De Beverwijkse Bazaar

Una domenica pomeriggio, ci siamo presi qualche ora e siamo andati a Beverwijk, una quindicina di chilometri a nord-ovest di Haarlem.
Ogni sabato e domenica, un quartiere intero di capannoni affiancati, ospita uno dei mercati coperti più grandi del nord Europa (www.debazaar.nl). All’interno di ogni capannone ci sono dei piccoli ‘reparti’ su entrambi i lati dei molteplici corridoi; i ‘reparti’ sono dei negozi, o panetterie, o posti di ristoro dove prendere qualcosa da mangiare mescolandosi al flusso camminante di gente di tutti i tipi. Ogni attività commerciale è separata dalla precedente e dalla successiva solo dalla diversità degli articoli venduti. Molte bancarelle sono di diverse etnie e quelle alimentari sono prevalentemente turche.
Il nome, bazaar, con cui viene chiamato questo mercato è davvero azzeccato, perché all’interno dei capannoni, tra un corridoio e l’altro, ci si perde tra i colori, gli odori e la quantità di gente che si incontrano. Per un momento mi è sembrato di essere nella medina di Kairouan, in Tunisia..
È stata davvero un’immersione nei profumi, nella gente, nei colori, che poco hanno a che fare con l’Olanda, ma che compongono la sua vitale diversità.

Con l’occasione della gita, abbiamo messo le bici nel parcheggio a 2 piani all’aperto vicino alla stazione dei treni. Ho scattato alcune foto per mostrare l’uso del parcheggio (non so se a voi era capitato già di vedere un simile parcheggio per bici..).

|Aria|

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3 Risposte so far »

  1. 1

    Marco said,

    e noi che se lamentavimo del parcheggio bici del liceo…

  2. 2

    babboferro said,

    Questi richiami a realtà diverse mi hanno sempre fatto riflettere; ancor di più da quando non ho più legami con la realtà nella quale sono vissuto fin’ora. Sono sempre stato attratto dalla diversità, come quella che Arianna presenta spesso, ma mi chiedo anche come potrei ‘vivere’ in una realtà così.

    Il caso olandese è una realtà dove esistono parcheggi di biciclette a due piani, un clima non facile e regole rispettate da tutti. L’esotico è folklore.

    Sulla realtà italiana non commento. Mi limito a dire che il nordest non brilla per il clima gradevole, anche se c’è molto verde e parecchie biciclette. L’esotico è spesso clandestino.

    Quindici anni fa sono sbarcato all’aereoporto di Marrakech e da lì sono partito con un’auto a noleggio (una Renault R4 bianca nuova di pacca, con la targa marocchina scritta a pennarello) alla scoperta del Marocco.
    Mi sono ritrovato immediatamente proiettato di venti anni indietro nel sud che avevo conosciuto da ragazzo (Torre Annunziata, provincia di Napoli): strade sconnesse, spazzatura sparpagliata, profumi (e puzze) molto forti, confusione e vivacità. Carretti, auto e nessuna bicicletta.
    L’immagine del c.d. “terzo mondo” che cerchiamo da turisti ma che, probabilmente, non saremmo disposti a vivere da residenti. O no?

    La prima conclusione che mi viene da trarre è che si tratta solo di questione di tempo: con la globalizzazione l’obbiettivo è uguale per tutti ed è il profitto. Prima o poi tutto il mondo sarà omogeneo; non si sa se sul modello nordamericano, quello orientale o il sudamericano.
    L’Africa pare esculsa, almeno nel prossimo futuro. L’Australia è in scia.
    E’ improbabile comunque, credo, che vincerà il modello nordeuropeo. Tantomeno l’ “italian style”, che vive solo di un mercato ristretto.
    O magari, proprio in contrasto, sopravviverà solo il mercato di lusso per i pochi eletti che potranno permettersi una vita “esclusiva” sul serio.

    Che fare, direte voi? Se avessi la risposta, dico io, non scriverei solo su questo blog. Posso cercarla con gli amici che seguono me ed i ragazzi.

    Io credo che possiamo cercare di capire cos’è che ciascuno di noi cerca, senza esotiche fantasie. Penso che ognuno di noi abbia un’idea di come vorrebbe fosse il proprio mondo/paese con più attenzione rispetto alle esigenze PROFONDE delle persone, senza modelli imposti o retorici. Non rifiutando, ma CONFRONTANDOCI con la società che cambia.

    Sarebbe bello ribaltare la frase di Tommasi di Lampedusa: “Lasciamo che tutto cambi perchè nulla cambi”(“Il gattopardo”). E se non cambiassimo niente all’apparenza e cambiassimo tutto nella sostanza?
    Se diventassimo un paese “normale” dove riscopriamo il significato delle parole? Un paese dove “ladro” significa uno che ruba e non uno più abile degli altri? Dove “mafioso” significa criminale assassino e non un politico in cerca di consensi elettorali o un imprenditore in cerca di appalti?

    Se le parole riacquistassero il loro significato forse, io spero, potremmo avere anche un rapporto più chiaro con le tante realtà che si affacciano al nostro paese. Potremmo anche (esagero) contribuire anche al loro riscatto. E’ un caso che gli irregolari sbarchino in un paese fuorilegge?

  3. 3

    carloddi said,

    E’ bello parlare qui di mercato e Mercato, di cose che si possono comprare e altre che non andrebbero messe in vendita, di merci e di persone, si soldi che cambiano di mano e di mani che cambiano, a forza di maneggiare soldi.

    La caratteristica della globalizzazione (cosiddetta, ma mi sa che è sempre lo stesso andazzo del povero Carletto – Marx, intendo) non mi pare tanto la tendenza di riassumere tutto in un prezzo. L’ha già detto Carletto, appunto, anche se è vero che le differenze scompaiono, se siamo tutti trasformati in cartamoneta. La caratteristica della glob. mi pare piuttosto la paura, dilagante e onnipervasiva.

    Tutti hanno paura: l’operaio, il fruttivendolo, il manager d’azienda, il disoccupato, persino il notaio (IL NOTAIO, DICO!). Di cosa? Nessuno lo sa esattamente, in realtà. Secondo me è come il millenarismo: siamo tutti rincantucciati sotto il campanile del paese (L’Aquila a parte: lì se ne sta lontani volentieri, dal campanile…) a tremare in attesa del fatidico anno 1000. Perciò forse fioriscono i superenalotti, spopolano i talismani, vanno a ruba i vademecum della crisi, ecc.

    C’è la crisi, è vero. Personalmente sperimento un rosso abissale sul contocorrente pur lavorando dieci ore al dì. Però forse non c’entra niente la globalizzazione (lo spauracchio), quanto piuttosto l’assenza delle più elementari regole del gioco sul mercato finanziario (a determinare la crisi non è stata la famigerata farfalla di Hong Kong, che ha sbattuto le ali facendo crollare la borsa di New York, sono state una dozzina di banche americane che hanno fatto una gigantesca partita a dadi con le nostre vite come posta).

    Inciso. A volte ho il timore di avere una doppia personalità e soprattutto che il mio secondo io sia Wilma De Angelis, quindi spero che scusiate il pistolotto, il peggio è comunque per me…

    Volevo solo concludere che la paura fa perdere la dignità. Che l’unico argine possibile al conformismo opportunistico è (forse) rivendicare, coltivare e difendere la propria dignità.

    Girolamo Savonarola


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