eutanasia e attualità

Lo scorso venerdì 17 febbraio, in Austria, è rimasto travolto da una valanga il principe Friso, secondogenito della regina d’Olanda.
20-25 minuti sotto la neve, durante i quali il suo cuore ha smesso di battere. Si parla di 15-20 minuti di arresto cardiaco e 50 di rianimazione in seguito al salvataggio che è stato comunque tempestivo, considerando le condizioni.

Il Paese è con il fiato sospeso per la sorte del principe, i giornali non parlavano d’altro nei giorni successivi e ne parlano di nuovo da venerdì, visto che il comunicato dei medici non è confortante.
Friso è vivo, ma attaccato alle macchine e con fin troppo poche possibilità di ristabilirsi e tornare ad una vita normale, vista la sofferenza del cervello, rimasto senza ossigeno per interminabili minuti. Tutti sono rimasti molto colpiti dall’accaduto e sperano che con il proseguire dei giorni si potranno avere notizie miracolose, ma il pragmatismo tipico degli olandesi li porta anche a pensare cosa succederebbe qualora il principe non si svegliasse, qualora rimanesse vivo solo perché attaccato alle macchine, prigioniero di un coma irreversibile. La gente e i giornali si chiedono cosa farà la famiglia reale, qualora si trovasse a dover scegliere se praticare o meno l’eutanasia.
In Italia ci vuole un padre con coraggio e spirito senza eguali per riuscire a porre fine alla vita di una ragazza rimasta in coma per 15 anni, non senza conseguenze penali, peraltro. In Olanda l’eutanasia è depenalizzata dal 1994 e legalizzata dal 2000. Dal 2002  i Paesi Bassi sono il primo paese al mondo ad avere una legge che disciplina la “dolce morte”.

Si può essere contrari o favorevoli, ma credo che tutti ci siamo chiesti cosa vorremmo che facessero di noi qualora il fato, o Dio, ci portassero a trovarci a vivere attaccati ad una macchina. Personalmente, quando ho visto casi come quello di Eluana Englaro (un nome per tutti, senza voler toglier niente a nessuno), mi sono schierato dalla parte dei genitori o compagni degli ammalati che chiedevano di lasciar morire i propri cari, impotenti di fronte ad una legge che non lo permette. Vedere tutta quella sofferenza e le condizioni inumane di quelle povere persone mi ha spinto a vedere la morte come unica soluzione, necessaria e  purificatrice.

Tornando alla visione olandese dell’argomento eutanasia, in questo Paese si è andati oltre al normale concetto di dolce morte di cui tanto si è discusso in Italia, ovvero lo stop all’accanimento terapeutico. Qui l’eutanasia è intesa più come suicidio assistito. Il medico che assiste chi richiede di morire rimane un omicida ma non è perseguibile penalmente purché vengano rispettate le procedure previste dal Toetsing levensbeëindiging op verzoek en hulp bij zelfdoding (regolamento sull’eutanasia volontaria e sul suicidio assistito). Vengono quindi assistiti malati terminali senza prospettive di miglioramento che richiedono di porre fine alle loro sofferenze, così come persone che si trovano in stato comatoso in seguito a incidenti e che avevano precedentemente espresso il desiderio di rifiutare l’accanimento terapeutico, qualora si fossero trovati in situazioni limite.

A dire il vero gli olandesi non si fermano nemmeno qui.
Secondo un sondaggio della TV olandese NCRV fatto nel 2008, il 74% degli olandesi vorrebbe mettere in pratica le pillole del dottor Drion. Queste pillole, frutto solo teorico di un avvocato olandese, consistono nell’assunzione di due pillole a pochi giorni di distanza l’una dall’altra per mettere fine alla propria esistenza senza spargimenti di sangue o ulteriori sofferenze. Da somministrare solo a over 75 consenzienti e convinti nonostante ripetuti consulti con esperti. Non necessariamente malati nel fisico, ma anche solo sofferenti di solitudine o semplicemente coloro secondo cui het leven ‘mooi genoeg’ geweest is, letteralmente “la vita è stata bella abbastanza” (dove abbastanza significa “a sufficienza”).

Un concetto estremo, sicuramente discutibile, tanto umano o troppo disumano? Non riesco a darmi una risposta.

Di certo mi sembra che in Italia non si discuta nemmeno dell’argomento solo per l’insistente e onnipresente influenza della Chiesa sulle questioni terrene, come se le persone non avessero una testa per pensare e una coscienza a cui rendere conto.
Tra prostitute in vetrina, matrimoni omosessuali ed eutanasia posso dire di sentirmi decisamente lontano dal Vaticano e credo ancor di più che debba essere la gente a decidere. Del resto, se credi fermamente in Dio e/o sei assolutamente contrario alla dolce morte, sei libero di non manifestare la volontà di staccare la spina in casi estremi.
Che poi quella spina l’ha attaccata un umano e di conseguenza anche l’accanimento terapeutico dovrebbe essere visto come un voler cambiare i piani dell’Altissimo. O no?

|Ste|

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Fin qui tutto bene

Disgelo a parte (e povere folaghe e anatre, che non riescono ancora a capire quali parti dei canali, o dei laghetti artificiali, siano ghiacciate e quali no), direi che questa ripresa ‘sopra lo zero’ ha portato non pochi cambiamenti.
Innanzitutto, per questioni stagionali, le ore di luce stanno aumentando e, credetemi, è un gran sollievo. Alla fine di dicembre, iniziava ad essere chiaro tra le 8:45 e le 9:00 ed il buio tornava tra le 16:30 e le 17:00. Ora, la luce fa capolino dopo le 7:30 e se ne va dopo le 18:00: stiamo parlando di 2 ore di luce in più, mica cosa da poco!

Il papiño è entrato perfettamente nella collocazione di cuoco e aiuto tuttofare per la casa. Inoltre ci offre gentilmente il suo bagno al 1° piano, quando la mattina Ste ed io non ci siamo organizzati bene.
Tutto perfetto, se non fosse per l’autocaro (la Volvo 26enne, ormai non fida compagna di viaggio del papiño), che da un mesetto ha deciso di fermarsi dove si trovava e cioè in un parcheggio pubblico ‘un po’ nascosto’ di Haarlem.
Il meccanico che è andato a prenderla ha trovato un guasto in prima istanza; ma poi, una volta riparato questo, ha informato che si trattava di mancata compressione: in poche parole, prospettava una spesa importante per verificare quale fosse la causa dell’impossibilità di mettere in moto l’automobile.
Il papiño ha quindi deciso di lasciare il mezzo (con il quale avrebbe poi rifatto, ben carico, il viaggio inverso) ad Haarlem e di tornare in Italia con l’aereo.
Per fortuna non aveva impegni per la sera, perché il suo volo è partito con 2 ore di ritardo. Una volta imbarcati tutti i passeggeri, il comandante si è accorto che c’era uno spiffero (?!) dal parabrezza anteriore e che quindi era necessario sistemare il problema prima della partenza. Così, dopo un’oretta di manodopera, il guasto era risolto: pronti, attenti, via? No, perché ha iniziato a nevicare e, di conseguenza, tutti gli aerei dovevano essere spruzzati con l’antigelo prima di accingersi al decollo. L’aereo del papiño si è quindi messo in coda, pronto per la doccia: ecco un’altra oretta di ritardo prima del decollo.

Il giorno successivo, i nostri ospiti del fine settimana Manu e Livio, che hanno potuto assaporare gli ultimi giorni di vero inverno, dovevano partire da Schiphol. Grazie alla previdenza di Manu, avrebbero avuto una coincidenza piuttosto lunga a Milano, perché un ritardo può sempre capitare.
Né lei né alcun altro potevano immaginare cosa sarebbe capitato quel giorno nel 5° aeroporto d’Europa: un attentato bomba. Ad essere onesti, non ho ancora trovato notizie di un reale pericolo (la bomba non risulta trovata, forse mai esistita, da quanto riporta Dutch News Schiphol. Bomb threat), fortunatamente. Sono state attivate comunque tutte le misure di sicurezza e l’aeroporto è rimasto bloccato per alcune ore, creando ritardi anche ai nostri due intrepidi visitatori, che sono riusciti a prendere l’aereo a Milano senza problemi.

Abbiamo fatto un piacevole incontro: due ragazzi italiani, stufi del Belpaese e delle troppe incertezze che offre, che desiderano trasferirsi in Olanda. Stanno sistemando le cose in Italia e si stanno già informando sulle possibilità qui, al Nord.
Sono rimasta colpita dall’entusiasmo e dalla perseveranza che dimostrano, nonostante una patria in cui non si riconoscono (come la maggior parte dei giovani) e l’abitudine a non veder rispettati i propri diritti. Ho pensato che ci sono tanti giovani simili a loro, a noi qualche anno fa, nella stessa situazione e sono solidale con tutti loro; e ho pensato a quante risorse umane stia perdendo la nostra povera Italia.

|Aria|

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berto e il disgelo

Ne avevo parlato nel mio precedente articolo, e mai come stavolta le previsioni si sono avverate.
Non si è tenuto infatti l’Elfstedentocht, ci siamo andati molto vicino ma ad un certo punto, quando lo spessore del ghiaccio sui canali che compongono il percorso aveva raggiunto 11-13  centimetri, quindi ben vicino ai 15 richiesti, c’è stato un giorno in cui ha nevicato abbondantemente ed il giorno seguente i giornali hanno dato all’unisono la triste notizia: nemmeno quest’anno si sarebbe tenuta la corsa.

Berto

Io l’ho presa bene: niente “festona” a Leeuwarden ma gran pupazzo di neve sul terrazzo! Ad essere sincero, non so se fosse per la neve troppo farinosa o per la mia scarsa dimestichezza coi pupazzi di neve viste le poche occasioni, fatto sta che la forma tradizionale dei pupazzi da cartolina era impossibile da fare, soprattutto a -10°C mentre Aria e Ferru mi guardavano divertiti ma seduti in poltrona al calduccio.
Così è venuto fuori Berto, pupazzo panciuto col cappellino di lana che vedete in foto.

Gli olandesi invece, che avevano risposto subito alla “chiamata ai pattini”, non si sono dati per vinti e si sono riversati scorrazzanti sugli innumerevoli corsi d’acqua ghiacciati, usandoli a loro piacimento.
Le ultime due settimane hanno visto il meno davanti alle temperature minime e massime, con un picco di -17°C dieci giorni fa, quindi la neve caduta non si è sciolta e i canali sono diventati delle vie tra le vie. Le collinette dei parchi cittadini sono state quindi reinterpretate come discese per slitte e i canali si son trasformati in piste di pattinaggio.

canale di Amsterdam

Durante i giorni sotto zero il sole non ha quasi mai smesso di illuminarci poiché il cielo era sempre libero da nubi. E non era raro vedere, dal finestrino del treno, carovane di pattinatori che scivolavano in fila indiana a gruppetti sullo Spaarne, il fiume di Haarlem. È stato affascinante vedere quel tratto d’acqua dolce, largo in quel punto 80 metri, completamente trasformato in una lastra di ghiaccio capace di tenere su di sé parecchie persone.

Altra atmosfera ma stesso fascino hanno suscitato in me i canali di Amsterdam ghiacciati. Soprattutto il Prinsengracht, mi sono infatti concesso una camminata assieme a Jacopo sulle acque del signorile canale che abbraccia il centro della città. Il canale era diventato una via vera e propria. Ora erano le case galleggianti del canale ad affacciarsi sulla fredda strada creatasi sull’acqua. E tutte queste case erano illuminate e spesso piene di gente in clima festante.  Qualche abitante con spirito imprenditoriale più spiccato rispetto ai vicini, aveva esposto il cartello “vendesi cioccolata – 1.50 €“. Mica poco, ma con quel freddo e senza scendere dai pattini non credo ci fossero alternative migliori.

Prinsengracht, falò

Io e Jacopo ci muovevamo stando attenti a non camminare troppo vicini l’uno all’altro per paura di sollecitare troppo lo strato di ghiaccio, essendo due abbondanti pesi massimi, ma gli olandesi vedevano quella lastra come una vera e propria strada, con tanto di ragazzini che usavano la mazza da hockey per colpire l’apposito dischetto. Uno contro uno, come da noi si gioca a calcio in campetto o per le strade (dove il traffico permette ancora di farlo). E, paradosso immancabile, gli abitanti della via di ghiaccio avevano acceso un falò in un cestino di metallo staccato con soli 10 centimetri di legno dall’acqua solidificata sottostante. Attorno abbiamo anche notato una preoccupante pozzanghera, proprio dove le braci cadevano dopo essersi staccate scoppiettando dal tronco in fiamme. Con molta probabilità siamo stati maliziosi, ma abbiamo visto in quel fuoco una trappola e ci siamo immaginati un pattinatore infreddolito che si avvicina per scaldarsi le mani ma che cade in acqua assieme al cestino rovente, a causa del ghiaccio assottigliato dal calore. Scherzone. La foto a lato – non della migliore qualità, a causa della scarsissima luce – può descrivere meglio l’atmosfera del momento (e pure la pozza attorno al falò!).

Le giornate si stanno sensibilmente allungando, la temperatura è oramai sopra i 4° C da almeno quattro giorni, la pioggia ha spazzato via la neve e Berto si è ridotto a due monetine da cinque centesimi sul tappeto verde che ricopre il terrazzo. L’inverno vero, quello cattivo, è durato poco ma è stato intenso e per qualche settimana non ho sentito la mancanza delle montagne friulane.

Però prossimo anno voglio anch’io i pattini.

|Ste|

manifesto delle ferrovie olandesi di molti anni fa. Dice "Anche in inverno sui binari! Viaggio veloce, sicuro, conveniente e..riscaldato!"

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I giorni della merla olandesi

Da quand’ero piccola ricordo questa espressione, i giorni della merla, per indicare delle fredde giornate invernali. Crescendo, ho voluto scoprire qualche dettaglio in più e finora ho trovato detti popolari e indicazioni temporali (sulla solita fida Wikipedia): gli ultimi 3 giorni di gennaio portano questo nome forse per una storica gelata del fiume Po, nel ’700, che permise di trasportare cose e persone da una riva all’altra.

Le tradizioni popolari sono sempre affascinanti, ma credo abbiano dei confini geografici per definizione.
Non so, quindi, se i giorni della merla siano applicabili anche all’Olanda, ma posso testimoniare che dalla fine di gennaio, dopo un inverno quasi mite comparato con i due precedenti, siamo in preda al freddo, quello vero!
Le temperature minime – notturne – di quei giorni sono andate sotto lo zero; di giorno, le massime, erano di una manciata di gradi sopra. Poi, con l’inizio di febbraio, anche le massime hanno iniziato ad abbassarsi e a scendere sotto gli 0°C; finché il 3 febbraio è arrivata anche la neve: copiosa, soffice, in qualche ora ha intasato tutto, mezzi pubblici, strade, linee telefoniche.
Per mantenere questo scenario incantato, le temperature sono scese ancor di più, fino a toccare i -17°C come minima della notte successiva.

Tutti gli olandesi sperano nella fattibilità della Elfestedentocht (vedi articolo precedente); per i bambini è una festa, perché hanno un’ottima occasione per costruire pupazzi, farsi la guerra a palle di neve e farsi comodamente trasportare negli slittini da genitori pazienti.
Per chi deve viaggiare con i mezzi pubblici, la questione è un po’ più seria: ci sono meno mezzi, molto più affollati, ma l’aggiornamento sulla situazione è costante anche sui rispettivi siti.
Per me significa rinunciare tassativamente alla bici, perché temo troppo una caduta causata dal ghiaccio, o dalla neve ghiacciata. E detto da una che qualche giorno fa ha sbadatamente ‘saltato’ un gradino scendendo le scale, slogandosi un po’ la caviglia, ha il suo peso.

|Aria|

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fuori i pattini!

Dopo due inverni al nord, il terzo è in pieno svolgimento.
Dopo due inverni di neve e ghiaccio, questo sembrava essere il più mite della storia, fino a domenica. Da sabato notte si è alzato un vento gelido che ha portato le temperature sotto lo zero in poche ore. Domenica pomeriggio sono riuscito a fare la oramai consueta corsetta in bici fino a Zandvoort ma in certi momenti, quando il vento soffiava contrario a noi, sembrava di essere su una pista da sci, non fosse stato per il mare che si intravedeva alla nostra sinistra, immerso nel buio.

Lunedì mattina ci siamo svegliati con la neve. Pochi centimetri hanno coperto ogni cosa ma, al momento di uscire di casa, ne rimaneva traccia solo sui tetti. Quella poca neve è rimasta lì fino ad ora, ed è destinata a rimanervi dal momento che almeno per 7 – 10 giorni non si prevedono temperature sopra lo zero, nemmeno a mezzodì.

Oltre al freddo clamoroso che si riesce a provare pedalando, camminando o anche solo respirando in città, mi sono subito preoccupato dei treni, che sono solitamente i primi ad avere dei problemi in caso di neve e ghiaccio. Invece no, tutto procede tranquillo al momento, tanto che sui giornali si parla sì dei 300 km di code in autostrada del lunedì mattina, ma anche e soprattutto di tirar fuori i pattini!

Come in ogni vignetta che rappresenti uno scorcio di vita olandese in inverno, infatti, gli spilungoni si dilettano a sfrecciare sulle spesse lastre ghiacciate che ricoprono l’acqua dei canali appena possono. Per ognuno dei canali di Amsterdam, almeno per quelli del centro, esiste un “mastro ghiacciaio” che ha il compito di verificare lo spessore dello strato di ghiaccio, tramite carotaggio, per garantirne la “pattinabilità” ai cittadini che gradiscono farsi quattro piroette sulle lame affilate.

la, curiosa, bandiera della Frisia

Non contenti di una pattinata nel canale del quartiere gli olandesi hanno ben pensato di organizzare una gara seria. Dal 1909 esiste, infatti, la tradizione dell’Elfstedentocht (il giro delle undici città). È una corsa sui pattini da ghiaccio in Friesland, regione a nordest con una curiosissima bandiera, che potete ammirare a sinistra. Si corre ogni qualvolta tutti i canali che collegano le 11 città di Leexuwarden, Sneek, IJIst, Sloten, Stavoren, Hindeloopen, Workum, Bolsward, Harlingen, Franeker, Dokkum raggiungano uno spessore di almeno 15 cm su tutto il percorso, di 200 chilometri. Se ogni mastro ghiacciaio dà l’ok per il tratto di sua competenza, viene dato il via all’organizzazione della gara, al grido di “it giet oan!“, che in lingua frisona significa qualcosa tipo “si può fare!”.
L’evento, avvenuto l’ultima volta nel 1997 e prima nel 1986 (la pausa più lunga tra le edizioni del 1963 e del 1985), conta in media 15.000 partecipanti ed è una festa per tutta la nazione, oltre che per la Frisia.

Non credo che il 2012 sarà l’anno giusto per questo evento, ma se dovesse capitare saremo a festeggiare tra i frisoni a Leeuwaarden, visto che la nostra preparazione atletica non ci permetterebbe di pattinare per 200km.
Questo non vuol dire che non pattineremo nelle terre olandesi, visto che Aria vorrebbe imparare e io vorrei mettere a frutto gli anni di pattinaggio artistico fatti da bambino, ma opteremo per delle ruote e, soprattutto, per una temperatura più gradevole.

|Ste|

qui sotto il giornale di oggi, in copertina la frase magica che potrebbe arrivare dalla Frisia, It giet oan!

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L’omosessualità non è una malattia

Dopo un’assenza piuttosto prolungata ed immotivata, sono stata ‘richiamata all’ordine’ dalla necessità di un approfondimento su un tema molto importante, ovunque nel mondo.
Su un quotidiano italiano online ho letto una notizia che ne riportava a sua volta un’altra su un fatto accaduto in Olanda.
Le organizzazioni nazionali dei medici ritengono che la terapia anti-omosessualità proposta da Different (una branca del Tot Heil des Volks, un’organizzazione ortodossa-cristiana), non possa essere coperta dalle assicurazioni sanitarie come le altre terapie farmacologiche. Secondo il direttore di Different, in molti casi l’omosessualità deriverebbe da violenze subite in età infantile (vedi articolo, in olandese).
È scoppiato lo scandalo, anche a detta del Ministro della Salute olandese, che ha riconosciuto che non essendo l’omosessualità una malattia, non può essere trattata come tale (vedi articolo, in italiano).

Una misera, forse banale riflessione: c’è ancora davvero il bisogno di ricordare che l’omosessualità non è una malattia?!
Inoltre, nella maggior parte dei casi, le inclinazioni sessuali non influiscono sul rapporto con gli altri.

|Aria|

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lezione di geografia

Un paio di giorni fa mi è successa una cosa bizzarra: al ritorno dal lavoro ho sbagliato clamorosamente treno.

Arrivato alla stazione con il bus (rinuncio alla bicicletta in caso di condizioni meteo realmente avverse oppure se sono in ritardo), sono entrato a Centraal dalla porta Est. Da lì si accede direttamente alla scala che porta ai primi due binari.
Dovete sapere che da metà dicembre sono cambiati gli orari dei treni, quindi non li so più a memoria, se non quelli che prendo più spesso. Arrivato alle 18.00 nell’atrio al piano inferiore rispetto ai binari, mi affretto per le scale nel tentativo di prendere il treno delle 18.04, me lo ricordo perché spesso arrivo in stazione attorno a quest’ora.
Solitamente si parte dal binario 2A, o almeno così mi sembra di ricordare, e appena arrivo in cima alla scala lo vedo lì, con le porte spalancate e molti posti liberi rispetto al solito. Non ci bado molto e salto dentro. Mi siedo rivolto verso il senso di marcia: sono i primi posti ad essere occupati, solitamente.
Il treno parte con qualche minuto di ritardo, 3 o 4 direi, ma non ci faccio troppo caso, sono di manica larga e fino a cinque minuti non mi lamento (scherzo, ovviamente, e un pensiero va ai pendolari italiani). Ascolto un po’ di musica con le cuffie, mi guardo in giro. I finestrini del treno a quest’ora sono uguali a specchi, poiché la carrozza è illuminata dai neon all’interno ma fuori è già buio pesto. Di tutto ciò che c’è fuori, solo le luci più forti si intravedono sfrecciare.

Attendo i quindici minuti che mi separano da Haarlem come accade ogni giorno. Come ogni giorno la magia del finestrino a specchio svanisce, il vetro diventa completamente trasparente e lascia vedere quello che succede nella stazione di Amsterdam Sloterdijk. Pochi scendono, molti salgono sul treno, come sempre. Il treno riparte. Mi rilasso e quasi sonnecchio.
Dopo una decina di minuti il mio orologio biologico sostiene che dovremmo essere all’altezza di Haarlem Spaarnwoude. Provo a guardare attraverso il finestrino ed in effetti, di lì a poco, vedo arrivare una stazione. Il treno non rallenta e quando la vedo scorrere davanti a me scopro che non è Spaarnwoude poiché molto più grande e illuminata. La locomotiva spinge così tanto che non riesco a scorgere il nome, sicuramente finisce con dam. Decisamente poco utile in Olanda, visto che molti nomi di città terminano con questo suffisso. Chiedo aiuto allo smartphone che in pochi istanti mi consegna l’esito insindacabile del GPS: siamo appena passati a Zaandam, prima stazione verso l’estremo nord d’Olanda, mentre Haarlem si trova a ovest di Amsterdam.

Ok, qualcosa è andato storto. Decido di scendere alla stazione successiva e tornare indietro, ma di stazioni ne vedo passare altre due, impotente, col naso sul vetro tipo gatto chiuso in terrazza. Verifico gli orari dei treni e scopro di aver preso il diabolicointercity 4654 da Amsterdam a Hoorn con una sola sosta, già fatta.

"benvenuti nella bella Hoorn"

Altre stazioni si fanno vedere di sfuggita, fino al capolinea: 42 minuti di treno per trovarmi a 45 chilometri da casa, quando solo 17 separano Haarlem e Amsterdam. Alla fine sono arrivato a casa un’ora e venti più tardi rispetto al previsto ma non posso lamentarmi se non di me stesso, visto che i treni olandesi ce l’hanno messa tutta, considerando che sul treno di ritorno c’era il WiFi ad alta velocità gratuito e soprattutto che ho dovuto attendere solo 7 minuti per salire sul primo treno da Hoorn in direzione opposta e 4 minuti nella coincidenza presso Sloterdijk.

Morale? Meglio prendere il treno successivo, meno di dieci minuti dopo, che saltare sulla prima carrozza ed essere costretti ad una lezione di geografia al buio, della durata di ottanta minuti per la modica cifra di 8,20 €.

|Ste|

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Fine d’anno col botto

Gelukkig nieuwjaar allemaal! [Buon anno a tutti!]

Come sono andati i festeggiamenti dell’ultimo giorno dell’anno, o meglio del primo del nuovo? Avete fatto baldoria, mangiato, ballato e bevuto?
Comunque sia andata, spero che ognuno abbia festeggiato seguendo le proprie preferenze.
Noi tre ‘coinquilini’ ci siamo dedicati un piccolo ma serio cenone di fine d’anno, con tanto di spumante della nostra regione di provenienza a mezzanotte.

Nel 2009, al nostro primo ultimo dell’anno in Olanda, rimasi stupita dalla quasi assenza (rispetto all’Italia) dei botti di fine/inizio anno. Intendiamoci, durante il giorno del 31 dicembre sentimmo qualche botto, ma pochi rispetto a quelli cui eravamo abituati (e questa ‘usanza’ iniziava diversi giorni prima). Prima e dopo mezzanotte ci furono diversi botti e fuochi d’artificio, lanciati un po’ dappertutto in giro per la città; in un paio d’ore tutto tornò alla normalità e al silenzio.
Il passaggio dal 2010 al 2011 lo passammo in Italia, quindi rientrammo nelle usanze tipiche dei nostri posti.
L’ultimo Capodanno lo abbiamo trascorso nuovamente in Olanda, ad Haarlem per la precisione, data l’assenza di treni in tutti i Paesi Bassi dalla sera del 31 dicembre alla mattina del 1° gennaio.
La mattina dell’ultimo giorno dell’anno il papiño ed io siamo andati al mercato in cerca di sfiziosità, mentre Ste si destreggiava al supermercato per la spesa grossa. Tutti, sia durante i rispettivi tragitti che a casa, abbiamo notato la costante presenza di rumorosissimi scoppi di botti e petardi più o meno grandi: per tutto il giorno!
Dalle 23 circa hanno inziato a raddoppiare le esplosioni per poi arrivare ad una tempesta di botti, petardi, ma anche bellissimi fuochi d’artificio a mezzanotte e ben oltre. Abbiamo anche visto dei vicini festanti recarsi verso il canale, con un sacchetto con le munizioni e i bicchieri di spumante (?) in mano.
Le esplosioni sono poi proseguite almeno per altre 2 ore.. temevo di non riuscire ad addormentarmi, ma per fortuna non ci sono stati problemi.
Li trovo decisamente cambiati in 2 anni, molto più rumorosi, oppure io sono diventata davvero troppo sensibile.

|Aria|

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turisti e coffeeshop

Fino ad oggi l’argomento marijuana non era stato affrontato su questo blog, per non rafforzare ulteriormente il binomio erba – Olanda. Ma visto che negli ultimi tempi ho sia letto che sentito molte notizie (si veda, per esempio, l’articolo apparso su repubblica.it), riguardo le future restrizioni dei coffeeshop per i non residenti, ecco gli aggiornamenti dal nostro avamposto.

Nella capitale dei Paesi Bassi si è respirata sempre, almeno dagli anni ’70, un’atmosfera di libertà mista a trasgressione, grazie a coffeeshop e quartieri a luci rosse: due soluzioni a questioni che hanno interessato e coinvolto molte generazioni.
Il proibizionismo e la lotta contro la prostituzione hanno trovano un’isola di pace nel paese dei tulipani: nelle vetrine di determinati quartieri, nella capitale e non, illuminate da neon rossi fanno mostra di sé giovani (ma non solo) prostitute. È il lavoro più antico del mondo ma qui viene fatto a regola d’arte: controlli sanitari, protezione da aggressioni e tasse come per i professionisti di più canonici settori.
Allo stesso modo sono tipici dei Paesi Bassi i coffeeshop, bar che non servono alcolici ma succhi di frutta ed erba di ottima qualità, oppure hashish d’importazione per tutti i gusti.
Ci sono però regole anche qui: non è permesso l’accesso ai minorenni e non deve trovarsi all’interno dell’edificio più di mezzo chilogrammo di “prodotto”. Tenere in piedi questa tradizione, che ha le sue origini nel 1972 quando venne tollerata la presenza del primo coffeeshop (il Mellow Yellow), non è facile soprattutto dal momento che i Paesi Bassi devono tener conto dei pareri della Comunità Europea. E, come è ben noto, la legalizzazione delle droghe leggere non ha finora trovato terreno fertile in molti stati (nemmeno in Olanda la marijuana è legale, ma il possesso per uso personale e la vendita con licenza sono depenalizzati).
Quindi sono iniziate le leggi per mantenere la sostanza, ma per dare un ritocco alla forma.
Qualche anno fa, quando la legge contro il tabacco iniziò ad essere ratificata dai vari stati europei tra cui l’Olanda, sembrava che moltissimi coffeeshop sarebbero stati chiusi, poiché nel decreto si specificava che nei locali pubblici “la zona riservata ai fumatori, ove presente, deve essere più piccola rispetto a quella per non fumatori”. Applicando alla lettera ciò, la maggior parte dei locali dove si vendono derivati della cannabis sarebbe stata chiusa perché spesso questi esercizi sono talmente piccoli da non permettere la divisione in due parti. È conseguentemente iniziata la corsa al “rinnovo locali”, e molti gestori di coffeeshop si sono dati da fare per creare stanze fumatori e ambienti tobacco-free. I più “furbi” non hanno adeguato di molto i locali e hanno atteso il passare di qualche mese, fino a che i controlli si sono ridotti e si è ritornato a fumare in tutti il locali senza troppe distinzioni.
Anche perché, ironia della sorte (o ironia dell’Olanda), la legge contro il fumo è stata interpretata da qualche vispo membro del governo. Me lo sono sempre immaginato chino sui libri alla ricerca di un cavillo finché…EUREKA! La legge parla di “tabacco”, quindi basta fumare senza tabacco! L’idea non era male, ma non deve aver preso troppo piede poiché fumarsi una canna di succosa erba olandese senza nemmeno mischiarla con del tabacco è un’esperienza che può sfiorare il mistico; soprattutto per i turisti “al primo tiro”, ma anche per quelli un po’ più navigati, non dev’essere una passeggiata.
L’alternativa agli spinelli “puri” è costituita da un sostituto del tabacco fornito dal locale gratuitamente e consiste in rametti e foglie di altre piante. Qualcuno sostiene che siano derivati della pianta maschile della marijuana (la quale contiene percentuali bassissime di principio attivo), fatto sta che sembra di fumare del tè e quindi praticamente nessuno lo usa. Alla fine questa legge ha portato solo qualche depuratore d’aria in più nei locali e l’invito a nascondere i pacchetti di sigarette come se fossero queste ad essere divenute illegali.
Un’altra legge che ha fatto qualche vittima tra i proprietari di licenza è quella che impone una zona franca attorno alle scuole, 300 metri di raggio dentro cui non possono stare i coffeeshop. Chi era più vicino si è spostato, oppure ha chiuso.

Con il numero dei coffeeshop dimezzato rispetto a qualche anno fa, vuoi per l’intervento dell’Europa, vuoi per mano di questo o quel partito, non ha però accennato a diminuire il flusso turistico di giovani ragazzi (soprattutto italiani e spagnoli) che arrivano in branchi e si dividono tra vetrine e canapai non risparmiandosi in schiamazzi che nei loro paesi d’origine sono la norma, mentre qui risaltano molto poiché in contrasto con il quieto rispetto che vige nei luoghi pubblici olandesi.
Da quando, negli anni ’90, i turisti hanno cominciato ad arrivare in massa ad Amsterdam, i cittadini della capitale convivono con questi chiassosi sciami umani in tenuta e spirito da vacanza. Qualcuno si dev’essere stufato, oppure sono tutte decisioni prese dall’alto, non so.
Qualcuno mi ha detto che dev’essere una conseguenza del fatto che i canali del centro di Amsterdam sono diventati patrimonio dell’Unesco e ora il comune intenda dare il benvenuto a certi turisti più che ad altri. Fatto sta che è in arrivo la nuova legge sui coffeeshop olandesi: i locali diventano club con un massimo di 2000 iscritti ciascuno. Per ottenere la tessera (il nome sarà wietpas, letteralmente “il pass per l’erba”), bisogna dimostrare di risiedere sul territorio olandese. Senza tessera non si entra.
A Maastricht la sperimentazione è già iniziata da qualche mese.
Toccherà da maggio 2012 (sebbene data prevista fosse 1.1.12) alle province di Noord Brabant, Limburg e Zeeland.
Da gennaio 2013, salvo rinvii e se la sperimentazione avrà dato esito positivo, la legge sarà estesa a tutto il paese.

Cosa succederà poi è tutto da vedere, di sicuro sono già in molti a protestare. Non sono solo i rivenditori di droghe leggere a temere di vedere decimati gli introiti, ma anche tutto il settore turistico che vedrebbe un crollo sostanzioso dei clienti, visto che anche i quartieri a luci rosse sono stati già ridimensionati negli ultimi anni. Le previsioni, a livello economico, sono abbastanza funeste. Il guadagno nell’immagine dell’Olanda nel mondo forse avrà qualche miglioramento presso i benpensanti, ma le casse dello Stato subiranno un danno non da poco e, soprattutto in tempi di crisi, non si pensa col cuore ma col portafogli.
Vedremo che succederà. Per quel che riguarda Amsterdam..finché non vedo non credo.

|Ste|

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Natale aperto

Da diversi anni ho stabilito una tradizione natalizia, anche grazie all’aiuto del papiño.
Mi imbarazzava ricevere regali di Natale. In primo luogo perché lo consideravo un gesto consumistico e immotivato (perché mai tutti ‘dovrebbero’ ricevere/fare dei regali per una festa che ci vorrebbe più uniti anziché più ricchi?); secondariamente, non mi piaceva la frenesia che colpiva tutti coloro che ‘dovevano’ comprare i regali in tempo e dimenticavano – involontariamente - sempre qualcuno.
Così, diversi anni fa, decisi di ‘uscire’ da questo tunnel e informai tutti che non avrei più voluto ricevere regali per Natale e che non ne avrei comprati più per nessuno.
Poco tempo dopo, il papiño ed io decidemmo di trascorrere il giorno di Natale con parenti e amici, a casa nostra.
Iniziò quindi la tradizione del ‘Natale aperto‘: giorni di cottura di prelibatezze tipiche di diverse regioni, allestimento della tavola di Natale e diversi amici e parenti in visita negli orari più disparati.

L’anno scorso abbiamo celebrato l’ultimo Natale aperto in terra italiana, già consapevoli che per mantenere la tradizione avremmo dovuto spostarci.
E così è stato: quest’anno inauguriamo il primo Natale aperto ad Haarlem.
Purtroppo non ci saranno i parenti e tutti gli amici, ma ci stiamo attrezzando per le videochiamate di auguri. In compenso, saremo un bel gruppetto di ‘bisiachi lontani da casa’!
Per quel che riguarda le cibarie, invece, il papiño si è attrezzato al punto che ha traslocato con un frigo una vetrina della sua macelleria di fiducia e tutto quello che serve per un super pranzo di Natale.

Un caldo augurio di buon Natale a tutti voi!

Natale ad Haarlem

 |Aria| Ste e Babboferro

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