il frullatore italiano

Sono tornato ormai da qualche giorno al Nord, dopo la prima visita italiana da quando siamo arrivati qui.
Sono arrivato all’aeroporto di Treviso (che sembra sempre una stazione delle corriere con un parcheggio un po’ troppo grande sul retro) e ho trovato mia madre, mia nonna e Livio ad attendermi oltre le porte degli arrivi. Che spettacolo vederli di nuovo!
Da quel momento fino a quando simili porte si sono chiuse alle mie spalle cinque giorni dopo, al momento di prendere il volo di ritorno per Amsterdam, è stato un delirio di emozioni e sensazioni. Un frullatore. Nonostante la lunga assenza, mi sono sentito subito a casa e ambientato. Nonostante i quasi 300 giorni lontani, le persone mi sembrava di averle salutate la sera prima.
Nulla è cambiato (9 mesi sono tanti per me, ma nulla per l’umanità?): la gente è sempre incazzata e in coda, per strada è difficile ricevere in cambio un saluto da uno sconosciuto e i bangladesi sono un problema sempre più grosso nel monfalconese (sebbene non abbia ricevuto motivazioni degne di persone intelligenti a supporto di questa tesi, pur avendole chieste).
Anche nel bene, fortunatamente, le cose non sono cambiate e l’affetto delle persone nei miei confronti si è manifestato in tutta la sua grandezza. Ho passato 5 giorni a girare inutilmente in automobile (grazie mamma!) nel mandamento, per riempirmi gli occhi delle strade che ho percorso per una vita, fermandomi in ogni casa conosciuta per salutare parenti e amici felici di vedermi. I miei ex colleghi hanno organizzato una cena nel bar vicino a casa mia, dove abbiamo passato una splendida serata, tutti emozionati e con gli occhi pieni di domande. Il compleanno passato a casa di mia madre, nella casa in cui ho vissuto per più di quindici anni, tra pranzi tra parenti e visite di amici, ha completato il quadro nostalgicamente stupendo di questi giorni.
Nulla è cambiato e spero nemmeno cambi, spero rimanga tutto immerso nella soffice membrana che avvolge sentimenti più forti della distanza, radicati e più solidi addirittura del tempo. La coscienza di ciò rende meno difficile il distacco e libera il cuore nel volo di ritorno, verso Aria e la nostra nuova vita.

Prima di tornare in Olanda sono andato a farmi una passeggiata  per rivedere l’Isonzo, sempre bellissimo e immerso nella pace, sebbene gonfio di pioggia. Ho immaginato Aria con me, sulla riva del nostro fiume che ci ha visti reincontrare più di 5 anni fa. E mi sono promesso che la prossima volta ci torneremo insieme.

La serata di domenica l’ho passata da Marco e Alessandra, che abitano vicino a Treviso e si sono dimostrati ottimi ospiti con tanto di prelievo in stazione e spedizione di primo mattino in aeroporto il giorno successivo. Una scusa per passare ancora qualche ora con loro prima di imbarcarmi sul “volo di ritorno”, che per la prima volta non ha come destinazione una città dal nome italiano. Passo il controllo pre-partenza ai raggi X e mi sequestrano un vasetto di pericolosissima crema al cioccolato fondente. Non avendo nemmeno il cucchiaino, come sarei potuto essere pericoloso con quel cremoso bagaglio?

Mi risveglio quando ci prepariamo per atterrare a Schiphol, circondato da studenti di quinta superiore che stanno dirigendosi in gita ad Amsterdam e ipotizzano sciagure aeree ad ogni lieve turbolenza o minima variazione di altitudine. E’ da prima del decollo che fomentano la tragedia e, secondo me, sono quasi dispiaciuti di essere atterrati sani e salvi. Recupero la mia pesante valigia e mi dirigo ai treni. In poco più di mezz’ora sono nel parco davanti a casa, dove qualche raggio di sole mi da il bentornato. Sistemo le mie cose e attendo la sera per l’emozione più forte: riabbracciare Aria nella nostra casetta meravigliosa in un posto nel mondo.

|Ste|

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3 Risposte so far »

  1. 1

    Manu said,

    ….. effettivamente sono stati giorni spendidi!
    Grazie Ste.

  2. 2

    babboferro said,

    La mia parte di “frullato” di emozioni si è limitata ad un caffè (senza manco schiumetta) a casa mia, ed alla partecipazione passiva alla magnifica tavola di Manu e Liviochef. Mi sentivo un’oca francese all’ingrasso, ma ne valeva la pena: era uno di quei rari momenti in cui avrei voluto essere un ingordo.

    Comunque Ste è una di quelle persone con le quali non si sta mai abbastanza. Me lo terrei in casa anche se dormisse metà del tempo.

    Riguardo alle andate ed ai ritorni, alle cose che cambiano ed a quelle che restano immutabili, devo dire che ho vissuto una forte emozione. Purtroppo Ste era già partito il 5 dicembre, così non ha visto la folla “viola” per le strade di Roma ed in piazza San Giovanni in particolare.

    Sono circa quarant’anni che partecipo a manifestazioni (più o meno intensamente nel tempo), ma una così bella non l’avevo mai vista.

    Tutti sorridevano, chiedevano scusa se ti urtavano. I negozi con le porte aperte, i baristi gentili, la gente che dilagava nelle strade in un corteo senza regole imposte. Un paese normale e contento di essere lì. Per andarsene da piazza San Giovanni e prendere la metropolitana c’era un’unica fermata. Gli addetti ai tornelli (due!!) tenevano la gente ferma nell’atrio per motivi di sicurezza, in attesa che il treno precedente (visibile sui monitor) avesse caricato tutti i passeggeri in attesa sul sottostante marciapiede del treno in stazione, poi dava il via agli altri.

    Vi immaginate diverse centinaia di passeggeri (direi almeno seicento, ma forse ottocento o più) bloccati in un atrio della metropolitana in Italia per dieci-quindici minuti, in attesa del prossimo treno? Bene: dimenticate le vostre esperienze, come io ho dimenticato le mie.

    Nessuno che spingesse. Nessuna protesta. Qualche slogan veloce senza urla. Risate e battute. Aiuto ad anziani, carrozzine e cani al guinzaglio per trovare la sistemazione migliore nella ressa. Saluti e sorrisi per tutti.

    Nel corso della manifestazione ho visto una quindicina di pullmini dei Carabinieri fermi in due punti cruciali, ma di militi dell’Arma ne ho visti solo cinque (!!!) in piazza San Giovanni in divisa da lavoro (tuta e anfibi).
    Chiudevano un accesso alla piazza ai manifestanti per consigliarne un altro. Nessun problema; neanche un gesto di stizza. In quella piazza alle quattro e mezza (quando sono arrivato io) eravamo almeno trecentomila e la gente continuava ad arrivare. Alle sei e trenta, quando me ne sono andato, ci ho messo circa mezz’ora per attraversare la piazza (trecento metri) aprendomi pazientemente un varco tra la folla, destreggiandomi fra scuse, sorrisi, musica, slogan e carrozzine.

    Nelle due ore che ho passato in piazza non ha parlato nessun politico (e, per quanto ne so, neanche in seguito. C’era il concerto). Cittadini testimoni del malessere, giornalisti ed artisti hanno tenuto il palco. Dario Fo e Franca Rame hanno parlato solo per pochi minuti.

    Mi ha fatto pensare ai nostri due amati blogger l’invito di Dario Fo a “non fare le valigie” e “… restare qui … questo giorno lo ricorderete: è il segno del cambiamento”. Come dire: il sogno di un paese normale.
    Io me lo auguro, naturalmente, ma intanto i nostri ragazzi hanno fatto la scelta giusta. Anche se è una sconfitta per la mia generazione.

  3. 3

    gestenigd said,

    Solo poche ore fa mi sono accorto che Stè è presente in un gruppo su fb…
    non ho saputo resistere alla tentazione di fare la “richiesta di amicizia” :D


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