riposo, casa di

Sabato sono stato a lavorare, sempre tramite l’agenzia interinale, presso un grazioso residence pochi kilometri a sud di Haarlem, a Heemstede. Arrivo un minuto dopo le 1o, mi avvicino alle porte scorrevoli in vetro, il sensore le fa aprire, le supero e ne trovo delle altre pochi passi più avanti. Mi avvicino a queste ultime e sto per spiaccicarmi sul vetro, ma riesco a fermarmi appena in tempo, visto che non accennano ad aprirsi. Se fossi arrivato in macchina nel torpore dell’abitacolo non avrei avuto cotanti riflessi a quest’ora del mattino, la bici invece mi ha svegliato i muscoli e riempito il viso di aria fresca. Mentre annuso il vetro, sento la porta precedente chiudersi alle mie spalle. I due vetri che ho davanti ora scorrono silenziosamente lasciandomi vedere l’interno della struttura. Una sala molto grande, dai colori tenui, con qualche tavolo, ai quali qualche signora in età beve del the. Una cameriera bionda sta pulendo il bancone di un piccolo ma rifinito angolo bar. Ripenso alla frase di H. dell’agenzia: “entra e cerca la cucina”. Facile. Ci sono dei cartelli sufficientemente grandi che mi indicano chiaramente la via. Accompagnato solo dallo scricchiolio della porta che dà sul corridoio, arrivo in una specie di sala operatoria, tutta perfettamente bianca neon e grigio alluminio. In questa stanza enorme, piena di grosse pentole ed elettrodomestici in scala 10:1 rispetto a quelli che conoscevo fino ad ora, si vedono un cuoco sulla settantina, un ragazzo della mia età e un Enrico Mentana olandese che parlano tra di loro. Mi sentono arrivare e il ragazzo mi viene incontro. Si chiama Lars, nome svedese, aggiunge. Chiama Enrico vicino a noi e insieme andiamo verso una stanza che si vede attraverso i vetri della cucina. Questa stanza è stretta e lunga, impegnata per metà da un parallelepipedo enorme dalla quale entrano i piatti puliti ed escono piatti sterilizzati. Decisamente più grande della lavastoviglie in uso al golf, molto più severe le norme igieniche. Ogni volta che si vanno a prendere le stoviglie lavate per rimetterle al loro posto in cucina, bisogna lavarsi le mani con due detergenti diversi. Uno dei quali odora proprio di disinfettante. Così iniziamo a lavare ciò che ci arriva dalla cucina: pentole enormi, cucchiai enormi, scolapasta dalle dimensioni imbarazzanti (roba ideale per un picnic di pasquetta, dove tra l’altro mancava anche il semplice scolapasta per uso personale) e qualche bicchiere. Di dimensioni normali, stavolta. Ce la passiamo io ed Enrico, fino a mezzogiorno, immersi in una calma che poco dopo abbiamo scoperto essere apparente, o quantomeno transitoria. Intorno a mezzodì, Lars ci chiama e ci dice di seguirlo in cucina. Qui mi chiedono se sono mancino, nego, e mi danno un guanto destro di pelo, mentre per la mano sinistra un asettico guantino in lattice. Li indosso e subito mi viene consegnata una cuffietta-tipo-nonna-in-doccia, non ho le foto ma credo sarebbe comunque imbarazzante mostrarle. Mi danno la postazione numero uno: sul lato corto di un mobile alto quanto un tavolo, ma largo mezzo metro e lungo 4 metri circa. Sulla parte superiore di questo mobile c’è un tapis roulant in gomma che trasporta le cose da me verso l’altro capo del mobile, quattro metri più in là. Dopo un breve briefing iniziamo. Io estraggo il foglietto con il nome del fortunato vecchietto e lo appoggio sul vassoio, quelli da self service, poi aggiungo un piatto vuoto con sottopiatto termico e una scodella in metallo ripiena di zuppa con il suo bel coperchietto. In breve tempo imparo a leggere da solo se il vecchietto è incompatibile con il sale (metto quindi la scodella con la X sul tappo) o se invece della zuppa si può permettere solo il brodino. Ripeto quest’operazione un’ottantina di volte, i miei colleghi (siamo in cinque in questa curiosa catena di montaggio) riempiono il piatto e il resto del vassoio aggiungendo verdure, tritate o meno, riso in bianco e altre tremende quanto salutari pietanze. I vassoi vengono poi caricati su un carrello e spariscono infine lungo il corridoio, spinti dal cuoco che se ne va con loro. Finiti i piatti si ritorna nella stanza della lavastoviglie. Dalle 13 alle 16 è tutto un lavar di piatti, sottopiatti, copripiatti, bicchieri, posate, per un totale di quasi mezzo migliaio di pezzi, secondo i miei calcoli. Per fortuna, dalle 15 alle 16 ci dà una mano Lars, forse perchè vuole semplicemente rincasare ad un’ora decente.

Smetto la divisa a quadratini blu e bianchi e raggiungo Lars che ha quasi finito la sigaretta sul retro. Finita la mia sigaretta rimango prigioniero all’esterno dell’edificio, davanti ad una porta a combinazione. Provo con qualche sequenza numerica tra le più famose (000, 111, 112, 911..) ma senza successo. Faccio il giro dell’edificio e rientro attraverso le porte di stamattina. Faccio timbrare il foglio con le ore a Lars e decidiamo di tornare entrambi ad Haarlem in bici (ognuno con la sua). Lo attendo mentre raccoglie le sue cose e iniziamo a pedalare seguendo  Heemstede Dreef, chiacchieriamo dell’Olanda e di noi qui in cerca di fortuna. Quando sono a meno di 3 minuti da casa le nostre strade si dividono e mi augura buona fortuna, lo saluto con un tot ziens, chissà mai che Job Innovation mi mandi nuovamente in missione lì.

|Ste|

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1 Response so far »

  1. 1

    babboferro said,

    E bravo Stefano! Bella la storia: mi ricorda Charlie Chaplin nel suo film “Tempi moderni”, alle prese con ingranaggi giganteschi e nastri trasportatori inarrestabili. Mi raccomando soprattutto di non finire nella gigantesca lavastoviglie nè di essere trasportato, cotto a puntino, al tavolino di qualche anziano ospite affamato e distratto.

    Devo dire che mi ricorda la mia vecchia zia Pina, di Torre Annunziata.
    Quando era da tempo un anziana signorina, venne a trovarci un paio di volte a Monfalcone.

    Era una specie di mister Magoo: molto dolce ed ingenua e cieca come una talpa. Nonostante l’età e la vista vicino a zero, era piuttosto però avventurosa e incoscientemente spericolata; per mostrare a tutti che se la cavava da sola. Inoltre era una cuoca a dir poco eccezionale.

    In ognuna delle due volte che venne a trovarci, ci riunimmo tutti noi parenti per un pranzo a casa di Adelia a Selz.

    La prima volta, dopo che fu servito a tutti del risotto, con gesto fulmineo zia Pina si appropriò del cucchiaio da portata e cominciò a mangiare con quello. Nessuno osò dirle che aveva sbagliato cucchiaio e lei finì il suo risotto alla svelta, anche se con qualche evidente difficoltà.

    La seconda volta, circa un anno dopo, ci ritrovammo di nuovo tutti con zia Pina a Selz per una pastasciutta. Dimentichi della volta precedente, nessuno avvisò la zia, e di nuovo lei afferrò il forchettone da portata e cominciò a mangiare tranquillamente e di gusto.

    Ma ad un certo punto si fermò e tutti restammo con il fiato sospeso, nel timore che si fosse fatta male alla bocca o cose del genere.

    Nulla di tutto questo per fortuna; la nostra mistress Magoo dalla ferrea memoria fece un sorrisino timidamente ironico e disse ad Adelia:

    “Però, Adeliu’, scusa. Ma pecchè a’ o nord usate sto caspit ‘e pusate?”


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