasti per decine di persone. Da questa necessità nacque anche la grande cucina francese ricca di salse e salsine, spezie ed aromi, per nascondere il gusto a volte stantìo (diciamo così) delle pietanze ‘riciclate’.
    L’unica incombenza dei nobili era di assistere a tutte (ma proprio TUTTE, non so se mi spiego. Con l’eccezione degli incontri privati con le favorite non dotate di telefonino) le attività quotidiane del Re, seduti e in religioso silenzio. Al di la di queste incombenze si godevano la vita di corte, tra giochi, divertimenti, spettacoli, poesie ed intrighi amorosi. Un po’ come a Villa Certosa, non so se avete presente.
    La cosa funzionò alla perfezione; infatti Luigi XIV morì nel suo letto alla bella età (per l’epoca, purtroppo) di 77 anni, nel settembre 1715. Permise inoltre al suo successore di campare sugli allori per sessant’anni.

    Ma nel 1774 salì al trono Luigi XVI, decisamente meno brillante e incoronato re appena a trent’anni, dopo una lunga gavetta da principe.
    Quindici anni dopo fece un errore che gli costò la testa (letteralmente): non diede importanza al fatto che a Parigi il prezzo del pane era aumentato (per scarsità di farina) ed il popolo non era più in grado di comperarlo. D’altra parte, a Versailles, chi mai si preoccupava del pane?

    Eppure, proprio la mancanza di pane fu la scintilla che scatenò l’unica rivoluzione popolare della storia, probabilmente. Cioè l’unica rivoluzione che partì direttamente dal popolo. Le altre componenti della Rivoluzione Francese vennero solo in seguito (l’elìte politica e/o intellettuale, per esempio), diversamente dalle altre rivoluzioni che la Storia ricorda.

    Domanda: che cos’è il pane irrinunciabile per la popolazione del nostro paese?


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