nel caso aspettaSte – 2 di 2

SECONDA PARTE
nel caso aspettaSte

Siamo arrivati al primo maggio, vero?
Ci siamo svegliati verso mezzogiorno (io mi sono ri-svegliato, dopo il lavoro mattutino) e Chiara ha preparato i panini per la gita. Dopo un’abbondante colazione, tipica dei ciclisti, ci siamo diretti in centro, alla ricerca di qualche bici da noleggiare. Abbiamo trovato cinque biciclette al secondo tentativo, nel negozio dove ho portato già due volte il Locomotief a riparare. Le biciclette non erano affatto male, avevano sia il freno a pedale, sia quello a leva.

Partiamo. Seguendo le piste ciclabili ci mettiamo sulla strada per Zandvoort an Zee, località balneare a Ovest di Haarlem (e di Amsterdam quindi). Procediamo a fatica, le biciclette sembrano pesantissime. Lungo tutto il percorso abbiamo alla nostra sinistra la strada per le (sempre pochissime) automobili, qualche volta la ciclabile si allontana un po’ dalla strada per immergersi nel verde di alberi e cespugli. Spesso c’è profumo nell’aria e sembra esserci più ossigeno, osservano anche i nostri ospiti. Dopo circa una mezz’ora arriviamo a Bloemendal an Zee (Zandvoort è qualche chilometro più avanti, ma per le donne può bastare così) e la ciclabile lambisce la sabbia che ci separa dal mare, già visibile davanti a noi. Dopo le normali operazioni di chiusura lucchetti, ci incamminiamo verso la spiaggia, popolata da tantissime persone, e troviamo posto in uno spazio libero. Pranziamo appena arrivati lì, quando ormai sono le 4 di pomeriggio. Dopo pranzo veniamo risucchiati nello stereotipo dell’italiano medio: compriamo una palla e ci mettiamo a palleggiare sul bagnasciuga. Le due donne del gruppo, invece, prendono il sole (vittime dello stesso stereotipo, alla fin fine). Nella ritrovata gioventù passiamo più di mezz’ora e, quando siamo sudati e pure un po’ sporchi, ritorniamo all’asciugamano, e accogliamo volentieri le richieste di ripartenza delle donne.
Così ci incamminiamo verso le bici e pedaliamo in direzione opposta, verso Haarlem. Ci accorgiamo subito che la strada è in discesa. Tutta. Rivediamo quindi la nostra teoria sulla lentezza delle biciclette, attribuendo il problema alla semplice pendenza della strada. Sfrecciando senza fatica arriviamo presso uno spiazzo che, a interpretare i cartelli in olandese, sembra essere l’anticamera di un’area protetta. Entriamo con le bici fino a dove ci è concesso, poi le abbandoniamo e proseguiamo a piedi. Pochi metri più avanti la distesa di alberi lascia spazio ad un terreno sabbioso che termina con una collina. Raggiunta la sommità di quest’ultima, si apre alla vista uno scenario affascinante quanto imprevedibile in Olanda: un lago (het Wed) trova posto in uno scenario brullo e dai colori beige e marrone: ricorda l’Andalucia. Qualcuno fa addirittura il bagno, mentre noi preferiamo proseguire lungo il sentiero, per arrivare in un boschetto con pochi alberi verdi, molto fitti e pieni di rami già a pochi passi dal terreno. Sia Chiara che Francesco non resistono alla tentazione di salire su quella pianta così invitante. Ci fermiamo in questo spettacolo silenzioso per un po’, lasciando che ogni singolo senso rimanga abbagliato da uno spettacolo così elementare ma anche così affascinante. Lo stare insieme, poi, rende tutto più intenso e indimenticabile. Dopo qualche decina di minuti ci rimettiamo in sella e ripartiamo, non è ancora buio ma la temperatura sta scendendo inesorabilmente. E’ ancor più piacevole il ritorno a casa, visto che quasi non si pedala e ci si può concentrare più facilmente sulla bellezza delle villette lungo la strada, con i giardini che urlano colore verso chi li vuole ammirare. Quando rincominciamo a far forza sui pedali siamo quasi arrivati a casa. Cena veloce e uscita ad Haarlem, aspettando il buio e i colori della notte tra un parco e un locale. Stasera dormiremo tutti molto profondamente. Ma non tutti potranno farlo a lungo, infatti domani mattina Franci e Max mi accompagneranno al lavoro, anche se al momento di andare a dormire la loro promessa, fattami qualche giorno fa, sembra pesar loro come un macigno.

Ore 3.40 del 2 maggio. Suona la sveglia travestita da cellulare. Mi schiaffeggio come ogni mattina. Trovo la via del bagno e mi ci affeziono, mentre dal cellulare stavolta arriva il messaggio dei miei compagni di sventura. Scendo a fatica. Loro due sono pronti e scattanti in sella alle bici. Max non parla. Non lo farà per almeno 45 minuti.
Mi sento meno solo stamattina, e sento che sarà più facile fare le consegne. È vero anche che oggi è sabato e devo inserire gli allegati nei miei giornali prima di partire per le zone di cosegna. Mi sveglio pian piano, inserendo uno dopo l’altro gli allegati nei circa 200 giornali che devo consegnare. Provo anche con la caffeina. Prendo un bicchiere di plastica rosso, impugno la brocca sempre fumante e lo riempio. Ogni volta perdo tempo ad aspettare che si raffreddi,ci  verso dentro un cucchiaino di polverina bianca e attendo che il fluido si trasformi, finchè assume la colorazione tipica di un caffèlatte. Quando la coltre di vapore si dirada, trangugio qualche centilitro di brodaglia al retrogusto di caffè. Poi ritorno nello stanzino e svuoto il bicchiere nel lavandino, notando che l’applicazione più utile di questa bevanda è quella di colorare il fondo del lavabo. Apro il rubinetto e cancello l’opera. Torno ai giornali con un retrogusto simil-grondaia in bocca (qualcuno renderebbe meglio l’idea con “gusto di volante”: provate a leccarne uno per capire cosa intendo, io stesso non ci credevo!). Finito l’inserimento degli allegati, li impacchetto con l’apposita macchina in blocchi da circa 50 giornali l’uno, più facili da trasportare. Carico la mia bici con i primi 2 pacchi ed esco con gli altri due in mano, cercando con lo sguardo Francesco e Max. Li vedo qualche decina di metri più in là, alla fermata dell’autobus, mentre si cercano aspettandomi. Con un cenno li chiamo verso di me e, come in una catena di montaggio, metto a ciascuno di loro un pacco di giornali sul supporto posteriore delle bici. Non avendo modo di fermare i pacchi al telaio, faccio sedere i miei aiutanti un po’ più indietro, in modo che stiano col posteriore un po’ sul sellino e un po’ sul plico. Partiamo verso la prima zona. Arriviamo lì e sistemiamo i 2 pacchi in eccesso sotto alla solita panchina, per ripassare a prenderli in seguito, dopo aver completato la prima mance.
Inizio il solito lavoro di ogni giorno, cercando di infilare i giornali rigonfi di pubblicità e allegati nelle strette cassette delle lettere haarlemesi. Max inizia a dare i primi segni di veglia, e sembra quasi divertito da quest’alba diversa. Ogni tanto ne approfitto e gli consegno due o tre giornali, chiedendogli di imbucarli nelle cassette corrette. Francesco segue pazientemente e mi fa da ombra per un po’, poi si lascia affascinare dalle molte curiosità che non troveranno più posto quando il sole sarà alto. La città, infatti, dorme ancora e solo gli animali domestici, soprattutto gatti, sono dentro alle finestre, impegnati a guardar fuori o a dormire acciambellati appiattendo i peli contro i vetri. È merito di Franci se potrò mostrarvene alcuni in fotografia.
Finita la prima zona è già tutto abbastanza chiaro attorno, le luci si spengono e qualcuno inizia a muoversi in auto o in bici. Carico i due pacchi di giornali, stivati prima sotto la panchina, sulla mia bici e ripartiamo. La seconda zona è più veloce da fare della prima e, grazie all’aiuto dei due giovani oramai svegli e pimpanti, riusciamo a finire qualche minuto prima delle 7.
Iniziamo quindi a cercare un bar dove posso offrire la colazione ai miei giovani aiutanti, ma è sabato e Haarlem non si è ancora attivata. Ripieghiamo in stazione, dove c’è una sorta di vetrina oltre la quale si vedono delle brioches fumanti che strabordano cioccolato rovente. Ne prendiamo tre, assieme a tre “cappuccini”, che portiamo via grazie alla comoda tazzina da viaggio. Risaliamo sulle bici oramai leggerissime e andiamo a Kleverpark, lo stupendo parco sul canale che trova posto tra la stazione e la nostra casa-chiesa. Un tronco tagliato diventa un’ottima panchina per consumare una colazione sotto il tiepido sole mattutino. Siamo assonnati ma felici, in una situazione tanto strana, quanto affascinante. Ritorniamo a casa e ci concediamo un’altra brioche nella panetteria sotto casa. Mi fermo un po’ nella loro stanza: Max riesce a parlare un po’, Francesco sviene con la bocca aperta appena sfiora la posizione orizzontale.

Dopo poche ore ci risvegliamo tutti, pronti a trascorrere l’ultimo giorno insieme. Abbiamo ancora le bici noleggiate ieri e dobbiamo restituirle entro le 17, quindi ne approfitto per portare i nostri ospiti a fare un giro nelle vie di Haarlem che più mi hanno colpito.  Mulini, parchi, semplici canali o case piccole ma spettacolari, con dei tavolini sul canale che tutti un po’ invidiamo. Il tempo non è molto, quindi ci muoviamo abbastanza veloci tra una tappa e l’altra. Ne viene fuori una bella biciclettata di un paio d’ore, che si conclude alle 16.58 presso il negozio di biciclette. Ho calcolato alla perfezione il percorso e, soprattutto, i miei compagni di biciclettata sono stati energici e svelti al punto giusto, senza mai lamentarsi.
Consegnate le bici andiamo verso la stazione, i ragazzi vogliono vedere per l’ultima volta Amsterdam prima di partire domattina. Arriviamo lì e stavolta ci muoviamo in tram, stanchi per la settimana intensa. Ci fermiamo in qualche bar e in qualche negozio per portare a casa qualche inevitabile cianfrusaglia. La sera arriva e ceniamo in un locale molto curioso, vicino alla stazione centrale, dove i tavoli sono alti 40 centimetri e le sedie sono sostituite da un pavimento morbido e cuscini dal gusto orientale, mentre sul soffitto si vedono reti da pesca e crostacei finti o secchi. E’ l’ultima cena insieme e un hamburger in compagnia, seduti per terra, rende molto più che una cena in ristorante. Non c’è spazio per la tristezza, speriamo di rivederci presto e siamo stati molto bene insieme.
Quasi a mezzanotte prendiamo il treno del ritorno e ci facciamo l’ultima passeggiata insieme nel parco, mentre Max è in extasi creativa e parla di ombre e luci mistiche, mentre si eccita in proporzione all’apertura della macchina fotografica, superando i 20 secondi tra apertura e chiusura dell’obbiettivo. Buio è buio. Spero di poter pubblicare presto i capolavori di Max, con il suo consenso.
Vorremmo far nottolata ma cediamo sotto i colpi di Morfeo abbastanza presto.

La mattina seguente facciamo l’ultima colazione insieme, e ci salutiamo abbracciandoci e dandoci appuntamento alla prossima volta che potremo trascorrere del meraviglioso tempo insieme.

Grazie Chiara e Franci, come sempre mi sembra di essere il terzo fratello, più che un cugino!
Anche Max è stato un perfetto ospite, sebbene non ci conoscessimo così bene prima..chissà che non venga veramente a finire l’università ad Amsterdam, come ha minacciato, ne saremmo lietissimi!

E grazie anche ad Aria che ha sopportato (e supportato, e apprezzato) quest’invasione della nostra piccolissima “casa”, e che ha dovuto spesso salutarci per andare a lavorare..

|Ste|

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte so far »

  1. 1

    babboferro said,

    Scusa Stefano, ma dentro l’Ape-furgone c’era Monica Bellucci? Una riproduzione fotografica? Una bambola gonfiabile? O la sua maglietta della salute usata?

    • 2

      Ste said,

      Ferru, sei sempre il solito intenditore e ti sei giustamente soffermato sul fulcro del post: L’APE TRIONFO DELL’ITALIANITA’. Prima di tornare a dormire, dedico un post speciale all’amico del parco. E, ovviamente, a Ferruccio (che tra meno di una settimana sarà qui con noi!!).


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