Archivio per eventi

crisi, treni e festa

Giorni di confusione e festa in Olanda, in attesa della primavera che, fattasi vedere per un paio di settimane a fine marzo, è poi scomparsa senza lasciare traccia.

Giorni di confusione per i treni e per la politica, nella solitamente ordinata Olanda. Dieci giorni fa, mentre io e Aria eravamo a Parigi, si sono scontrati due treni tra Amsterdam Centraal e Amsterdam Sloterdijk. Un intercity contro uno sprinter, nel pomeriggio: un morto e più di 130 feriti. Il bilancio poteva essere decisamente peggiore, ma quello che più è pericoloso è la perdita di fiducia in un mezzo che qui funziona benissimo ed è molto spesso la soluzione scelta da moltissimi pendolari per recarsi al lavoro. Secondo qualche olandese con cui ho parlato, gli incidenti non sono un evento così raro (2-3 l’anno, perlopiù senza vittime), soprattutto da quando la gestione della rete non è più in mano alla sola NS. Nederlandse Spoorwegen ha ora in gestione solamente i treni e le stazioni, mentre le infrastrutture della rete ferroviaria e, di conseguenza, la sicurezza sono mansioni che spettano a Pro Rail. Col solito pragmatismo olandese, ma non nego di avere la stessa curiosità, tutti si chiedono come nel 2012 un treno possa ancora passare con il semaforo rosso. Dall’inchiesta è emerso infatti che tutto ha funzionato alla perfezione nella gestione degli scambi, l’errore è stato assolutamente umano! ProRail ora promette che dal 2015 tutti i treni saranno dotati di un dispositivo che frena la marcia del treno automaticamente in caso non fosse il macchinista a frenare in corrispondenza di un semaforo rosso. Staremo a vedere.

Altro punto dolente di questa (mancata) primavera olandese è la questione politica. Lo xenofobo ossigenato, Geert Wilders (PvV), leader del partito simil-Lega Nord col nome uguale al PdL che dava appoggio esterno al governo da un anno e mezzo, ha di punto in bianco staccato la spina al premier Rutte (VVD). Lo ha fatto quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti con i tagli imposti dalla comunità europea, come se non avessero avuto il tempo di discuterne durante questa collaborazione, protrattasi per un anno e mezzo. Wilders ora non ci sta più, dice che i tagli sono contro i “vecchi” olandesi, soprattutto perché vanno a toccare l’età pensionabile e la pensione. Dice che l’Europa chiede troppo e che l’Olanda dovrebbe uscirne sia politicamente che monetariamente. Già, ma non fa i conti con il ruolo che i Paesi Bassi hanno sempre avuto nella richiesta di rigore per i paesi membri. Un atteggiamento da prima della classe che ora, a crisi più che conclamata, ritorna decisamente scomodo nel chiedere sconti all’Europa.
Cinque elezioni politiche negli ultimi dieci anni sono decisamente troppe e l’andazzo non può che migliorare a questo punto. C’è da dire però che l’incertezza su cosa fare nell’immediato è durata pochissimo (trascinando in basso, anche se per poco, l’AEX): due giorni più tardi l’accordo sui tagli per portare il rapporto deficit/pil sotto la soglia del 3% nel 2013 era saltato fuori, con la collaborazione di diversi partiti della minoranza (i verdi di sinistra, i liberal democratici e l’unione cristiana) e nuove elezioni fissate al 5 o al 12 settembre.
Anche qui vedremo che succederà, ora Wilders dovrà spiegare ai suoi elettori quale sia il piano malefico che lo ha portato a cambiare idea sui tagli, con conseguente caduta del governo. E gli olandesi, anche quelli (per fortuna tantissimi) che non lo votano, sanno che il tipo ha già studiato un modo per riuscire a portare a casa ancora più voti di prima. Sembra che l’intenzione principale dell’ossigenato sia quella di trasformare le prossime elezioni politiche in un referendum pro o contro l’Euro e l’Europa.

Basito e insospettito. Così mi hanno lasciato le condizioni meteo dell’ultimo weekend poiché, dopo quasi un mese di nuvole grigie e pesanti con temperature tra 8 e 12 gradi, il cielo si è aperto improvvisamente per la Festa della Regina. Dicono che quel giorno non piova mai qui in Olanda ed in effetti negli ultimi tre anni non ricordo pesanti acquazzoni il 30 aprile, ma gli avvenimenti di quest’anno sono stati incredibili. 21°C e un sole caldo a rendere ancora più vivace il manto arancione che ricopre le vie della capitale e di moltissime altre città olandesi. Arrivata la sera del 30, appena sono terminate le celebrazioni, il cielo è tornato a coprirsi e la pioggia a cadere copiosa.
Incredibile fortuna? Manipolazione meteorologica? Protezione divina? Energie positive?
Ho reso partecipi tutti della mia incredulità di fronte a questo evento e le risposte che ho avuto sono state le più varie.
I “complottisti“, che ritengono l’evento troppo contro natura: sarebbe stata messa in atto una manipolazione meteorologica con mezzi artificiali, quali il rilascio di sostanze chimiche (capaci di vaporizzare le nuvole per lasciar posto al sole) da appositi aerei. Il governo olandese ha ritenuto improponibile, in tempo di crisi, dover incassare i bassi introiti che una giornata piovosa avrebbe portato.
I più religiosi vedono la regina in contatto quasi diretto con l’Altissimo, grazie al figlio Friso che giace in stato vegetativo da qualche mese, più vicino all’aldilà che alla vita terrena.
I romantici sostengono che la voglia di festeggiare di sedici milioni di persone abbia potuto creare un accumulo di energie positive tale da influenzare la pressione e, di conseguenza, il meteo.

Queen's day 2012

A vedere come gli olandesi, ai quali si aggiungono sempre più spesso persone provenienti da tutta Europa, festeggiano questa giornata, ritengo la terza opzione piuttosto interessante. Sarà anche per la ferma convinzione con cui Ferru esponeva, quasi scientificamente, quella tesi.

Anche se gli aerei..

|Ste|

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Floriade

Se ne sente parlare da un po’, qualche settimana fa ho trovato un volantino che lo proponeva; poi ne ho sentito parlare da diverse persone e allora mi sono detta che dovevo porre un limite alla mia ignoranza e ho cercato di capire di cosa si trattasse.
Floriade è un’esposizione ‘ortoculturale’ che quest’anno occupa a Venlo uno spazio complessivo di 66 ettari, comprendente 5 diverse zone separate da aree boschive. Da ignorante ho racimolato qualche informazione: è un evento che si svolge nei Paesi Bassi, ogni 10 anni (il 1970 è stato posticipato al ’72) e permette l’esplorazione di diverse realtà ecosostenibili e/o biosostenibili (http://www.floriade.com/).
A questo punto, direi che una visita è d’obbligo, almeno per me.

Rimanendo in tema di fiori e natura, il prossimo fine settimana si terrà l’ormai famoso Bloemen Corso. È arrivato alla 65esima edizione e purtroppo quest’anno ce lo perderemo, dato che ci regaliamo un fine settimana a Parigi.
Magari potremmo mandare il nostro coinquilino del piano di sotto a fare un servizio fotografico da gustarci al rientro..

|Aria|

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raccolta mele

Ora siamo molto impegnati nel nostro trasloco, che è brevissimo negli spazi, ma non altrettanto nei tempi e presenta la fatica fisica e mentale che un trasloco comporta.

Una decina di giorni fa, prima che iniziassimo a spostarci, durante il pranzo parlavo con i miei colleghi delle mele. Avevo notato un adesivo con la bandiera olandese sulla buccia di una Elstar. Non pensavo che l’Olanda le coltivasse, abituato come sono a trovare al supermercato prodotti provenienti dal sud, dell’Europa o del mondo: quando l’ho detto, i miei colleghi olandesi mi hanno guardato sgranando gli occhi, come se l’Olanda fosse l’esportatore di mele per antonomasia; orgogliosi di riuscire a coltivare qualcosa che non sia patate o fiori. Per darmi una prova tangibile, mi hanno subito parlato di un luogo a pochi chilometri da Amsterdam dove si possono raccogliere le mele, abbuffarsene tra gli alberi dei meleti e portarne via un poche pagandole un prezzo onesto.

Incuriosito da questo racconto contadino, ho cercato il sito internet dell’Olmenhorst, questo il nome della tenuta dove si svolge la raccolta, e mi sono informato sui tempi e sui luoghi. Da metà settembre al 23 ottobre gli sterminati frutteti aprono i battenti ai visitatori. Il posto è molto tranquillo anche se in certi momenti un po’ affollato. C’è un grande parcheggio, i campi con le mele e la baracca dove le pesano per venderle. Camminando qualche minuto ci si addentra tra le viuzze tra i frutteti, ad un certo punto le mele lasciano il posto alle pere su distese altrettanto estese. Si arriva ad un agglomerato di una mezza dozzina di case contadine, qualcuna adibita a negozietto di artigianato e, attraversato questo, si arriva ad un altro gruppo più numeroso di grandi e caratteristiche abitazioni dove c’è un vero e proprio mercatino. I prodotti che vengono venduti lì non sono necessariamente prodotti nel posto, ma sono tutti biologici e spesso contengono le mele.

A pochi passi di distanza dal mercato c’è un ristorante self service, dove vengono servite bevande e dolci a tema, succhi di mela e pera, birra alle mele, muffin con mele o cioccolato e la tradizionale torta di mele olandese (non perché l’abbiano inventata loro, ma perché si trova davvero ovunque nei Paesi Bassi). Tutto attorno al ristorante un grande prato e uno spazio dove i bambini sguazzano per terra, per potersi sporcare come piace a loro. Amano sporcarsi, davvero.

Noi siamo arrivati nel primo pomeriggio e il posto chiude alle 17 quindi, dopo un assaggio presso il ristorante, qualche acquisto al mercatino e piacevoli passeggiate tra i profumi della terra, abbiamo fatto una breve escursione sul campo per raccogliere qualche frutto con le nostre mani. Abbiamo portato via una decina di mele e, arrivati alla baracca per pagare, abbiamo aggiunto qualche pera presa da un cesto lì vicino al montepremi: pagati 2 euro siamo andati via con un sacchetto pieno di frutta. Un’esperienza da fare, soprattutto per chi si trovasse in zona e non avesse mai avuto occasione di avere qualche albero da frutta da spogliare a mani nude.

Vicino a Lisse, info sul loro sito qui. Vedo però che il sito è solo in olandese, quindi vi riassumo qui i dettagli utili:

Landgoed De Olmenhorst
Lisserweg 481, Lisserbroek.
+31252 41 31 65
info@olmenhorst.nl
fino al 23 ottobre
mercoledì e venerdì 13 – 17, sabato e domenica 10 – 17
tra il 15 e il 23, ogni giorno 10 – 17

|ste|

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Het mooie Haarlem

[La bella Haarlem]

Perché non parlare della bella città che ci ospita, di cui ci innamorammo quasi subito 2 anni e mezzo fa?
Non solo è bella, interessante da visitare e piacevole da vivere, ma è anche culturalmente frizzante.

Chi l’ha già visitata, non si sarà perso il museo più antico dei Paesi Bassi, Teylers museum (http://www.teylersmuseum.eu/). Si trova sullo Spaarne, il grande canale che scorre parallelo alla città.
I più curiosi avranno notato le hofjes (letteralmente ospizi), delle corti sui cui giardini affacciano delle piccole case in fila, disposte su uno o più lati del giardino. Ad Haarlem se ne trovano una ventina.
Il nome è dato dalla destinazione d’uso che avevano questi luoghi quando vennero costruiti (tra il 1600 e il 1700 circa): erano delle abitazioni sicure per le donne anziane e sole; a loro veniva garantita l’autonomia e ci si faceva forza dell’abitare collettivamente.
Negli anni la destinazione delle hofjes è cambiata, ora se ne trovano alcune anche in vendita, ma la possibilità di abitarne una è abbastanza remota, soprattutto per una non olandese..
Come molte città olandesi, anche Haarlem possiede diversi parchi ed è complessivamente molto verde e vivibile, nonostante i suoi poco meno di 150 mila abitanti (Wikipedia, 2010).

Gli amanti del blog ricorderanno l’appuntamento annuale con il Bloemen Corso, il festival dei carri floreali, ogni anno bellissimo e profumatissimo.
E per gli appassionati di jazz che ancora non lo sapessero, una volta all’anno la città diventa Haarlem Jazz Stad, la città del jazz (http://haarlemjazzstad.nl/).
Dato che quest’anno eravamo qui, per una sera ci siamo immersi nella folla che occupava tutto il centro cittadino: c’era un gruppo che suonava praticamente ad ogni angolo. Straordinario!

|Aria|

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quattro giorni

Da quattro giorni sono da solo qui ad Haarlem, mentre Aria si fa coccolare dal papiño e dal calore dell’estate italiana. Una dozzina di giorni di solitudine che passerò in gran relax, immerso nel mio disordine che, sebbene faticosamente ridimensionato negli anni, ritorna fuori vivacemente non appena spariscono possibili testimoni.
Forse riuscirò a vedermi con Pietro, Jacopo o Francesco, i miei tre compaesani (concittadini dovrei dire) che vivono ora tra Noord Holland e Noord Brabant. Vedremo se riuscirò a scucir loro un appuntamento, visto che stanno diventando tutti un po’ come gli olandesi, che non si muovono senza un preavviso di almeno un paio di settimane (e conseguente appuntamento in agenda). Se non si faranno sentire poco male, ne approfitterò per studiare un po’ di olandese, visto che il corso che sto seguendo è sospeso per due settimane.
Nell’attesa di sapere le mie sorti e la mia agenda della prossima settimana, vi racconto di un evento curioso che ho scoperto con solo 95 edizioni di ritardo. Ne ho letto per caso l’altro giorno mentre aiutavo Aria a trovare un taxi sostitutivo che dalla stazione di Nijmegen la portasse all’aeroporto di Weeze da dove avrebbe preso l’aereo verso Trieste.

Ed è dal mio comodissimo divano rosso che vi racconto, per assurdo, della Internationale Vierdaagse Afstandsmarsen Nijmegen, conosciuta come la ”quattro giorni di Nimega” . Si contrappone infatti al mio ozio sul divano, la fatica immane che si concentra nella manifestazione: quattro giorni per quattro maratone. In realtà la distanza da percorrere quotidianamente in questa quattro giorni non competitiva varia secondo la categoria, stabilita in base a età e sesso: 30, 40 o 50 km a tappa. In più ci sono i militari, che sono liberissimi di scegliere tra 40 km al giorno con zavorra da 10 kg oppure 50 km tondi tondi, ma liberi come farfalle.
Nessuna competizione, l’unico cimelio da portare a casa è una medaglia che viene consegnata a chi completa le tappe entro il tempo limite, che va da 9 a 14 ore a seconda della categoria.
Nei giorni precedenti e in quelli della manifestazione, è usanza fare una grande festa a Nijmegen, la Vierdaagsefeesten. Inizia il sabato prima della settimana delle marce e si conclude assieme alla ultima corsa, dove il pubblico attende festoso i sudatissimi partecipanti. I militari percorrono gli ultimi chilometri in divisa, cambiandosi d’abito in appositi spazi lungo il percorso, come vuole  la tradizione.

È infatti dal 1909 che questa manifestazione ha luogo, arrivando nelle ultime edizioni a un milione di visitatori, tra corridori e pubblico festante. Fu sospesa solo negli anni della guerra e nel 2006, anno in cui un’ondata di caldo assolutamente sopra la norma per l’Olanda (35°C) mise k.o. i partecipanti,  al punto che 300 furono coloro che necessitarono di cure mediche e due persone addirittura non sopravvissero all’avventura.

Ora mi concedo un po’ di riposo perché solo a parlarne mi sento un po’ stanco. Accaldato no, visto che il 24 luglio 2011 ci regala 13,5°C

|Ste|

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biscotto cieco

Anche venerdì mattina ho preso il treno da Haarlem per Amsterdam Centraal, poi la sempre prestante Gazelle mi ha condotto sul traghetto che collega il centro di Amsterdam con la continuazione della città a nord dell’Ij, il tratto d’acqua che lambisce la stazione centrale. Arrivato sull’altra sponda mi concedo spesso un cappuccino presso il baretto Al Ponte in corrispondenza dell’attracco di Ijplein. Oltre a dispensare dell’ottimo caffè italiano, è anche un posto dove si possono trovare numerose brochure, mappe, volantini sugli avvenimenti della città, ma soprattutto su quelli che hanno luogo ad Amsterdam Noord. Film, spettacoli, festival, spesso avvenimenti realizzati in collaborazione con I love Noord, un sito internet che mette a disposizione tutti i più moderni canali di comunicazione quali il web, twitter, facebook e linkedin, per raccogliere e diffondere segnalazioni sulle “cose di Amsterdam Noord per le quali essere felici”, come dice il loro motto. Un’iniziativa nata da poco più di un anno che vuole valorizzare il più grande stadsdeel, distretto, di Amsterdam.

L’altro giorno però mi ha incuriosito la locandina di un evento tanto strano quanto divertente: il Blind Bisquit Wimbeldon.
Prima di tutto dovete sapere che lungo la strada tra l’attracco del traghetto e il mio posto di lavoro, nel bel mezzo di un prato a lato della strada, sorge una sorta di installazione artistica (o monumento, o come volete chiamarlo) che non dice molto a prima vista. Sembra un materasso rosso enorme posizionato sullo spessore del lato lungo. O un enorme pettine stilizzato male e messo al centro della scena. Credo che la foto a lato (da Google Street View) riesca meglio nell’intento di farvi comprendere l’oggetto di cui vi parlo. Passandoci davanti ogni mattina mi sono più volte chiesto cosa fosse. E mi ero dato una risposta molto affascinante: è un gigantesco strumento che il vento avrebbe dovuto suonare passando attraverso i fori tondi disposti uniformemente sull’intera superficie  (nella versione materasso corrispondono alle cuciture) e attraverso le lunghe feritoie in basso (che danno valore alla tesi del pettine).

Buchi tondi: fiiiiiiiiiiii, feritoie: fuuuuuuuuuu…un concerto.

Appena partorita la tesi dello strumento mi ero subito posto il problema del disturbo che questa sinfonia semi naturale avrebbe potuto arrecare agli abitanti delle case vicine. Poi, non udendolo mai suonare, mi sono chiesto quali fossero le condizioni necessarie per farlo suonare: chissà che vento, di che intensità e direzione precisa. Alla fine ho considerato il numero dei giorni, almeno un paio di centinaia, in cui ci sono passato davanti in tutte le condizioni di meteo e di vento, e le volte in cui l’ho sentito suonare, nessuna. La mia tesi era stata spazzata via, non lasciando posto a nessun’altra. Fino a venerdì scorso, quando ho visto il manifesto che vedete qui sotto appeso sulla bacheca del bar:


A sinistra il nostro amato pettine-materasso, a destra due fanciulle con le racchette da tennis. L’avvenimento, chiamato Blind bisquit (biscotto cieco), invita chi volesse partecipare a presentarsi la domenica successiva vestito “in tenuta da tennis” per giocare con pallina e racchette usando il biscotto (che sia questa la corretta descrizione della sua forma?) come una rete. Essendo questa struttura alta almeno 4 metri e larga una quindicina, ed avendo dei buchi troppo piccoli per avere una benché minima idea di quello che accade dall’altro lato, si fa presto a capire perché si parli di biscotto cieco. La locandina e la manifestazione invitano a riflettere sulla scarsa utilità dell’arte quando non si possa giocare con essa. Forse un concetto troppo estremo, visto che molte opere d’arte sono molto apprezzabili sebbene non sia possibile giocarci, ma è forse una semplice richiesta di impegnare gli spazi pubblici con aree attrezzate anziché con opere artistiche per di più brutte e incomprensibili.
Condivisibile o meno, sicuramente un’iniziativa che ha attirato la mia curiosità.

Ho chiesto qualche informazione e sembra che il misterioso oggetto rosso sia stato fatto in memoria della seconda guerra mondiale, anche se nessuno mi ha ancora spiegato cosa intendano rappresentare le sue buffe sembianze. Procedo con la ricerca e vi faccio sapere!

|Ste|

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oosterpark come il parco del rivellino

Domenica scorsa io ed Aria ci siamo recati all’Oosterpark, uno dei parchi di Amsterdam, per dare un’occhiata alla manifestazione Amsterdam Roots Festival, un festival di musica internazionale (la descrizione è quanto di più vago fosse possibile). Preso il tram 9 dalla Centraal Station, siamo scesi alla fermata Wijttebachstraat e dopo un centinaio di metri a piedi verso Sud ci siamo trovati all’entrata del parco.

Amsterdam Roots Festival

Nessun biglietto né security all’ingresso, il parco grande una dozzina di ettari era stato trasformato in una grande discoteca a cielo aperto con vari palchi, almeno cinque, ognuno con la sua musica e la sua scaletta di artisti a suonare. Un’area per i bambini assicurava un po’ di tranquillità ai loro genitori, mentre bancarelle etniche di cibi esotici piuttosto che profumati capi di abbigliamento allietavano l’atmosfera all’ombra degli alberi, a riparo dal forte sole che illuminava e scaldava tutto il parco.

Camminando per i sentieri che collegavano un palco a quello successivo mi sembrava di essere al Sunsplash, in quel di Osoppo.
Andai per la prima volta ad Osoppo (provincia di Udine, Friuli Venezia Giulia) l’anno in cui mi diplomai. Ricordo che mi presentai all’esame orale già con il necessario per campeggiare e a bordo della mia moto del tempo, una  XT350. Finito l’interrogatorio, presi la moto da cross e non smisi di vibrare per tutto il percorso stradale e autostradale che divide Gorizia da Osoppo. Ricordo che si ruppe il cavo della frizione poco prima dell’uscita autostradale, ma riuscii comunque a raggiungere gli amici, già nel campeggio all’interno del Sunsplash da qualche giorno. Ricordo quel festival come un’oasi di tranquillità dove tutti sembravano essere, e perché no erano, tutti amici e in pace tra loro. Un’oasi reggae dove ad ogni ora del giorno e della notte c’era qualcosa di curioso da vedere, ascoltare, imparare o comprare.

Amsterdam Roots Festival

Le piogge torrenziali, che almeno per due o tre giorni a edizione si presentavano, gli sono valse il nome (nella nostra compagnia) di SunSploch, trasposizione onomatopeica del suono che producevano le scarpe immerse nel fango, mentre ci si saltava e ballava dentro, nel grande prato su cui si affacciava il maestoso palco. Nonostante la pioggia e il fango, lì ci si tornava ogni anno e sempre in buon numero. Col tempo le cose sono andate obbiettivamente peggiorando, non tanto per l’organizzazione artistica che ha sempre proposto di artisti e ospiti di qualità, quanto per la parte finanziaria, che proponeva un aumento vertiginoso dei prezzi di ingresso con il passare delle edizioni: le statistiche mostravano sempre più accessi venduti, eppure il prezzo d’ingresso è praticamente raddoppiato negli ultimi 10 anni. A rendere le cose ancor più difficili si era creato un “cartello” che imponeva prezzi uguali ma altissimi a tutte le bancarelle e attività commerciali. Una bottiglietta d’acqua, per citare il minimo indispensabile, costava troppo, un paio di euro se non erro. Ovunque. A quel punto allora lo chiamavamo SunCash, ma alla fine almeno uno o due giorni di luglio li si passavano lì. Negli ultimi uno-due anni in cui il Sunsplash ha potuto tenersi nel Parco del Rivellino di Osoppo, tutto si era trasformato in proibito, controllato, sospettato, a tratti semplicemente fascista, tanto che tra gli ultimi ricordi che mi rimangono dell’evento non c’è una canzone di Bob Marley, ma “Faccetta Nera” che usciva dalla ricetrasmittente dei cosiddetti addetti alla sicurezza del festival. Si è capito l’anno dopo perché la situazione era così precipitata dal punto di vista della, eccessiva, sicurezza: il Sunsplash è stato infatti rimosso dall’Italia a fine 2009. Finito a processo e giudicato colpevole di inneggiare all’uso di cannabis con un contorto ragionamento basato su una semplice proprietà transitiva: Il Sunsplash è un festival reggae, musica che arriva dalla cultura RastfarI, la quale, tra mille altri concetti ben più profondi, prevede l’uso di marijuana come erba medicinale e meditativa. Ergo: Il Sunsplash promuove l’erba. Questo strampalato collegamento è bastato a far sparire il festival reggae più grande e seguito d’Europa dalla mia regione. Più che sparito esiliato, visto che i ragazzi del Rototom continuano a portare il festival, rigorosamente corredato dello storico campeggio, in giro. Non ci hanno messo molto, infatti, a trovare un posto in Spagna che li accogliesse a braccia più che aperte, forze dell’ordine e governo inclusi. Così dal 2010 sono a Benicàssim, nel sudest del Paese iberico, e di vederli tornare al momento non se ne parla.

Io sotto sotto ci spero ancora, perché quel festival è un frutto della regione da cui provengo. È infatti cresciuto per 16 anni in Friuli Venezia Giulia: partito dalla discoteca Rototom di Spilimbergo (PN), è passato per un campeggio nei dintorni di Lignano (UD), dove si è fermato due anni, e ha poi trovato il suo posto ideale, tanto da rimanervi fino all’ultima data italiana, nel Parco del Rivellino. E dalle 8.000 presenze registrate alla discoteca nel pordenonese, erano arrivati nel 2009 alle 150.000 persone. Molte cose devono cambiare prima che sia possibile vedere quella piccola cittadina riempirsi nuovamente di bandiere rosse, gialle e verdi e accogliere il popolo del reggae con la leggerezza e la festosità di un tempo, ma…io ci spero!

|Ste|

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La parata musical-floreale

Come è noto ai lettori più attenti (o agli appassionati dei fiori), in un fine settimana di aprile, Haarlem diventa il palcoscenico conclusivo del Bloemen Corso. Quest’anno si è svolto tra il 16 e il 17 aprile, con una modalità un po’ diversa rispetto a quella degli anni precedenti; il tema era Musical Parade.

Come sempre, i carri floreali partono dalla zona più ricca di fiori d’Olanda, esattamente da Noordwijk (40 km a sud-ovest di Haarlem), vengono caricati su degli enormi barconi, che, attraversando i vari canali fino allo Spaarne (il fiume principale di Haarlem), li portano fino alla città. Purtroppo anche quest’anno non sono riuscita a capire dove sbarcassero i carri, quindi non ho potuto vedere tutte le manovre necessarie per trasbordare questi enormi carri floreali.

Nelle scorse edizioni i carri si posizionavano lungo la via più centrale di Haarlem; in questo modo, con la strada bloccata al traffico, i visitatori potevano passeggiare per tutta la via guardando le profumatissime e straordinarie composizioni.
Per quest’anno è stato deciso che l’esposizione si tenesse in Grote Markt, una delle piazze centrali di Haarlem, già pedonale.

Nella tarda sera del sabato, durante la presentazione musicale della banda cittadina, i carri hanno iniziato a prendere posto in Grote Markt, in un recinto appositamente sistemato per permettere tutte le manovre necessarie.
Tutta la gente che circondava il recinto, ha accolto con applausi l’arrivo di ogni carro, in una nuvola di profumo e musica.

La domenica mattina siamo andati a vedere l’esposizione in Grote Markt. Era affollatissimo, dato che era anche una giornata soleggiata. I carri però erano pochi, meno di 10. Abbiamo cercato i carri mancanti nelle vie limitrofe, ma non ce ne erano. Solo nel pomeriggio mi sono accorta che ce n’era qualcuno su una delle sponde dello Spaarne. Ma era ormai tardi: si stavano preparando al ritorno.

|Aria|

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mondiali, polipi e maiali

Qualcuno mi considera addirittura un traditore per il cambio di squadra che mi ha colpito durante questi mondiali, io la trovo una conseguenza logica di più fattori; i più importanti sono due: il trauma per l’Italia mondiale e l’arancione.

Della (dis)avventura della nazionale italiana non serve nemmeno parlare: è stata una tortura indecente durante la quale il manipolo di milionari selezionati non riusciva nemmeno a passarsi la palla. Patetici.

Qui al Nord è tutto arancione, e lo è sempre più con il passare dei giorni. Molti bar hanno cambiato provvisoriamente nome da un mese a questa parte, attaccando adesivi alle finestre o rivestendo le insegne di arancio. Ora si chiamano tutti con frasi contenenti la parola Oranje o la parola Holland. Come non cedere all’entusiasmo di questi colorati cittadini in festa, di questa piccola nazione che arriva fino alla finale sebbene pochi lo avessero ipotizzato all’inizio?

I giornali gratuiti che si trovano in treno hanno sempre una sezione dedicata ai mondiali e con l’andare delle partite anche il resto del giornale si sta riempiendo di Oranje e di arancione. Commenti sulle partite quando c’erano e in questi ultimi giorni più che altro un concentrato di statistiche, curiosità e scaramanzia.

Paul ha scelto Spagna

Per la statistica posso dirvi che se l’Olanda non vincesse sarebbe record in quanto unica squadra al mondo ad aver perso 3 finali (le precedenti nel ’74 e nel ’78), una curiosità è vedere come hanno festeggiato la vittoria agli Europei del 1988 (video in basso) mentre la scaramanzia può essere rappresentata bene dalla leggenda del polpo Paul, cefalopode tedesco con capacità di preveggenza conosciuto ormai in tutto il pianeta per le sue doti. Stamattina, prima che venisse chiesto a Paul il risultato di Olanda – Spagna, sui giornali è comparsa la foto dell’animale veggente proposto dagli olandesi: un maiale di nome Rozijntje (è il diminutivo di “uva passa”, uvetta). Alla fine perché dobbiamo proprio credere ad un polpo tedesco? Soprattutto dopo che ha dato il suo verdetto e non ci risulta comodo, no?

Rozijntje ha scelto Olanda!

PS: il polpo Paul non sbaglia mai una previsione quando gli viene chiesto chi vince. Ha sbagliato solo una volta, proprio in finale, ma degli Europei 2008: scelse la Germania ma vinse la Spagna. Quassù da oggi non crediamo più ai polpi e chi ci crede ha ancora la speranza che Paul sia semplicemente poco portato nel predire le finali..

|Ste|

Amsterdam, estate 1988:

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Il tifo espatriato

Non sono una grande tifosa di calcio, non lo sono mai stata.
Quand’ero in Italia mi capitava di seguire qualche partita, ma non conosco bene le regole del calcio e non mi appassiona. Solo in un caso sento la voglia di tifare e seguo con attenzione (e ignoranza, anche se negli ultimi anni sto facendo dei progressi notevoli grazie al mio maestro) il gioco: durante i Mondiali di calcio tifo gli Azzurri, anche in modo abbastanza intenso devo dire.

Quest’anno per la prima volta mi trovo a tifare Italia in terra straniera.
Per la precisione -non me ne vogliano i tifosi sfegatati-, sono nella terra arancione (i calciatori olandesi vengono chiamati de Oranje cioè gli Arancio), quella dalla quale provengono quei giocatori che fino a questo momento hanno vinto tutto e si sono dimostrati molto veloci e vivaci.
Io tifo per quella squadra, i campioni del Mondo uscenti, che non sta dimostrando né bravura né tattica e che domani giocherà l’ultima partita del primo girone; spero non sia proprio l’ultima partita..

È meno piacevole assistere alle partite della Nazionale all’estero, perché non senti l’atmosfera collettiva e condividi in differita le emozioni che provi durante il gioco.
Vabbé, diciamo che stavolta se le cose vanno male per gli Azzurri posso motivatamente tifare per de Oranje!!
Forza Azzurri!!

|Aria|

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